
di Mario Colomba
Nel panorama della cultura locale, riferita al mondo delle attività artigianali, un posto di rilievo spetta alla Società Operaia di Mutuo Soccorso “G. Zuccaro”.
La produzione edilizia che si realizzava in città era oggetto di verifica e di valutazione non solo da parte degli organi istituzionali cittadini ma anche e soprattutto ad opera di quella benemerita istituzione, la Società Operaia “G. Zuccaro”, a cui, tra l’altro, va ascritto anche il merito dell’istituzione e funzionamento negli anni 50, per diversi anni, di una scuola di disegno per i ragazzi figli dei soci, che rappresentò una rara occasione di preparazione e avviamento alla formazione professionale.
La sede storica di via Vittorio Emanuele II costituiva il posto in cui giornalmente, specialmente la sera, si incontravano le maestranze in attività (muratori, falegnami, fabbri, ecc.) con i maestri più anziani ormai in pensione che operavano un commento critico di tutto ciò che si andava realizzando in città ed a cui non si sottraevano i maestri in attività; era una specie di forum permanente in cui venivano esaminate criticamente le opere in corso di esecuzione, più o meno importanti, verificando il rispetto delle regole non scritte, che da sempre avevano caratterizzato l’attività (artigianale) del costruire, e la compatibilità con l’ambiente costruito locale, esercitando così, di fatto, una sorta di controllo di qualità.
Era il luogo dove veniva esaltato lo spirito operaio, caratterizzato dal rispetto delle regole del vivere e saper vivere in società, dal senso della misura e del buon gusto, dal rispetto della persona in generale e degli anziani in particolare come depositari della conoscenza e della saggezza.
Era con questo equilibrio che spesso crescevano e si sviluppavano genialità originali che generavano rispetto, prestigio e considerazione da parte di tutti. Era in quell’ambiente e con quelle modalità che venivano verificate, ricordate e tramandate le cosiddette regole d’arte.
Sempre nell’ambito di quella coscienza critica, sarebbe stato interessante sentire il parere di quegli illustri maestri, rispetto ai cosiddetti restauri e recuperi che si vanno operando nella realtà cittadina.
Mi riferisco alla mania di stonacare le volte murarie che denota una rozza mancanza di cultura, prima di tutto perché non erano fatte per essere lasciate in vista, se non in casi particolari in cui l’intonaco non veniva eseguito soprattutto per motivi di ordine economico, come per esempio nelle volte di locali-deposito agricoli o di costruzioni di insediamenti produttivi.
Mettere a nudo una muratura, stonacandola, è come togliere la pelle ad un organismo umano per appagare la morbosa curiosità di vedere che cosa c’è sotto; è una dimostrazione di grande ignoranza sollecitata dal desiderio di ammirare la disposizione dei conci, la particolarità dell’apparecchio di una volta a squadro, non tenendo conto del massacro perpetrato alla superficie ed ai bordi dei conci squadrati con tanta cura, con la pretesa di ripristinare una sorta di sincerità di espressione, trascurando così l’effetto globale offerto da superfici piane o curve, intonacate.
Al contrario, la bellezza delle volte leccesi, specialmente di quelle a squadro, sta nella percezione della leggerezza della calotta nella sua interezza che dà l’immagine di una vela. Per non parlare poi del futuro disagio prodotto dallo spolvero del tufo che si presenta inevitabilmente nel tempo, anche a dispetto dei più dispendiosi trattamenti di consolidamento chimico.
Quegli illustri maestri che cosa avrebbero detto in generale, della stonacatura delle murature, diventate superfici scarupate, massacrate, sconnesse, spesso sottoposte a scarificazioni con l’uso della sabbiatrice, che asporta le parti più friabili, mettendo a nudo una ragnatela di “catene” che danno la sensazione di uno scheletro, unico sopravvissuto ad una distruzione?
Si eliminano così i segni del tempo, omogeneizzando e uniformando cronologicamente organismi di diversa fattura e di epoche diverse. Più che operazioni di recupero, appaiono come operazioni di antichizzazione, come è stato fatto, per un certo periodo, con mobili di nuova produzione ma “antichizzati”, ammaccati a colpi di martello per farli apparire d’epoca.
Che dire dell’orribile manìa di incavare i comenti e stuccarli in profondità come se si trattasse di murature in pietrame informe e non in conci regolarmente squadrati, perpetrando veri e propri sfregi permanenti che squalificano la cultura dell’intera cittadinanza?
Che cosa avrebbero detto i vecchi maestri del recupero di intonaci datati, che è consistito più propriamente in una rimessa a nuovo, mediante stonacatura e rifacimento del rivestimento con un intonaco realizzato con tecniche attuali e nuovi materiali che nulla hanno a che vedere con l’originale? Con l’effetto che risulta identico a quello di una nuova costruzione, distruggendo l’autenticità dell’originale.
O, da ultimo, del cosiddetto recupero del basolato del centro storico che è consistito in uno spreco di risorse, non solo inutile, ma anche dannoso, perché sono state cancellate le trame originarie, non è stata rispettata la collocazione anche di basoli di piccole dimensioni per la differenziazione delle tipologie dei percorsi e soprattutto perché è stato ricollocato in opera con tecniche che nulla hanno a che vedere con le tradizionali regole d’arte.
Credo che avrebbero avuto molto altro da dire proprio sull’abuso nell’utilizzo della locuzione “a regola d’arte”. Infatti, la prescrizione “a regola d’arte”, riportata anche nei capitolati d’appalto di lavori pubblici e privati, appare del tutto velleitaria, corrispondente più che altro ad una sorta di astratto cerimoniale imposto spesso con leggerezza da chi, millantando competenze autoreferenziali, non ne conosce neanche il significato .
Sembra incredibile constatare come nella nostra collettività sia svanito lo spirito critico, l’esigenza del confronto delle idee e della discussione leale, la conoscenza e l’apprezzamento del bello, dell’eleganza e della correttezza formale! Appare evidente come tutto sia stato ingoiato dalla palude del conformismo più squallido e retrivo, animato unicamente dalla ricerca di facili condiscendenze per non scontentare nessuno.
Ora, se la rispettabilità di una persona fisica discende dalla qualità e importanza delle sue attività pregresse, non si può analogamente disconoscere la rispettabilità di una persona giuridica come la Società operaia “G. Zuccaro”, proprio per l’incidenza culturale che ha determinato con l’attività dei suoi soci nell’ambiente cittadino, per aver manifestato attaccamento e rispetto per i valori fondanti della società civile moderna: solidarietà, rettitudine morale, competenza professionale, rispetto delle opinioni altrui, ricerca costante di nuove occasioni di crescita e sviluppo fondati sul lavoro e sul sacrificio personale, rispetto dei pareri delle autorità costituite nella contestuale salvaguardia delle libertà democratiche, senso del dovere oltre a consapevolezza dei diritti, riconoscimento del merito come sicura discriminante nella gerarchia sociale.
Tutto questo ed altro ancora costituisce di per sé un monumento che deve continuare ad essere di riferimento per trasferire alle nuove generazioni modelli di comportamento che sono stati oggetto di orgoglio e distinzione per chi ci ha preceduto e per chi ne alimenta e conserva le tradizioni.
