«Ah ‘ddha mammana ca tisse criscìmulu».
Un antico modo di dire salentino che affonda le radici nell’antichità classica
di Marcello Gaballo
Tra le tante espressioni del dialetto salentino ormai scomparse dall’uso quotidiano, ve n’è una che merita di essere ricordata non soltanto per la sua efficacia popolare, ma anche per l’insospettabile bagaglio storico che custodisce.
Gli anziani erano soliti apostrofare un bambino particolarmente irrequieto, capriccioso o indisciplinato con una frase che oggi difficilmente si ascolta ancora:
«Ah ‘ddha mammana ca tisse criscìmulu!»
Letteralmente: «Guai a quell’ostetrica che disse: lasciamolo crescere!».
L’espressione veniva pronunciata quasi con tono di rimprovero scherzoso, come se la responsabilità del carattere difficile del ragazzo ricadesse addirittura sulla levatrice che, al momento della nascita, aveva consentito che quel neonato venisse allevato e raggiungesse l’età adulta. Era una battuta colorita, spesso accompagnata da sorrisi e gesti eloquenti, che serviva a sottolineare quanto quel bambino fosse diventato ingestibile o combinasse continuamente guai.
Questo antico modo di dire mi è stato recentemente ricordato dal professor Luigi Pinelli, originario di Nardò e per molti anni docente di Latino e Greco presso il Liceo Classico di Manduria. Proprio grazie alla sua formazione classica emerge un aspetto particolarmente interessante: dietro questa espressione apparentemente semplice si nasconde una concezione della nascita e dell’infanzia che affonda le proprie radici in epoche remotissime.
Per comprenderne il significato più profondo occorre infatti tornare all’antica Grecia e all’antica Roma, dove la vita del neonato non era sempre considerata inviolabile come avviene oggi.
Nella società greca, soprattutto a Sparta, era diffusa la convinzione che i bambini nati con malformazioni fisiche o ritenuti inadatti alla vita comunitaria dovessero essere eliminati. Le fonti antiche raccontano che gli anziani della città esaminassero i neonati e decidessero se fossero abbastanza robusti da essere allevati. Coloro che non superavano questo giudizio venivano abbandonati in luoghi isolati, esposti alle intemperie e destinati a morire.
Anche nel mondo romano il destino del neonato dipendeva in larga misura dalla volontà del padre. Alla nascita il bambino veniva deposto ai suoi piedi; se il padre lo sollevava da terra, lo riconosceva come figlio e ne accettava l’ingresso nella famiglia. In caso contrario, il piccolo poteva essere esposto all’aperto e abbandonato. Tale pratica, nota come expositio, era giuridicamente tollerata e veniva applicata soprattutto nei confronti dei bambini deformi, dei figli illegittimi o semplicemente di quelli che la famiglia riteneva di non poter mantenere.
A noi uomini del XXI secolo queste consuetudini appaiono crudeli, disumane e persino incomprensibili. Eppure esse furono considerate normali per secoli in società che pure produssero straordinarie opere d’arte, filosofia e diritto. Soltanto con la progressiva diffusione del Cristianesimo si affermò una diversa concezione della dignità della persona, secondo la quale ogni vita umana, indipendentemente dalle condizioni fisiche o sociali, possiede un valore intrinseco e merita tutela.
Alla luce di questo contesto storico, l’espressione dialettale acquista una profondità del tutto nuova. Dietro la bonaria lamentela rivolta al bambino capriccioso sembra infatti sopravvivere, ormai svuotata della sua originaria drammaticità, l’antichissima idea secondo cui, alla nascita, qualcuno dovesse decidere se il neonato meritasse di essere allevato oppure no.
Naturalmente nessuno degli anziani che pronunciavano quella frase pensava realmente a tali pratiche. L’espressione era ormai diventata una semplice battuta popolare, utilizzata con affetto e ironia. Tuttavia il linguaggio conserva spesso tracce di mentalità e comportamenti antichissimi, anche quando il loro significato originario è stato dimenticato da generazioni.
È proprio questo il fascino dei modi di dire tradizionali: essi non sono soltanto parole, ma piccoli fossili della memoria collettiva. Nel loro lessico si conservano frammenti di storia, credenze, paure e modi di vivere che altrimenti andrebbero perduti.


Nell’antica Grecia va distinta la pratica a seconda delle poleis di cui si parla.
Diversamente da Sparta, si usava a Tebe, dove, per legge era vietata ektesis, e nel caso la famiglia non era in condizione di allevarlo, si preoccupava il governo della polis (città stato).