di Marcello Gaballo
Per secoli il Salento è stato conosciuto nel Mediterraneo non soltanto come la terra dell’olio e del vino, ma anche come uno dei più importanti comprensori italiani per la produzione dei fichi freschi e, soprattutto, dei fichi secchi.
Questa coltura, oggi quasi dimenticata e sopravvissuta soltanto in poche aziende agricole e nei ricordi delle generazioni più anziane, rappresentò fino alla metà del Novecento una delle attività più redditizie dell’economia rurale della Terra d’Otranto.
Attorno al fico ruotava un’intera filiera produttiva che coinvolgeva migliaia di agricoltori, braccianti, commercianti e trasformatori, contribuendo in modo determinante al sostentamento di numerose famiglie e all’esportazione di un prodotto apprezzato ben oltre i confini della regione.
Con questo articolo prende avvio una serie di contributi dedicati alla storia della fichicoltura salentina, con l’intento non soltanto di ricostruire una pagina importante della nostra economia agricola, ma anche di richiamare l’attenzione su una coltura che possiede ancora oggi enormi potenzialità.
In un momento storico in cui si guarda con crescente interesse alle produzioni tipiche, alla biodiversità, alla sostenibilità ambientale e alla valorizzazione delle varietà autoctone, il fico potrebbe infatti tornare a rappresentare una concreta opportunità di sviluppo per il territorio, recuperando una tradizione che per secoli ha caratterizzato il paesaggio e l’identità del Salento.
Come già annunciato, guida di questo percorso sarà una delle opere più complete mai dedicate all’argomento: Il Fico. Nozioni botaniche – Varietà – Coltivazione – Produzione – Disseccamento – Commercio – Avversità, pubblicata a Catania nel 1909 dall’agronomo Ferdinando Vallese, direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura per la provincia di Terra d’Otranto.

Sulla Cattedra di Agricoltura e sul prof. Vallese rimandiamo all’ottima trattazione di Armando Polito:
Il volume di Vallese, frutto di una profonda conoscenza del territorio e dell’esperienza maturata a diretto contatto con gli agricoltori salentini, costituisce ancora oggi una fonte imprescindibile per comprendere l’importanza che questa coltura rivestiva nell’economia della nostra provincia e per conoscere le numerose varietà locali, le tecniche di coltivazione, di essiccazione e di commercializzazione dei frutti.
Fin dalle prime pagine Vallese afferma con convinzione che pochi territori possiedono caratteristiche tanto favorevoli quanto quelle del Salento per la coltivazione del fico. Il clima della penisola, scrive l’autore, è «molto propizio alla coltivazione del fico e molto adatto ad un’ottima produzione», grazie alla felice combinazione di estati lunghe, calde e asciutte, inverni miti e terreni prevalentemente calcarei, capaci di offrire alla pianta le condizioni ideali per uno sviluppo vigoroso e una produzione abbondante.
Secondo Vallese, il fico non soltanto resiste alle prolungate siccità estive, ma riesce addirittura a trarne vantaggio, là dove altre colture incontrano maggiori difficoltà. Il suo apparato radicale, particolarmente robusto e profondo, si insinua nelle fenditure della roccia calcarea alla ricerca dell’umidità presente negli strati inferiori del terreno, consentendo alla pianta di superare senza particolari sofferenze anche le stagioni più aride. Una caratteristica che rendeva il fico particolarmente adatto all’ambiente salentino e che, alla luce dei cambiamenti climatici e della crescente scarsità di risorse idriche, appare oggi ancora più significativa di quanto potesse esserlo all’inizio del Novecento.
Le considerazioni di Vallese, formulate oltre cent’anni fa, conservano quindi un sorprendente valore scientifico e una straordinaria attualità. Esse dimostrano come il Salento possieda, ancora oggi, tutte le condizioni climatiche necessarie per riportare il fico al posto che gli è appartenuto per secoli: quello di una delle colture simbolo della sua agricoltura e di una risorsa capace di coniugare tradizione, sostenibilità e sviluppo economico.
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