
L’importanza economica del fico non si esauriva nella coltivazione degli alberi né nella semplice raccolta dei frutti. Al contrario, quest’ultima costituiva soltanto il primo anello di una lunga e articolata filiera produttiva che trasformava un prodotto deperibile in una merce conservabile, facilmente trasportabile e destinata ai mercati nazionali ed esteri.
La fichicoltura salentina non era dunque soltanto un’attività agricola, ma una vera industria rurale, capace di generare occupazione stagionale e di sostenere l’economia di intere comunità.
Una volta raggiunta la piena maturazione, i fichi venivano raccolti quotidianamente con grande attenzione, poiché la raccolta si protraeva per diverse settimane e richiedeva continui passaggi tra le piante.
I frutti migliori erano destinati al consumo fresco, mentre la parte più consistente del raccolto veniva avviata al processo di essiccazione, una pratica affinata nei secoli dall’esperienza contadina.
I fichi erano accuratamente selezionati, aperti o schiacciati secondo la varietà e la destinazione commerciale, disposti ordinatamente sui cannizzi – le tradizionali graticciate di canne intrecciate – ed esposti al sole per numerosi giorni.
Durante questa delicata fase dovevano essere continuamente rivoltati affinché l’essiccazione avvenisse in maniera uniforme, protetti dall’umidità notturna e dalle improvvise piogge estive, quindi sottoposti, secondo gli usi dell’epoca, a trattamenti di solforazione che ne miglioravano la conservazione e l’aspetto commerciale. Infine erano selezionati nuovamente, confezionati in collane, corone o cassette di legno e preparati per essere immessi sul mercato.
Ogni fase richiedeva un’enorme quantità di lavoro manuale. Nulla poteva essere meccanizzato e ogni operazione dipendeva dalla pazienza, dall’abilità e dall’esperienza di uomini e donne. Per questo Vallese sottolinea come la fichicoltura rappresentasse un’insostituibile fonte di occupazione per le campagne salentine, osservando che, senza questa produzione, «un numero grande di lavoratori dei campi, specialmente donne e ragazzi, rimarrebbero inoperosi dalla mietitura alla vendemmia».

Si tratta di un’affermazione di grande rilievo, perché evidenzia come la lavorazione dei fichi colmasse quel periodo dell’anno in cui i grandi lavori agricoli erano temporaneamente sospesi, garantendo un salario e un’integrazione al reddito delle famiglie contadine.
Il ruolo delle donne era particolarmente significativo.
A loro spettavano molte delle operazioni più delicate: la scelta dei frutti, la disposizione sui cannizzi, il continuo controllo dell’essiccazione, la preparazione dei fichi destinati alla farcitura con mandorle o scorze di agrumi, il confezionamento e la sistemazione nelle cassette per il commercio. Anche i ragazzi contribuivano alle diverse fasi della lavorazione, imparando fin da piccoli tecniche tramandate di generazione in generazione. L’intera famiglia contadina partecipava così ad un’attività che aveva il carattere di una vera impresa domestica, nella quale ogni componente svolgeva un ruolo preciso.
Durante i mesi estivi il paesaggio dei paesi salentini cambiava volto.
I cortili delle masserie, i terrazzi delle abitazioni, le aie e gli spazi assolati si riempivano di cannizzi ricoperti di fichi distesi al sole.
L’aria era pervasa dall’intenso profumo zuccherino dei frutti in essiccazione, mentre il continuo via vai di persone impegnate a rivoltarli o a ripararli dalle improvvise piogge costituiva uno degli aspetti più caratteristici della vita rurale.
Era un’immagine familiare che accompagnava l’estate salentina e che ancora oggi sopravvive nei ricordi degli anziani.
Attorno alla produzione dei fichi secchi si sviluppò inoltre un articolato sistema commerciale.
Nei principali centri della Terra d’Otranto operavano commercianti e mediatori che acquistavano il prodotto direttamente dai coltivatori per destinarlo ai mercati del Regno d’Italia e, soprattutto, all’esportazione.
I fichi salentini, apprezzati per la loro qualità e per l’elevato contenuto zuccherino favorito dal clima caldo e asciutto della regione, raggiungevano numerose piazze commerciali italiane ed estere, contribuendo in maniera significativa alla bilancia economica dell’agricoltura provinciale.
La fichicoltura, pertanto, non rappresentava una semplice produzione frutticola complementare all’olivicoltura e alla viticoltura, ma costituiva un autentico comparto agroalimentare ante litteram, capace di integrare agricoltura, trasformazione, commercio e occupazione. Essa dava valore non solo ai terreni, ma soprattutto al lavoro delle famiglie rurali, trasformando un frutto apparentemente semplice in una delle principali risorse economiche del Salento tra Otto e Novecento.
Oggi, in un’epoca in cui si riscoprono le produzioni tradizionali, le filiere corte e i prodotti identitari del territorio, quella straordinaria esperienza storica merita di essere conosciuta e riletta come un modello di economia agricola sostenibile, profondamente radicato nella cultura e nella civiltà contadina salentina.
Per gli articoli precedenti clicca sul link in basso:
I fichi. Il pane dei contadini – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto
