I duchi D’Aquino e la loro opera a favore della religione in Casarano

di Rocco Severino De Micheli

 

Lucrezia Filomarino (?-1622) fu signora di Casarano dal 1563. Alla sua morte la baronia di Casarano passò ai Di Capua e da questi venduta nel 1637 a Bartolomeo D’Aquino (1609-1658), ricchissimo commerciante e finanziere napoletano.

Bartolomeo il 10.1.1642 vendette i casali di Casarano e Casaranello al nipote Matteo D’Aquino (1610-1643), figlio del fratello Giacomo.

A Matteo e alla moglie Giovanna Carafa nacque il figlio Antonio, (1642-1690) e con questi il feudo baronale di Casarano fu elevato al rango di Ducato, con diploma del re di Spagna Filippo IV, datato 1.3.1654. Matteo senior, pertanto, è identificato come primo duca di Casarano.

Per la verità, p. Chetry, sostiene che ancor prima del riconoscimento ufficiale, Antonio D’Aquino si autodefiniva già duca di Casarano (vanità!?).

 

Reperendo notizie, spesso frammentarie, ho cercato di redigere una cronotassi dei duchi, non certamente esaustiva:

1° Duca dal 10.11.1637 (confermato il 16-5-1642),

Don Matteo senior (+ 30-6-1643)

00 il  27-2-1629 con Giovanna Carafa, figlia di Girolamo dei Conti di Molise, Patrizio Napoletano (+ 18-8-1687).

 

2° Duca dal 1643

Don Antonio (+  a Casarano 22-11-1681)

00 a Matino il 1-3-1663 con donna Giovanna del Tufo, figlia di Ascanio 1° Marchese di Matino e della Nobile Antonia Guarini

 

3° Duca dal 1681

Don Matteo junior  (1643-1704)

00 il 1-6-1680 con donna Giulia Basurto, figlia di don Francesco 3° Duca di Alliste e di Antonia Beltrano dei Conti  di Mesagne

 

4° Duca dal 1704

Don Giacinto (* 25.4.1682 + 21 maggio 1730 (il 17-11-1723 vende il ducato di Casarano, mantenendone il titolo, e la terra di Casaranello, 00 il 2-1-1712 con  Giulia Belli, ( + marzo 1768) figlia di Cesare e di Raimondina Lubelli

 

5° Duca dal 1730

Don Giacomo (* Napoli 30-4-1718 +26-10-1788),  00 nel 1762 con Giuseppina Mitrovich (sino al 1764)

00 il 15-3-1780 con Beatrice Sersale, figlia del Marchese Onofrio, Patrizio Napoletano e di Lucrezia Capuano (+ 31-12-1786), già vedova di Don Giuseppe Domenico Gallone 5° Principe di Tricase.

 

6° Duca dal 1788

Don Emanuele ( Casarano 13.10.1724 + 10-10-1794)

00 il 18-5-1785 con Doristella Messanelli dei Normanni, figlia di Giuseppe, Marchese di Latiano, e di  Gaetana Pallavicini.

 

7° Duca dal 1794

Don Antonio (* Casarano 20-7-1786 + 21-8-1832)

 

8°Duca (duchessa) dal 1832

Donna Giulia D’Aquino (* 4-10-1792 + 25-12-1854),

00 il 4-10-1820 con Filippo Santomango

Ho cercato di enunciare cronologicamente le loro azioni in paese a favore del culto cristiano, dal 1637 sino alla fine della loro influenza sul territorio, molto spesso compiute per tramite di loro amministratori in loco. Come prima azione intrapresero la ricostruzione e l’ammodernamento dell’antica chiesa della Madonna della Campana sulla quale godevano dello “ius patronatus” in quanto era una cappellania laicale.

il millesimo sulla volta

 

Il millesimo (16 48) che si scorge sulla volta dipinta con motivo di mattoni, è sicuramente l’anno di ultimazione dei lavori di ricostruzione della chiesetta.

Antonio Chetry, nel suo quaderno dedicato alla chiesa, si chiede: “Forse la costruzione era stata iniziata nel 1642, ma poi la si sospese, ovvero progrediva a rilento, per mancanza di fondi?” (1)  e ancora, in un altro passo, afferma:  “Dunque la chiesa della Campana nel 1644 minacciava di crollare”. (2)

Da questa affermazione si può dedurre che l’anno 1648 è realmente l’anno di ultimazione dei lavori di ricostruzione benché egli stesso aggiunge che il vescovo Girolamo de Coris nella visita pastorale del 27 ottobre 1657 scrisse: “La chiesa è meravigliosamente ingrandita, e ricostruita quasi dalle fondamenta, grazie alla pietà dei fedeli del luogo e col contributo di altri.”, sottintendendo che era stata ultimata da pochissimo tempo. (3)

Tuttavia, a prescindere da una datazione precisa, di difficile determinazione, l’incipit dell’ammodernamento della chiesa è senza dubbio attribuibile a uno dei duchi D’Aquino, probabilmente Matteo senior.

Sicuramente pensarono anche all’arredo della chiesa e ad affrescarla ed è possibile che nei primi anni del 1650 i feudatari commissionarono il quadro dedicato a San Antonio di Padova, quello posizionato come pala del secondo altare, lato nord, ancor prima che fosse costruito l’altare principale, che oggi possiamo vedere.

quadro di San Antonio

 

La tela di cm. 166×247 risulta dipinta da Pompeo Caracciolo nel 1651, così come si evince dalla firma apposta in basso a sinistra della stessa.

Nel paesaggio illustrato spicca la peculiarità napoletana con un’insenatura marina e un albero in quinta prospettica.

la firma sulla tela

 

Del pittore (1620-?), di scuola caravaggesca, figlio del più famoso Giambattista Caracciolo (Battistello) (1578-1635), ho trovato un’opera del 1645 conservata nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Sorrento

e un’altra sul web presso una casa d’asta.

Del nostro quadro nessuno ha mai fatto menzione prima del 24.1.1711 data in cui il vescovo Sanfelice, nella sua visita pastorale, definisce l’opera “egregiamente dipinta” e, ovviamente, nessuno sino ad oggi avrebbe potuto attribuirlo a Pompeo Caracciolo dal momento che la firma è venuta fuori nel 2023, durante il suo restauro.

Ai D’Aquino si deve l’erezione dell’altare maggiore del 1656 (6) e

l’altare maggiore

 

lo si evince dalla corona ducale, sostenuta da due angeli, sulla nicchia ottagonale, contenente l’antica lastra di pietra dipinta con la Vergine e il Bambino,

la nicchia

 

oltre che dai due paggetti che nella sommità dell’altare, uno per lato, sostengono gli stemmi dei medesimi signori sormontati dalla corona ducale. (7)

uno dei due stemmi

 

il secondo stemma

 

Dal 1669 al 1699 don Matteo junior (3° duca) e sua moglie Giulia Basurto avendo a loro servizio alcuni schiavi, anche per mancanza di prole, si prodigarono alla loro conversione dall’islamismo al cattolicesimo, attribuendo a tutti il cognome D’Aquino durante il battesimo.

In genere, l’attribuzione del proprio cognome ai servi era un modo di fare di tutti i feudatari, non certamente per affetto.

Nel 1676 completarono la costruzione della chiesa dedicata a San Tommaso, (oggi intitolata a San Domenico di Guzmàn); l’epigrafe sul frontone ce lo conferma: “Aquinates leones fortes Dei culto Aquino Soli sacrum erexere delubrum 1676”, ovvero, “I leoni aquinati, forti nel culto di Dio, questo sacro tempio all’Astro D’Aquino nel 1676”. “Leones” è riferibile ai leoni rampanti presenti nello stemma araldico.(5)

il frontone di San Domenico

 

Tra il 1712 e il 1730  Giacinto D’Aquino (4° duca) insieme alla moglie Giulia Belli, donarono alla Chiesa Matrice un quadro, ora custodito nell’ufficio del parroco, raffigurante la “Presentazione di Maria al Tempio” e contenente il loro stemma gentilizio.

https://www.fondazioneterradotranto.it/2026/02/10/un-equivoco-iconografico-settecentesco-a-casarano/

(l’occasione è propizia per affermare che delle due ipotesi allora formulate circa il duca donante, in seguito ad ulteriori nuovi elementi, sia io sia il co-autore Fabio Cavallo, propendiamo per l’attribuzione della predetta donazione al duca Giacinto e sua moglie).

Poi ancora, nel 1751, un altro Matteo D’Aquino (abate e arcidiacono) si fece carico dell’ampliamento e abbellimento della Congrega dell’Immacolata (4).

https://www.fondazioneterradotranto.it/2026/05/13/matteo-daquino-sacerdote-illuminista-di-casarano/

 

Il 10.4.1782 Giacomo D’Aquino (5° duca), grande devoto a San Giovanni Elemosiniere patrono di Casarano, fu il destinatario di una lettera scrittagli dal sacerdote casaranese  don Felice Lezzi con la quale il religioso, intessendone le lodi, fece menzione, tra l’altro, della stampa di moltissime immagini di San Giovanni, commissionate a suo tempo dal nobile.

Lettera di don Felice Lezzi al duca D’Aquino tratta dal libro di don Raffaele Martina “Vita di S. Giovanni Elemosiniere” – 1986

 

L’ultimo discendente in linea maschile dei D’Aquino, prima dell’eversione della feudalitaà del 1806, fu don Emanuele (7° duca) che morì nel 1794.

Del titolo di duca e duchessa di Casarano se ne fece ancora uso con i Messanelli (per via della moglie Doristella) e con i Marulli D’Ascoli sino al secolo scorso (vedasi il seguente link).

https://www.carusa.it/SCRITTI/1598/Index.htm

 

La sequela delle azioni pro-religione sembrerebbe terminata, ma vi è ancora il “dulcis”, ossia l’arrivo a Casarano da Venezia di una reliquia insigne del patrono San Giovanni Elemosiniere consistente nel dito pollice della mano destra, per interessamento e intercessione di don Augusto Luigi Vittorio Aymè D’Aquino, primo segretario dell’ambasciata di Francia a Torino, discendente dei predetti duchi per ramo materno. La reliquia, concessa dal patriarca Aurelio Mutti, fu portata a Casarano il 25 ottobre 1853. (8)

Concludo dicendo, entrando nel venale, ma senza alcuna polemica, che quest’ultima azione rappresentò una sorta di riparazione finale dei D’Aquino verso la cittadina sottomessa, dopo che per oltre due secoli del loro signoraggio essi ebbero esatto dai contadini e dagli artigiani le decime sui loro prodotti, azione portata avanti cavillosamente per alcuni decenni oltre la data di abolizione della feudalità.

 

Note

1)Antonio Chetry, “Spigolature Casaranesi” quaderno III – La Madonna della Campana, pag. 26

2) Ibidem;

3) Ibidem, pag. 27;

4) Fabio Cavallo, “Matteo D’Aquino, sacerdote illuminista di Casarano”, di recente pubblicazione su F.T.d’O;

5) Graziuso, Panarese, Pisanò “Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Maglie, Casarano” 1994, p.121;

6) Gino Pisanò, “Restauri filologici. “Due iscrizioni latine dei secc. XVII-XVIII a Casarano” in “Il Bardo” – Copertino 1996, p. 5 (l’autore ritiene che l’anno 1692 riportato nel cartiglio del fastigio dell’altare sia errato in seguito ad un restauro);

7) Dallo stemma (rosso e azzurro) posto a sud furono mutuati i colori sociali della squadra di calcio cittadina.

8) Salvatore Pino, “Casarano e il suo Patrono”, Edizioni Salento Nostro, Lecce 1974.

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