di Marcello Gaballo
Rileggere oggi, a oltre un secolo di distanza, le pagine di Ferdinando Vallese significa prendere coscienza di quanto il Salento abbia progressivamente smarrito una delle sue più antiche e importanti vocazioni agricole.
Le sue osservazioni, formulate nel 1909 con il rigore dello studioso e l’esperienza dell’agronomo, non rappresentano soltanto una preziosa testimonianza storica, ma offrono ancora oggi spunti di straordinaria attualità. Esse descrivono un territorio nel quale il fico costituiva una delle colonne portanti dell’economia rurale, una coltura perfettamente integrata nell’ambiente naturale e nella vita delle comunità contadine.
Nel corso del Novecento, tuttavia, questo patrimonio è andato progressivamente disperdendosi.
Le profonde trasformazioni economiche e sociali che hanno interessato il Mezzogiorno hanno modificato radicalmente il volto dell’agricoltura salentina. L’emigrazione verso le grandi città e l’estero ha svuotato le campagne di una parte consistente della forza lavoro; l’industrializzazione e il crescente benessere hanno cambiato le abitudini alimentari; la concorrenza di produzioni estere a basso costo ha reso sempre meno conveniente la lavorazione artigianale dei fichi secchi; l’abbandono di molte pratiche tradizionali e la progressiva specializzazione agricola hanno infine relegato la fichicoltura a un ruolo marginale. Migliaia di alberi sono stati estirpati o lasciati in completo abbandono, mentre numerose varietà locali, selezionate nel corso dei secoli dalla paziente esperienza dei contadini, hanno rischiato di scomparire definitivamente.
Eppure, proprio nel momento in cui sembrava destinata a diventare soltanto un ricordo del passato, la coltivazione del fico sta tornando a suscitare un rinnovato interesse. Le mutate sensibilità dei consumatori, sempre più orientati verso alimenti genuini, produzioni sostenibili e filiere di qualità, stanno infatti restituendo valore a colture che per lungo tempo erano state considerate superate.
Il fico possiede oggi tutte le caratteristiche richieste dall’agricoltura contemporanea: è una pianta rustica, richiede limitati apporti idrici, si adatta perfettamente ai terreni poveri e calcarei del Salento, sopporta bene gli effetti dei cambiamenti climatici e produce un frutto dalle elevate proprietà nutrizionali, facilmente trasformabile in numerose specialità gastronomiche.
A ciò si aggiunge un crescente interesse scientifico verso la tutela della biodiversità agricola.
Le numerose cultivar tradizionali salentine descritte con precisione da Vallese agli inizi del Novecento costituiscono oggi un patrimonio genetico di valore inestimabile. Molte di esse sono oggetto di studi, censimenti e programmi di conservazione promossi da istituzioni scientifiche e dalla Regione Puglia, nella consapevolezza che la salvaguardia delle varietà autoctone rappresenti non soltanto un’esigenza ambientale, ma anche una concreta opportunità economica.
Recuperare questi antichi ecotipi significa preservare sapori, profumi e caratteristiche qualitative che difficilmente potrebbero essere sostituiti da varietà commerciali standardizzate.
Le prospettive di rilancio della fichicoltura non riguardano esclusivamente la produzione del frutto fresco o dei tradizionali fichi secchi. Attorno al fico può svilupparsi una filiera agroalimentare moderna e diversificata, capace di valorizzare confetture, mostarde, dolci della tradizione, liquori, prodotti da forno, farine ottenute dai fichi essiccati e preparazioni gastronomiche innovative.
Il turismo enogastronomico, sempre più orientato alla scoperta delle identità territoriali, offre inoltre nuove opportunità di promozione attraverso percorsi esperienziali, visite nei frutteti storici, laboratori di essiccazione e degustazioni dei prodotti tipici.
Vi è poi un ulteriore aspetto che merita di essere sottolineato.
Il fico non rappresenta soltanto una coltura agricola, ma un elemento identitario del paesaggio salentino.
Per secoli ha accompagnato il lavoro dei contadini, delimitato i confini delle proprietà, ombreggiato le aie delle masserie, arricchito gli orti familiari e scandito il ritmo delle stagioni. La sua presenza appartiene alla memoria collettiva della Terra d’Otranto tanto quanto gli ulivi secolari, i vigneti e i muretti a secco. Recuperarne la coltivazione significa anche restituire armonia al paesaggio rurale, ricomponendo un mosaico agricolo che per secoli ha caratterizzato l’identità del territorio.
Le riflessioni di Ferdinando Vallese, lette alla luce delle sfide del XXI secolo, assumono quindi quasi il valore di un programma per il futuro. In un’epoca segnata dai cambiamenti climatici, dalla necessità di ridurre il consumo di acqua, dalla ricerca di produzioni sostenibili e dalla crescente domanda di alimenti salutari, il fico torna ad apparire non come una coltura del passato, ma come una possibile risorsa per il futuro dell’agricoltura salentina.
Recuperare la fichicoltura non significa indulgere in una sterile nostalgia né limitarsi a rievocare un mondo contadino ormai scomparso. Significa, piuttosto, riconoscere il valore di un patrimonio agricolo, economico e culturale costruito nell’arco di secoli, trasformandolo in un’opportunità di sviluppo per le nuove generazioni. È la dimostrazione che la tradizione, quando è fondata sulla conoscenza del territorio e sul rispetto delle sue vocazioni naturali, può ancora offrire risposte concrete alle esigenze dell’agricoltura contemporanea. In questo senso, il fico non appartiene soltanto alla storia del Salento: può ancora diventare uno dei protagonisti del suo futuro.

