Le antiche cave di macine nella marina di Corsano

Marina di Corsano, localizzazione delle cave

 

di Pierluigi Cazzato

Di sicuro pochi tra i turisti che ogni estate affollano i lidi del Salento conoscono la località di Funnuvojere nella marina di Corsano, e sono certo che anche tra i “salentini doc” non sono molti coloro i quali hanno avuto l’opportunità di visitare questo piccolo ed impervio tratto di costa rocciosa. Vuoi per la scogliera quasi tutta a picco sul mare, vuoi per l’assenza di baie che facilitano la balneazione, la zona è poco frequentata anche in estate, rimanendo così al di fuori dei circuiti turistici più rinomati; ciò le permette di conservare ancora oggi gran parte delle sue bellezze naturali e paesaggistiche, seppur la pressione dell’uomo inizia a farsi sentire.

I più assidui frequentatori di Funnuvojere sono sicuramente i corsanesi, nella stagione calda per godere delle sue acque limpide, durante il resto dell’anno per dedicarsi alla passione della pesca o solo per contemplare l’incantevole paesaggio marino. Ma anche tra i locali, non in tanti sanno che questo luogo così ameno conserva i resti archeologici di alcune cave di macine, testimonianza dell’antica e operosa presenza dell’uomo sul litorale corsanese.

 

Se si ha la ventura di capitare nella marina di Corsano, basta inoltrarsi lungo l’unica strada carreggiabile e fermarsi, dopo poche centinaia di metri, nei pressi del cartello che indica la località di Mazzacane, una piccola punta rocciosa che si protende verso il mare, un esiguo pezzo di costa fatto di scogli appuntiti e di radi cespugli di macchia mediterranea [foto 1].

località Mazzacane

 

Anche se non si conosce il posto, con un po’ di fortuna si riesce a trovare il sentiero che, facendosi largo tra le rocce, conduce verso il mare; dall’alto appare subito evidente una leggera depressione del banco roccioso e, avvicinandosi, non è difficile accorgersi che si tratta di una serie di fosse che incidono in profondità la scogliera.

2. Conca in località Mazzacane

 

Queste concavità, denominate conche1 nel dialetto locale [foto 2], ad un osservatore distratto, possono sembrare di origine naturale, ma dei piccoli indizi suggeriscono che le cose non stanno affatto così. Innanzi tutto, il fondo delle buche presenta numerose incisioni perfettamente circolari che ricoprono ampi tratti del piano di calpestio e, in misura minore, delle pareti verticali [foto 3-4]; inoltre in diversi punti si notano alcuni accumuli di pietrisco e di massi più grandi [foto 5]. In realtà, ci troviamo di fronte ai segni lasciati dall’intensa attività dell’uomo che, in tempi passati, ha utilizzato questo lembo di costa come cava di macine.

3. incisioni circolari

 

4.incisioni circolari su parete

 

5. accumulo di detriti

 

Le cave

Dal punto di vista geomorfologico, la maggior parte della costa corsanese è costituita da uno strato superficiale di calcareniti (calcareniti del Salento), abbastanza tenere e adatte ad essere lavorate, che poggia su di una piattaforma di calcare più duro e compatto; la calcarenite si presenta di colore scuro (grigio antracite) distinguendosi dai calcari sottostanti più chiari (grigio, bianco). Il litorale corsanese è caratterizzato da ampi tratti di costa bassa, in cui gli strati di roccia digradano in obliquo verso il mare, ai quali si alternano alte falesie a picco sul mare.

Nella zona di Mazzacane2 gli strati di roccia calcarenitica di colore scuro, di cui sono ben visibili i piani di sedimentazione, si dispongono in senso obliquo rispetto al livello marino dando luogo ad una superfice relativamente regolare [foto 6-7]. Queste caratteristiche della scogliera hanno favorito la coltivazione di un’antica cava di macine che si estende, in modo discontinuo ed irregolare, su un’area di circa 8000 m2.

6. la scogliera di Mazzacane

 

7. piani di sedimentazione

 

8. Mazzacane, la fossa principale

 

L’area di scavo è costituita da una fossa principale di grande estensione [foto 8], alla quale si affiancano diverse conche più piccole; il letto di cava si presenta su vari livelli e la profondità massima dello scavo è di circa 3,5 m.

Come già detto, sul piano di calpestio e sulle pareti delle fosse ci sono evidenti segni di estrazione di dischi di pietra, queste incisioni sulla roccia hanno tutte la stessa dimensione (diametro 60 cm circa) e si dispongono in modo irregolare sfruttando al meglio la morfologia della superficie rocciosa [foto 9-10].

9. letto di cava

 

10. incisioni circolari

 

Si presume che la tecnica di estrazione delle macine fosse quella standard. Essa implicava una tagliata perimetrale realizzata tramite un piccone (in alcuni punti è ancora visibile il solco circolare dello spessore di 5 cm circa) [foto 11], e lo scalzamento della base utilizzando cunei metallici o in legno (anche i segni di tali utensili restano ancora visibili sulla roccia) [foto 12-13]; in alcuni casi il lavoro procedeva per letti di cava, ossia sfruttando i piani naturali di sedimentazione della roccia, in questo modo bastava utilizzare la punta del piccone per staccare il blocco dal banco roccioso3.

11. particolare del solco lasciato dal piccone

 

12. segni dei cunei

 

13. segni dei cunei

 

14. resti di macine

 

Tuttavia l’operazione di distacco non sempre aveva esiti positivi, a Mazzacane per esempio si possono ancora vedere i resti di alcune macine che si sono rotte durante la fase di stacco [foto 14]. Una volta cavato, il disco di pietra era ancora allo stato grezzo, veniva dunque sgrossato e rifinito in loco prima di essere trasportato verso la sua destinazione; gli accumuli di pietrisco che si notano in diversi punti della cava si sono probabilmente formati con gli scarti di questa operazione.

Alla fine del processo la macina ottenuta doveva misurare 45-50 cm di diametro e circa 10-15 cm di spessore. Per la movimentazione dei dischi venivano usati probabilmente dei piccoli argani o altre macchine in legno. In vari punti della scogliera, infatti, si notano degli incassi quadrangolari o circolari che servivano ad alloggiare i sostegni di tali strumentazioni (e/o di passerelle in legno che facilitavano il trasporto del materiale lapideo, e/o di strutture che fungevano da riparo dal sole cocente e dalle intemperie) [foto 15].

15. buche di palo

 

Il trasporto del prodotto finito avveniva via mare, forse su imbarcazioni simili a zatteroni. Le barche caricavano il materiale lapideo direttamente sulla linea di costa dove era stata creata una piattaforma, oggi sommersa, dal piano regolare, una sorta di banchina funzionale alle operazioni di carico.

L’area di coltivazione, tuttavia, non si limita solo a questa località, infatti, circa un centinaio di metri più a meridione, incontriamo la zona denominata Varchiceddha, una piccola rientranza della costa dove si vedono chiaramente le tracce lasciate dagli antichi cavatori. In questo punto la scogliera è più alta (20 m s.l.m.) rispetto a Mazzacane [foto 16], l’area di scavo risulta alquanto limitata (circa 500 m2) e si concentra intorno ad una piccola insenatura sub-rettangolare (20 x 10 m circa) [foto 17-18].

16. falesia della Varchiceddha vista da sud

 

17. Varchiceddha, insenatura scavata

 

18 Varchiceddha, insenatura vista da sud

 

19. incisioni (6-8 m s.l.m.)

 

Pare evidente come questo incavo sia stato modellato dall’uomo, infatti sulle alte pareti verticali (lo scavo ha una profondità di una dozzina di metri) si vedono chiaramente i segni di estrazione dei dischi in pietra [foto 19]. Il suo fondo si trova pochi centimetri sotto il pelo dell’acqua; in epoca antica, quando il livello del mare era più basso, probabilmente esso fungeva da banchina per il carico [foto 20].

20. banchina sommersa

 

Accanto si trova una seconda scavo di dimensioni minori che ha una profondità di 5-6 m, questa fossa, caratterizzata dalle solite incisioni circolari, è stata in seguito probabilmente riutilizzata come vasca per la produzione del sale [foto 21].

21. salina

 

Il versante meridionale dell’altura della Varchiceddha è caratterizzato da un’alta falesia (un decina di metri) ai piedi della quale si trovano degli enormi massi che presentano i soliti segni circolari lasciati dal piccone [foto 22-23]. Forse questi grandi blocchi sono stati staccati dalla parete sfruttando le fessure naturali della roccia e una volta venuti giù sono stati utilizzati per ricavarne i dischi di pietra o, più probabilmente, si tratta di stacchi accidentali avvenuti durante le operazioni di cava. Nei pressi vi è una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana (vojuru4) che poteva servire da riserva idrica per gli operai della cava.

22. massi ai piedi della falesia

 

23. masso, particolare

 

Poco più a sud, in località Funnuvojere si trova una terza area di scavo, quella di maggiore estensione, la cui coltivazione si estende verso meridione per poco meno di 200 m coprendo un’area di circa un ettaro [foto 24].

24. Funnuvojere

 

Oltre a diverse fosse abbastanza profonde (il fronte di cava raggiunge in alcuni punti i 4 m), in questo settore quasi l’intera superficie della scogliera mostra i segni dell’attività estrattiva. Anche qui l’attività di estrazione si è sviluppata sia in verticale, dando origine alle numerose conche che punteggiano la zona [foto 25], sia in orizzontale, lasciando sulle pareti i caratteristici segni circolari [foto 26].

25. Funnuvojere, fossa di cava

 

26 segni di estrazione su parete

 

Lungo la linea di costa, sono presenti diverse piccole calette scavate nella roccia che rendevano più agevole il carico del materiale lapideo sulle barche da trasporto [foto 27]; in particolare in un punto, si trova un largo spiazzo dal fondo spianato e sul suo lato orientale si aprono due accessi al mare, in uno di essi si vedono due scalini intagliati nella roccia [foto 28-29].

27. caletta scavata nella roccia

 

28. caletta

 

29. caletta, particolare dei gradini

 

Nel suo settore più meridionale, la cava raggiunge la larghezza massima di una cinquantina di metri, in questa zona la profondità della scavo principale è di circa 4-5 m [foto 30-31-32].

30. Funnuvojere, settore meridionale

 

31. settore meridionale

 

32. fronte di cava

 

L’ampia e profonda depressione che si apre nella scogliera indica che qui l’attività dei cavatori è stata più intensa e sistematica, prolungandosi per un buon lasso di tempo. Probabilmente si tratta della coltivazione più antica, caratterizzata da una grande quantità di accumuli di pietrisco [foto 33] e da un graffito inciso su una delle sue pareti (un semicerchio tagliato in due da una linea verticale) [foto 34-35]. Anche in questa zona le buche create dal lavoro dei cavatori sono state riutilizzate in seguito come saline [foto 36-37].

33. accumuli di pietrisco

 

34. graffito

 

35. graffito

 

36. salina

 

37. vasca per la produzione del sale

 

Le cave costiere nel Mediterraneo

Lo sfruttamento delle cave costiere è stato un fenomeno alquanto diffuso sin dalla più remota antichità. Il trasporto per via fluviale e marittima di merci pesanti, come potevano essere i blocchi di pietra utilizzati in edilizia, era meno oneroso rispetto a quello via terra, per questo motivo in passato si prediligeva cavare lungo le rive dei fiumi o in prossimità delle coste.

Anche nel Salento troviamo diversi esempi di questo tipo di siti di estrazione. Prendendo in esame il tratto di litorale a nord di Funnuvojere, nello specifico il tratto di costa che va da Marina Serra a Santa Cesarea, ad esempio, si contano circa una dozzina di cave di pietra.

Lo strato superficiale di rocce calcarenitiche che caratterizza ampie zone del litorale adriatico è stato sfruttato per la produzione di materiale da costruzione per un lungo arco di tempo: si hanno testimonianze che partono dall’età ellenistica (da Porto Miggiano vengono i grossi blocchi utilizzati nella costruzione delle antiche mura di Castro, databili tra il IV e il II secolo a. C.), passando per il Rinascimento (ad esempio le cave di Marina Serra utilizzate per la realizzazione della vicina torre cinquecentesca), per arrivare fino al secolo scorso (come le coltivazioni di Santa Cesarea e Porto Tricase che sono servite all’edilizia privata a cavallo tra Ottocento e Novecento)5.

Le cave costiere di macine, allo stesso modo, sono testimoniate in tutto il bacino del Mediterraneo, dalla penisola iberica alle coste mediorientali; in Italia si trovano diversi esempi in Sardegna, Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Per lo più si tratta di cave dove si estraevano grandi macine (oltre 1 m di diametro) che venivano usate nei mulini o nei frantoi; in genere esse vengono datate tra il Basso Medioevo e il XVIII secolo6.

Nel Salento meridionale è documentato il sito di Porto Miggiano [foto 38], dove si estraevano dei dischi di pietra molto simili a quelli di Corsano; anche in questa località marina sono visibili circa un centinaio di stacchi circolari, con diametro di 60-70cm e spessore di 20-30cm7, leggermente più grandi rispetto a quelli della cava corsanese [foto 39-40]. I due siti di estrazione di macine hanno delle altre caratteristiche in comune, lo stesso tipo di calcarenite e l’identica tecnica di estrazione. Tuttavia a Porto Miggiano i segni degli stacchi si trovano solo sul fondo della cava, mentre sono del tutto assenti sulle pareti. La datazione della cava di Porto Miggiano è incerta, probabilmente è di alcuni secoli posteriore alla prima fase di utilizzo di età ellenistica (IV – II secolo a. C.).

39. Porto Miggiano, incisioni

 

40 Porto Miggiano, incisioni

 

Di recente ho potuto rilevare un’altra coltivazione di macine in pietra presso Marina di Marittima (in località Porticelli, poco più a sud dell’insenatura dell’Acquaviva) [foto 41].

41. Marina di Marittima, località Ponticelli

 

42. località Ponticelli, piccola cava
43 località Ponticelli, particolare

 

L’estensione della cava è esigua, si contano poche piccole fosse caratterizzate dalle classiche incisioni circolari e da accumuli di pietrisco [foto 42]. Le dimensioni degli stacchi in questo caso sono del tutto sovrapponibili a quelle che abbiamo potuto riscontrare a Funnuvojere e Mazzacane: diametro di 60cm circa, spessore 10-15cm [foto 43]. Vista l’esiguità dello scavo, si può ipotizzare che in questa località siano state estratte al massimo alcune centinaia di dischi litici, tuttavia l’area in questione ha subito delle evidenti trasformazioni negli ultimi anni (costruzione di lidi balneari a pochi metri dalla battigia con varie passerelle in cemento direttamente sulla scogliera) perciò non si esclude che la coltivazione in origine potesse essere più estesa.

 

Un tentativo di datazione

Con i dati in nostro possesso proviamo ora a fare alcune ipotesi circa la datazione delle cave di Funnuvojere e Mazzacane.

La prima evidenza che balza subito agli occhi è la grande quantità di manufatti che sono stati prodotti nel sito corsanese. Come si è visto, le cave si sviluppano, in modo discontinuo, su circa due ettari di scogliera e sono costituite da grandi fosse che raggiungono la profondità di diversi metri (alcuni fronti di cava superano i 4 m d’altezza); se i nostri calcoli sono giusti, in tutta l’area sottoposta ad indagine sono state cavate diverse decine di migliaia di macine; a ciò si aggiunga che si tratta di una produzione alquanto standardizzata visto che le dimensioni degli stacchi nei vari settori delle cave sono sempre uguali.

Si tratta sicuramente di un numero troppo elevato di manufatti per pensare che questi prodotti avessero diffusione solo in ambito locale. Si deve invece supporre che fossero commerciati su ampia scala, presumibilmente lungo le principali rotte marittime del Mediterraneo.

Dunque pare lecito affermare che le cave corsanesi furono in uso in un periodo in cui il commercio via mare era in piena efficienza, epoca in cui il territorio del Salento meridionale era inserito nella rete degli scambi mediterranei.

Si può dunque ipotizzare che il loro sfruttamento sia da collocare in età romana, quando il Salento era al centro delle rotte navali che collegavano l’Impero d’Oriente a quello d’Occidente, all’epoca in cui i porti di Brindisi e Otranto erano degli importanti snodi della rete commerciale romana. Immaginiamo che le macine cavate nella marina di Corsano, una volta caricate su piccole imbarcazioni, fossero destinate proprio al porto idruntino e che da qui potessero raggiungere destinazioni ben più lontane.

A sostegno di questa ipotesi si possono prendere in considerazione le dimensioni dei manufatti corsanesi che sono quelle tipiche delle macine del mondo romano, in cui si utilizzavano macine a mano di tipo rotatorio, con diametro compreso tra i 25 e 40 cm, o quelle leggermente più grandi, diametro 45-80 cm, che richiedevano l’uso della forza animale8.

Altro elemento a favore della nostra supposizione è il livello del mare.

Visto che le banchine di carico attualmente sono sommerse, è logico pensare che all’epoca del loro utilizzo il livello delle acque fosse molto più basso, almeno di un paio di metri.

Da alcuni studi condotti sulla costa brindisina9 risulta che in età tardo repubblicana (I secolo a. C.) il mare stazionava fino a -2,5 m rispetto alla sua posizione attuale, per poi risalire in epoca imperiale e tardo antica; l’innalzamento delle acque si è protratto in epoca medievale e moderna fino a raggiungere il livello odierno.

Se gli stessi parametri sono validi anche per le coste del Salento meridionale, è ragionevole pensare che le cave di Funnuvojere e Mazzacane siano state in uso all’incirca nella prima metà del I millennio d. C.

In assenza di un’indagine archeologica sistematica, tuttavia, la nostra rimane solo un’ipotesi plausibile e la datazione dell’opera resta incerta visto che i materiali ceramici più antichi rinvenuti nel sito sono di epoca basso-medievale e moderna (in realtà i frammenti fittili identificabili sono pochissimi).

 

Le saline

Come abbiamo visto, una volta terminata l’attività di estrazione delle macine, alcune delle fosse scavate nella scogliera, di solito nei punti più nascosti e al riparo dagli sguardi indiscreti, sono state riutilizzate come vasche per la produzione del sale [foto 44-45].

44. saline

 

45. vasca per la produzione del sale

 

Il fondo e le pareti di queste vasche sono ricoperte da una spessa patina bianca, forse il residuo della calce che serviva a impermeabilizzare le buche per la raccolta [foto 46].

46. vasca per la produzione del sale

 

Qui i corsanesi hanno prodotto il sale in maniera clandestina fino alla metà del secolo scorso, ancora vive sono nei racconti dei più anziani le gesta dei contrabbandieri di Corsano e della guerra che avevano ingaggiato con i finanzieri i quali davano loro la caccia: inseguimenti notturni tra gli scogli, zuffe, scontri a mano armata e oscuri fatti di sangue sono le caratteristiche salienti di queste storie che ancora oggi si tramandano oralmente.

Tra l’altro, tradizione vuole che il nomignolo comunemente affibbiato agli abitanti di Corsano sia carcagni tosti (calcagna dure) e che esso tragga origine dall’abitudine dei corsanesi di sgambettare a piedi nudi tra gli impervi tratturi costieri, magari sotto le schioppettate di qualche solerte milite della Guardia di Finanza.

L’attività di produrre il sale sulla costa corsanese risale almeno alla fine del Medioevo: nel 1496 l’università di Tricase fa richiesta al re Federico d’Aragona di “tumuli vinti di sale per l’anno, che se li possa pigliare da la marina di Corsano” da poter destinare a favore dei frati del convento tricasino di San Domenico10.

Per quanto riguarda il contrabbando del sale, invece, la prima testimonianza risale all’inizio del XIX secolo.

La notizia si trova nelle pagine dell’Arditi secondo il quale una parte consistente degli abitanti di Corsano “profitta della vicinanza del mare e si addice al contrabbando del sale, per lo chè vengono spesso a botte co’ Doganieri, e nel 13 luglio 1841 vi fu sangue e morte di costoro, per cui se ne immischiò la giustizia, e seguirono condanne di ferri e di reclusione”; inoltre anche le donne corsanesi “fanno anch’esse da contrabbandiere, anzi riescono, forse più ardite e destre degli uomini”11.

Il litorale corsanese e il sistema delle vie del sale

 

Conclusioni

Le evidenti tracce di attività umane lungo il breve tratto di costa corsanese sono una chiara testimonianza dell’intenso rapporto intercorso nel passato tra gli abitanti di Corsano e il mare, e va, in parte, a ridimensionare quella vecchia vulgata che voleva le genti salentine rifugiate nell’entroterra, per secoli lontane e quasi separate dal litorale infestato dai pirati saraceni.

Nella marina corsanese la presenza umana ha profondamente modificato e modellato il paesaggio costiero. La frequentazione dell’uomo è stata abituale e assidua per lunghi periodi di tempo come risulta evidente dal sistema di tratturi e sentieri che ancora caratterizza questo territorio, le così dette “vie del sale”.

Il sistema si compone essenzialmente di due tratturi che corrono parallelamente alla linea di costa: il primo, distante pochi metri dal mare, parte dalla località Guardiola e porta fino a Marina di Tiggiano; il secondo, invece, è posizionato sul ciglio della serra di Corsano e domina il litorale (circa 130 m s. l. m.), partendo da Torre Specchia Grande proseguendo per poco più di un chilometro verso nord.

Questi due sentieri sono intersecati da tre discese a mare, o scale, che dall’alto della serra portano fino alla linea di costa, da nord verso sud abbiamo: Scalamasciu, Scalaprevula e Scalamunte. L’articolato sistema di sentieri era funzionale a garantire il pieno controllo del litorale ma altresì assicurava il completo accesso al mare alle persone e agli animali che le accompagnavano; in età moderna, e fino a pochi decenni addietro, esso è stato usato da contrabbandieri di sale, da pastori con le proprie greggi, da pescatori e persino da quei tenaci e laboriosi contadini che si sono azzardati a coltivare le scoscese pendici della serra.

Probabilmente in passato questa rete di tratturi era ancora più articolata, Quel che ne resta, per fortuna, viene tutelato e reso fruibile dall’ente Parco Otranto-Tricase-S. Maria di Leuca; in questo modo i vecchi sentieri hanno ripreso vita e oggi sono frequentati da un buon numero di escursionisti ed amanti della natura, una forma di “turismo lento” che ben si addice alle caratteristiche di questo territorio.

Un augurio che facciamo è che il sistema delle cave e delle saline di Corsano venga opportunamente integrato e valorizzato all’interno di questi percorsi turistici e ciò permetta di conservare le bellezze paesaggistiche e le testimonianze storiche del nostro litorale.

Cave costiere tra S. Cesarea Terme e la marina di Corasano (scala 1 a 100.000)

 

Note

1 Nel dialetto locale il termine utilizzato è appunto conca, di cui il Rohlfs dà le seguenti traduzioni: conca, buca, pozza o vasca d’acqua, conca di terreno (cfr. G. Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini, Martina Franca (Ta) 2007, p. 159).

2 Suggestivo appare l’etimo di questo toponimo, secondo il Rohlfs (Ibidem, p. 328) il termine mazzacane (nel dialetto brindisino) o mazzachene (nel tarantino) indica una grossa pietra capace di “ammazzare un cane”. Il filologo tedesco riporta anche la voce ammazza-cane (Ibidem, p. 42) presente nel dialetto leccese e che si riferisce alla pianta velenosa del colchico d’autunno o falso zafferano (colchicum autumnale); tuttavia questa pianta cresce nelle radure boschive, nei prati e nei luoghi umidi, un habitat non compatibile con il litorale salentino.

3 G. Scardozzi, Costruire il santuario di Atena: lo sfruttamento delle cave di calcarenite, in “Athenaion” Tarantini, messapi e altri nel santuario di Athena a Castro, a cura di F. D’Andria, E. Degl’Innocenti, M. P. Caggia, T. Ismaelli, L. Mancini, Catalogo della mostra, Bari 2023, pp. 176-177.

4 G. Rohlfs, Vocabolario dei … cit., p. 819. I corsanesi chiamano questo tipo di cavità anche con il nome di votunu.

5 G. Scardozzi, Costruire il… cit., pp. 173-179.  

6 R. Auriemma, V. Lo Presti, F. Antonioli, A. Ronchitelli, G. Scicchitano, C. Spampinato, M. Anzidei, L. Ferranti, C. Monaco, G. Mastronuzzi, S. Agizza, Cave costiere di macine in Italia: nuove evidenze e ipotesi di cronologia, in Anejo de Archivo Espanol de Arqueologia LXIX, Merida 2014,  pp. 251-270; V. Lo Presti, F. Antonioli, R. Auriemma, A. Ronchitelli, G. Scicchitano, C. Spampinato, M. Anzidei, S. Agizza, A. Benini, L. Ferranti, M. Gasparo Monticelli, C. Giarrusso, G. Mastronuzzi, C. Monaco, A. Porqueddu, Millestone coastal quarries of the Mediterranean: a new class seal level indicator, in Quaternary International 332, 2014, pp. 126-142; F. A. Cuteri, M. T. Iannelli, S. Mariottini, Cave costiere in Calabria tra Jonio e Tirreno, in A. M. Stagno (a cura di) Montagne incise. Pietre incise. Archeologia delle risorse nella montagna mediterranea, Atti del Convegno (Borzonasca 20-22 ottobre 2011), Archeologia Postmedievale 17, Firenze 2013, pp.95-104. La datazione di questi siti archeologici rimane alquanto problematica, soprattutto in assenza di scavi sistematici. Il sito ben conservato di Molare di Scario (Sa) è l’unico per il quale abbiamo una datazione certa, lo scavo ha restituito materiali databili tra il XVI e il XVII secolo.

7 G. Scardozzi, Costruire il… cit., p. 178.  

8 F. Antonioli, N. Mourtzas, M. Anzidei, R. Auriemma, E. Galili, E. Kolaiti, V. Lo Presti, G. Mastronuzzi, G. Scicchitano, C. Spampinato, M. Vacchi, A. Vecchio, Millestone quarries along the Mediterranean coast: Chronology, morphological variability and relationships witha past sea levels, in Quaternary International 439, Part A, 2017, pp. 102-116. Probabilmente i dischi estratti da Funnuvojere erano destinati alla costruzione di macine rotanti manuali (quelle che Catone definisce molae manuariae o hispaniensis), costituite da due pietre appaiate, concava quella inferiore (meta) e convessa la superiore (catillus); le due parti erano tenute insieme da un perno ligneo che le attraversava al centro mentre un timone orizzontale serviva a far girare la pietra superiore; la macinazione avveniva per sfregamento (cfr. P. Braconi, Le conquiste dell’agricoltura, in Machina Tecnologia dell’antica Roma, Catalogo della mostra, Roma 2010, p. 201).

9 T. Scarano, R. Auriemma, G. Mastronuzzi, P. Sansò, L’archeologia del paesaggio costiero e la ricostruzione delle trasformazioni ambientali: gli insediamenti di Torre Santa Susanna e Torre Guaceto (Carovigno, Br), in Monitoraggio costiero Mediterraneo: problematiche e tecniche di misura, Proocedings of the 2nd International Conference (Napoli 4-6 giugno 2008), Firenze 2008, pp. 391-402.

10 A. Perotti, Storie e storielle di Puglia, Bari 1923, p. 230.

11 G. Arditi, La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, Lecce, 1885, pp. 161-162.

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