di Marcello Gaballo
Nel pieno del Seicento, Nardò fu teatro di un duro scontro tra le autorità cittadine e il clero locale. All’origine del conflitto vi era una questione apparentemente economica, ma in realtà profondamente politica: il tentativo del governo cittadino di reperire nuove entrate per fronteggiare una situazione finanziaria sempre più difficile.
La vicenda emerge da una preziosa corrispondenza conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana, composta dalle lettere che il vicario generale Giovanni Granafei inviava al vescovo Fabio Chigi, il futuro papa Alessandro VII. Si tratta di documenti di straordinario interesse perché permettono di osservare dall’interno i rapporti, spesso tutt’altro che sereni, tra il potere civile e quello ecclesiastico nella Nardò del XVII secolo.
Nel 1637 la città era gravata da pesanti debiti contratti con i commissari del Regno di Napoli. Per far fronte agli interessi da pagare, i sindaci e il governo cittadino decisero di introdurre nuove gabelle sul vino, sull’olio e sul pane, beni essenziali per l’economia locale. La misura, però, rischiava di coinvolgere anche il clero e le istituzioni ecclesiastiche.
Granafei reagì immediatamente. In una lettera indirizzata al vescovo spiegava di aver già autorizzato i sacerdoti a vendere i propri prodotti senza sottostare alle nuove imposizioni fiscali: «ho dato licentia che li Preti si possano vendere le loro cose e propri vini e altre robbe senza pagar gabella alcuna».
Quando i sindaci e i membri del governo cittadino si presentarono da lui per lamentare il peso delle esenzioni concesse al clero, il vicario rispose con estrema fermezza, dichiarando che non era lecito imporre tasse «in pregiuditio dell’immunità ecclesiastica» e aggiungendo una minaccia destinata a non lasciare dubbi: «se non lasciano stare li Preti che l’escominicarò».
Non si trattava di una semplice presa di posizione personale. Nel Seicento l’immunità fiscale del clero costituiva una prerogativa giuridica che la Chiesa difendeva con grande determinazione. Le gabelle introdotte dall’Università su vino, olio e pane rischiavano infatti di colpire indirettamente anche i prodotti provenienti dalle proprietà ecclesiastiche, dalle masserie della Mensa vescovile, del Capitolo e degli stessi sacerdoti. Granafei vide dunque nell’iniziativa del Comune un pericoloso precedente e decise di contrastarla senza concessioni.
La tensione non diminuì negli anni successivi. In una lettera del 22 marzo 1639 il vicario tornava sull’argomento, elencando con precisione le nuove imposizioni stabilite dall’Università: «dui quatrari sopra il bocale del vino, dui sopra il bocale dell’oglio e dui altri sopra il rotolo del pane». Nello stesso documento ribadiva la propria determinazione a difendere i privilegi ecclesiastici, assicurando ai sacerdoti che avrebbe fatto «quanto sarà possibile e più» per la tutela dell’immunità della Chiesa. A dimostrazione della gravità della controversia, riferiva inoltre che erano stati scelti «dui deputati del Capitolo e dui del Clero» affinché potessero rappresentare ufficialmente le ragioni dell’intero corpo ecclesiastico nella vertenza contro il governo cittadino.
Nemmeno la proposta del Comune di rimborsare successivamente le somme versate convinse il vicario. Per lui il principio era chiaro: il clero non doveva contribuire alle gabelle, neppure indirettamente.
Alla controversia fiscale si aggiungeva poi un’altra questione ancora più delicata: quella delle decime. Granafei denunciava infatti il tentativo delle autorità cittadine di pretendere una quota dei raccolti provenienti dalla masseria Donna Menga, proprietà della Mensa vescovile. Il vicario rispose con estrema durezza, sostenendo che la città non solo non aveva alcun diritto a quelle entrate, ma avrebbe dovuto restituire quanto percepito indebitamente negli anni precedenti.
Dietro la disputa sulle tasse emergeva uno scontro più profondo tra due diverse concezioni del potere. Da una parte l’Università cittadina, alla ricerca di nuove risorse per fronteggiare una situazione economica difficile; dall’altra la Chiesa locale, determinata a difendere privilegi e prerogative che considerava intoccabili.
Le lettere di Granafei restituiscono così l’immagine di una Nardò attraversata da forti tensioni istituzionali, ben prima delle drammatiche vicende che avrebbero portato alla rivolta del 1647 contro il dominio feudale degli Acquaviva. In esse si intravedono già i primi segnali di quel clima di conflitto che negli anni successivi avrebbe coinvolto non solo il Comune, il Duca e il clero, ma l’intera società cittadina e lo steso Granafei.
Proprio per questo la corrispondenza tra Granafei e Fabio Chigi rappresenta una fonte di straordinaria importanza: non soltanto per la storia ecclesiastica di Nardò, ma anche per comprendere le difficoltà finanziarie, le tensioni politiche e i delicati equilibri di potere che caratterizzavano una città del Mezzogiorno nella prima metà del Seicento.

