
di Marcello Gaballo
Tra gli aspetti sui quali Ferdinando Vallese insiste con maggiore convinzione vi è la straordinaria convenienza economica della coltivazione del fico, che egli considera una delle specie arboree più remunerative per l’agricoltura salentina.
In un’epoca in cui il reddito delle famiglie contadine dipendeva dalla capacità di contenere i costi di produzione e di valorizzare ogni palmo di terra, il fico offriva vantaggi difficilmente riscontrabili in altre colture tradizionali.
A differenza dell’olivo e, soprattutto, della vite, la cui impiantistica richiedeva investimenti consistenti e continue operazioni di potatura, lavorazione del terreno, concimazione e difesa fitosanitaria, il fico presentava costi di impianto decisamente più contenuti e necessitava di cure colturali relativamente modeste. La sua rusticità gli permetteva di prosperare anche in terreni poveri e sassosi, sfruttando al meglio le risorse naturali del suolo e sopportando senza particolari danni le frequenti estati siccitose del Salento.
Un altro elemento che Vallese ritiene determinante era la rapidità con cui la pianta entrava in produzione. Già al quinto o al sesto anno dall’impianto il fico era in grado di offrire raccolti soddisfacenti, consentendo al coltivatore di recuperare in tempi relativamente brevi il capitale investito. Poche altre colture arboree assicuravano un ritorno economico tanto rapido e costante, caratteristica che rendeva il fico particolarmente interessante anche per le piccole aziende agricole, prive di grandi disponibilità finanziarie.
Ma il vantaggio economico non si limitava alla sola produzione dei frutti. Vallese osserva infatti che il fico possiede un apparato radicale capace di svilupparsi in profondità, insinuandosi nelle fenditure della roccia calcarea alla ricerca dell’umidità. Questa peculiarità lascia sostanzialmente libera la parte superficiale del terreno, permettendo di praticare, soprattutto nei primi anni di vita dell’impianto, colture consociate che contribuivano ad aumentare il reddito aziendale. Tra queste l’agronomo cita la fava, il cece, il pisello, il trifoglio incarnato e numerose altre specie erbacee e leguminose che maturavano prima che la chioma del fico si espandesse completamente.
Si trattava di un sistema colturale estremamente razionale, che oggi definiremmo multifunzionale o agroforestale, ma che allora nasceva esclusivamente dall’esperienza secolare dei contadini salentini. Il medesimo appezzamento di terreno riusciva infatti a garantire due produzioni contemporanee: quella principale rappresentata dai fichi e quella secondaria costituita dalle colture erbacee, con un sensibile incremento della redditività senza aggravare significativamente i costi di gestione.
A questi vantaggi si aggiungeva una produzione generalmente regolare e sicura. Grazie alla sua elevata capacità di adattamento ai diversi tipi di suolo e alla notevole resistenza alle avversità climatiche, il fico offriva raccolti meno incerti rispetto ad altre specie fruttifere, assicurando una fonte di reddito stabile anche nelle annate caratterizzate da condizioni meteorologiche sfavorevoli. Non sorprende, pertanto, che Vallese giungesse ad affermare come soltanto il mandorlo potesse, sotto alcuni aspetti, competere con il fico sul piano della convenienza economica, pur riconoscendo a quest’ultimo una maggiore adattabilità ai terreni e una produzione generalmente più sicura.
Alla luce di queste considerazioni, la fichicoltura salentina può essere considerata un modello ante litteram di agricoltura sostenibile. Essa richiedeva un impiego limitato di risorse, valorizzava terreni marginali spesso inadatti ad altre colture intensive, consentiva la consociazione con specie erbacee, garantiva un rapido ritorno dell’investimento e produceva un alimento facilmente conservabile e commercializzabile. Un patrimonio di conoscenze agronomiche che, a oltre un secolo di distanza dalle riflessioni di Vallese, appare ancora sorprendentemente attuale e meritevole di essere riscoperto nel quadro delle moderne strategie di sviluppo dell’agricoltura mediterranea.
Per gli articoli precedenti clicca sul link in basso:
I fichi. Il pane dei contadini – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto
