di Marcello Gaballo
Tra le pagine più suggestive della monografia di Francesco Vallese vi sono certamente quelle dedicate al ruolo del fico nell’alimentazione popolare. L’agronomo non si limita a descriverne le caratteristiche botaniche o le potenzialità economiche, ma mette in evidenza il profondo valore alimentare e sociale di questo frutto, che per secoli costituì una componente essenziale della dieta delle famiglie contadine salentine.
Nelle campagne della Terra d’Otranto il fico non era considerato un semplice frutto da consumare occasionalmente, né un alimento destinato ai momenti di svago o al dessert, come avviene oggi.
Esso rappresentava un vero e proprio nutrimento quotidiano, una risorsa indispensabile durante gran parte dell’anno e, per molte famiglie, una delle principali fonti di sostentamento. La sua abbondanza nei mesi estivi e la possibilità di conservarlo mediante essiccazione ne facevano un alimento strategico nell’economia domestica, capace di integrare e talvolta sostituire altri cibi più costosi o meno disponibili.
Vallese osserva un fenomeno che oggi potrebbe apparire sorprendente: con la maturazione dei primi fichi, il consumo del pane diminuiva sensibilmente nelle case dei contadini. I fichi freschi, dolci, succosi e ricchi di sostanze nutritive, prendevano il posto di una parte consistente della razione quotidiana di pane.
L’autore afferma infatti che, dal mese di luglio fino all’autunno inoltrato, «il cibo gradito e nutritivo sia costituito per essi quasi esclusivamente dai fichi», una testimonianza che rende bene l’importanza di questo frutto nella dieta rurale.
Con la fine dell’estate entravano in scena i fichi secchi, destinati ad accompagnare l’alimentazione per tutto l’inverno. Essiccati al sole e accuratamente conservati, essi costituivano una preziosa riserva alimentare nei mesi in cui la campagna offriva minori risorse. Venivano consumati quotidianamente, spesso insieme al pane d’orzo o di grano, alle mandorle, alle noci o alle olive, formando pasti semplici ma altamente energetici. Non mancavano sulle mense delle famiglie più modeste, ma erano apprezzati anche nelle case benestanti, dove venivano serviti come frutta invernale o trasformati in preparazioni più elaborate.
Dal punto di vista nutrizionale, il fico rappresentava un alimento di eccezionale valore.
Ricco di zuccheri naturali facilmente assimilabili, di fibre, sali minerali – in particolare potassio, calcio e magnesio – e di vitamine, forniva un elevato apporto energetico indispensabile per sostenere le lunghe giornate di lavoro nei campi.
Quando ancora non esistevano gli alimenti industriali, gli integratori o le moderne conoscenze dietetiche, la tradizione contadina aveva già individuato nel fico una sorta di “alimento funzionale”, capace di coniugare gusto, conservabilità e potere nutritivo.
Non è casuale che Vallese richiami un autore dell’antichità come Marco Porcio Catone. Nel De agri cultura, il grande scrittore romano ricorda infatti che, durante il periodo della maturazione dei fichi, agli schiavi addetti ai lavori agricoli veniva ridotta la razione di pane, proprio perché essa era compensata dall’abbondante consumo dei frutti.
L’agronomo salentino vede in questa antica consuetudine una sorprendente continuità con quanto avveniva ancora nelle campagne della Terra d’Otranto all’inizio del Novecento, dove i fichi continuavano a svolgere la medesima funzione alimentare che avevano ricoperto già in epoca romana.
Un’altra osservazione di Vallese possiede un forte valore antropologico.
Egli scrive che i ragazzi attendevano con impazienza l’arrivo della stagione dei fichi e che «le loro gote, che si vanno arrotondando in quella stagione, dimostrano all’evidenza che l’attesa non è priva di fondamento».
Dietro questa immagine si cela una realtà sociale ben precisa: in famiglie spesso segnate da ristrettezze economiche e da una dieta povera, l’estate dei fichi coincideva con un periodo di maggiore disponibilità alimentare, nel quale soprattutto i bambini potevano beneficiare di un nutrimento abbondante e altamente calorico.
Il fico, dunque, non rappresentava soltanto una produzione agricola destinata al commercio, ma un autentico pilastro della civiltà contadina salentina.
Esso contribuiva a garantire la sicurezza alimentare delle famiglie, riduceva la dipendenza da altri prodotti più costosi e trasformava un frutto spontaneamente adattato al territorio in una risorsa economica e nutrizionale di primaria importanza. Non è eccessivo affermare che, per generazioni di contadini, il fico fu davvero il “pane dell’estate” e, nella sua forma essiccata, anche il “pane dell’inverno”: un alimento semplice, genuino e profondamente legato all’identità agricola del Salento, il cui valore meriterebbe oggi di essere riscoperto non solo sul piano storico, ma anche in quello culturale e alimentare.
Gli articoli precedenti li trovi qui:
I nostri fichi – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto
I fichi secchi dei botanici greci e latini – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto
I fichi, sapori d’altri tempi – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto
Una delle varietà di fichi in estinzione – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

i fichi caduti a terra venivano raccolti e seccati per poi essere venduti per fare alcol
I miei genitori avevano costruito la casa, in cui abbiamo abitato fino al 1965, su di un fondo che catastalmente era riportato come “ficheto”, così come le altre zone vicine, interessate dall’iniziale espansione di Cavallino negli anni intorno al 1950. Poco distante c’era ancora un ficheto con alberi grandi e produttivi che alcune famiglie prendevano in “affitto”, stagionalmente, per la raccolta dei deliziosi frutti, destinati al consumo fresco o all’essiccazione per il periodo invernale. Non andavano sprecati neanche quelli meno buoni, oppure caduti a terra, che venivano venduti alle distillerie allora attive a San Cesario. Ero poco più di un bambino ma questo ricordo mi è rimasto sempre impresso, così come il racconto di mio padre relativo a quando da ragazzo, figlio del capomastro, andava a lavorare sui cantieri edili e metteva nella borsa del pasto più fichi secchi di quanti ne servissero per lui, per poterne dare un po’ a qualche operaio che aveva in casa più figli da sfamare. I fichi secchi se c’era il pane erano companatico, se non c’era, erano pane loro stessi.
Belissimo articolo,grazie.
Anche noi a Curiddhu ,dove abitavamo in estate tra giugno e settembre,avevamo molti alberi di fico.In agosto quando si iniziava la raccolta ,che poi in parte venivano essiccati per essere venduti e in parte per uso personale,essiccati,cotti in forno infarciti di mandorle e conservati per l’inverno , io bambino avevo l’incarico di raccogliere ” li siccatieddhi” ,cioè quelli che cadevano a terra ,cosa che mi dava alquanto ai nervi perché ovviamente preferivo giocare.
Tutt’oggi sono ancora golosissimo di questi ” gioielli”
Complimenti vivissimi al dottissimo autore degli articoli sui ‘fichi’
francoiatta@tiscali.it