La diffusione della coltivazione del fico nel Salento

di Marcello Gaballo

Uno degli aspetti che più colpiscono nella monografia Il Fico (1909) di Ferdinando Vallese è la straordinaria diffusione che questa coltura aveva raggiunto nella Terra d’Otranto agli inizi del Novecento. L’agronomo osserva come fossero rari i terreni destinati esclusivamente a ficheto, ma, al tempo stesso, fosse quasi impossibile trovare un orto, un vigneto, un uliveto o una masseria privi di alberi di fico.

La pianta era dunque presente ovunque, inserita stabilmente nel sistema agricolo tradizionale, spesso consociata con la vite e l’olivo oppure collocata lungo i confini delle proprietà, ai margini delle strade rurali, nei pressi delle abitazioni coloniche e delle casine di campagna, dove univa alla funzione produttiva anche quella ornamentale.

Vallese rileva inoltre che la diffusione del fico cresceva progressivamente da nord verso il centro e il sud della provincia. Se nei territori più settentrionali della Terra d’Otranto — da San Vito dei Normanni a Ostuni, da Ceglie Messapica fino a Martina Franca — esso risultava già largamente coltivato, nel cuore del Salento la sua presenza diventava praticamente universale.

«Nel centro e nel sud della Provincia il fico si trova più o meno abbondantemente coltivato ovunque», scrive l’autore, descrivendo un paesaggio agrario nel quale lunghi filari delimitavano i poderi, costeggiavano le strade interpoderali e si intrecciavano ai vigneti e agli uliveti, mentre alberi isolati punteggiavano le campagne con le loro ampie chiome.

La capacità di adattamento del fico appariva sorprendente. Vallese osserva come esso prosperasse perfino nelle cave di tufo, di carparo e di pietra leccese — le celebri tagghiate — diffuse nei dintorni di Lecce, Melpignano, Cursi e in numerosi altri centri salentini. Sul fondo di queste antiche cave, ricoperte soltanto dai detriti della pietra estratta, il fico trovava un ambiente ideale, protetto dai venti e dagli sbalzi termici, trasformando quelle profonde incisioni nel terreno in autentici “laghi di verde”, dove il fitto fogliame degli alberi sostituiva rovi e sterpaglie.

Neppure le condizioni più difficili sembravano costituire un ostacolo alla sua crescita. L’agronomo ricorda come la pianta riuscisse ad attecchire persino lungo i declivi rocciosi della costa adriatica e ionica, da Santa Cesarea Terme a Castro, da Tricase a Gagliano del Capo, insinuando le proprie radici nelle più piccole fessure della roccia calcarea. Bastava una modesta concavità contenente un poco di terra o una crepa nel banco roccioso perché il fico trovasse le condizioni necessarie per svilupparsi vigorosamente, dimostrando una straordinaria capacità di colonizzare ambienti che sarebbero risultati proibitivi per molte altre specie arboree.

Da questa diffusione capillare Vallese trae una considerazione di grande interesse storico.

Pur riconoscendo che, sotto il profilo economico, il fico occupava un posto immediatamente successivo a quello dell’olivo e della vite, egli sottolinea come, per estensione territoriale, nessun’altra coltura arborea fosse altrettanto presente nel paesaggio salentino. «Sebbene il fico come importanza colturale venga dopo l’ulivo e la vite, tuttavia come diffusione precede l’una e l’altra pianta», afferma con decisione. È una testimonianza preziosa, che restituisce l’immagine di un Salento nel quale il fico non costituiva una coltura marginale, ma un elemento essenziale del paesaggio agrario, dell’economia rurale e della stessa identità del territorio, tanto da accompagnare praticamente ogni azienda agricola e ogni famiglia contadina.

 

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