BRINDISI NEL SEICENTO: LO STATO DELLE DIFESE TRA DOCUMENTI E CARTOGRAFIA DI GISOLFO
I MANOSCRITTI CONSERVATI PRESSO LA VENERANDA BIBLIOTECA AMBROSIANA
di Vito Ruggiero
Un prezioso materiale cartografico della prima metà del Seicento relativo alla città di Brindisi è conservato presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano. Riporto in seguito le immagini (figure 1,2,3) e le informazioni ricevute dalla biblioteca milanese, con successivi approfondimenti da me svolti su questa poco nota raccolta di carte che ben descrivono le fortificazioni militari ed il porto della città di Brindisi intorno alla metà del XVII secolo.


Figura 2 – Brindisi, Forte a Mare e Castello Alfonsino – O. A. Gisolfo, 1650 – Veneranda Biblioteca Ambrosiana Milano ms. S144 sup, f. 131
L’insieme della documentazione esaminata consiste in tre tavole (una per il porto e la città ed altre due per i castelli di terra e di mare) corredate da una relazione manoscritta di sette pagine.

La documentazione è raccolta e catalogata alla segnatura S144 sup. negli archivi della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, fondata nel 1607 dal Cardinale Federico Borromeo, tra le prime al mondo ad aprire le sue porte a chiunque sapesse leggere e scrivere e tra le più ricche d’Europa in quanto a manoscritti conservati, definita da Galileo Galilei “…l’eroica et immortal libreria.”
In queste brevi note non farò commenti o interpretazioni particolari in riferimento alle poco note immagini e forse inedite informazioni storiche manoscritte sulla città, il porto e le fortificazioni di Brindisi che questi preziosi documenti possono senz’altro suscitare. Lascio agli storici ed agli studiosi di architettura militare della città questa parte. L’obiettivo di queste pagine è invece quello di mettere in ordine e trasmettere le informazioni che ho raccolto in merito a quanto disponibile nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana ed a quanto successivamente ricavato da specifiche ricerche di approfondimento.
La segnatura S 144 sup. corrisponde ad una raccolta fattizia di carte (III, 207, I) di diversa epoca e dimensioni, contenenti scritti e disegni di fortificazione e arte militari. Questi documenti giunsero in Ambrosiana nel 1830 come porzione del lascito di Francesco Bernardino Ferrari (1).
Francesco Bernardino Ferrari, Milano 1744-1821, fu ingegnere civile e idraulico, architetto accademico clementino, accademico delle scienze di Bologna e di Siena, ma soprattutto storico dell’architettura e dell’ingegneria (Treccani). Fu autore della Raccolta Ferrari, opera monumentale realizzata dal 1810 al 1819 contenente disegni e documenti di architetti e ingegneri attivi nel Ducato di Milano dal XVI al XIX secolo. I documenti più antichi furono a lui trasmessi dal padre che a sua volta li aveva ottenuti dal Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano ed oggi sono quasi tutti conservati nella Biblioteca Ambrosiana.
Le dimensioni delle carte per le quali ho richiesto fotoriproduzione digitale risultano le seguenti:
- 131 mm 418 x 560; Forte dentro al mare del porto di Brindese;
- 131A mm 335 x 470; Pianta della città de Brindesi;
- 132 mm 340 x 235 (475 se comprendiamo la metà bianca del bifolio); Castello di terra de Brindesi (pianta);
- 127-130 mm 305 x 212; una relazione ufficiale circa le fortificazioni della città.
A seguito di specifica richiesta e di successivi studi non sono riuscito a reperire bibliografia recente sui disegni e sul testo manoscritto di mio interesse sopra elencati. La biblioteca milanese informa che sulla raccolta S 144 sup. le informazioni di carattere descrittivo nell’insieme rimangono quelle del datatissimo Codici Ambrosiani di contenuto geografico (2) di P. Revelli (figura 4).
Nella nota introduttiva Revelli afferma che “la presente « Nota » dimostra l’opportunità d’una ricerca estesa alla totalità dei codici (nell’ampio senso del termine) conservati in una delle biblioteche d’Europa notoriamente più ricche di manoscritti, allo scopo di stabilire l’entità e la natura dell’elemento geografico in essi contenuto; chiarisce i criteri adottati nella compilazione d’un Catalogo al riguardo; spiega come siano raggruppate le notizie che integrano la descrizione e la illustrazione dei singoli codici; accenna a risultati raggiunti, e ai mezzi più idonei a lumeggiare, mediante il coordinamento internazionale del relativo lavoro, la particolare importanza di alcuni codici; ricorda, infine, i nomi di quanti diedero un qualche concorso alla compilazione del Catalogo, voluto e promosso dal più insigne Prefetto dell’Ambrosiana. »

Ho chiesto anche informazioni in merito alla datazione dei documenti, che non si evince dalla documentazione ricevuta, e mi è stato riferito che sul recto del f. 126, che faceva da camicia per il plico dei testi e disegni, è presente l’indicazione: “1650 – Regno di Napoli”. La data va bene per il tipo di scrittura e, come vedremo, è in linea con i contenuti de I Codici Ambrosiani, ma non risultano ulteriori informazioni in merito alla precisa datazione.
Oltre alle descrizioni de I Codici Ambrosiani l’unica bibliografia che sono in grado di citare è quella relativa alla pubblicazione delle immagini di alcuni dei disegni di Gisolfo (il porto e il Castello Alfonsino), con i relativi riferimenti alla raccolta, da parte di F. Adele Fiadino nell’ambito del suo saggio I porti delle province pugliesi tra Settecento e Ottocento (3), successivamente riprese da Nazareno Valente in un dettagliato ed accurato articolo sulla storia del porto di Brindisi pubblicato in più parti sul sito Fondazione Terra D’Otranto (4), grazie al quale ho appunto appreso dell’esistenza di questi documenti.
Sono dunque andato alla ricerca dei I Codici Ambrosiani di contenuto geografico, di Revelli che ho potuto consultare presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
All’interno dei codici (pag.151) le segnature: S. 126-138, 140-147, 150-156 [Sup.] sono descritte come “[…] ampia raccolta di documenti manoscritti in italiano, latino e spagnolo., del sec. XV-XIX, relativi in massima parte a canali e fiumi del Ducato di Milano e alla descrizione dei dintorni di Milano [….]. Vi sono, inoltre, documenti varii e carte corografiche e tipografiche relativi al Piemonte, al corso del Po e alla Liguria [….] e a Terra d’Otranto (S. 144, f. 126 r.-147 v. Relazione ufficiale sulle fortezze di Brindisi e Terra d’Otranto, dettata anteriormente al 1650, da un DE GALIENO v GRANULLES: carte dell’ing. HONOFRIO ANTONIO GHISOLFI, con diciture italiane). Qua e là qualche stampa. Dono di Bernardino Ferrario (1830) […] “.
Revelli evidenzia quindi dapprima un lungo elenco di dati corografici e topografici dell’ampia raccolta accennando a nomi di luogo e di persona (in massima parte di ingegneri e cartografi), a cui seguono poi dati relativi a fortificazioni, come Asti, Lecco, Milano, Lodi, Guastalla, Cremona, Pavia, Vigevano, Novara, Voghera, Alessandria, Tortona, Vercelli.
A seguire si fa riferimento (pag. 152) alle “[…] Fortezze di frontiera dello Stato di Milano [relazione ufficiale al Governatore: 15 giugno 1602]. Piazze dello Stato di Milano [31 ott. 1634]; Piazze principali dello Stato di Milano [1687], Lecco; Piazze del Regno di Napoli [1650?] Portolongone [Is. d’Elba: 1652]: Gaspare Berretta, Granulle e Gisolfi o Ghisolfi [già ricordati], Lorini (S. 144); vi sono, a f. 131-147, le carte seguenti, a colori: «Forte dentro al Mare del Porto de Brindese» [Brindisi]: cm. 56,4 x 42; «Pianta della Città de Brindes»: 46,4 x 33,6; «Castello di terra de Brindesi»: 47,2 x 34; «Castello de Lecce»: 47 x 34,5; Castello et Città d’Otranto [Otranto]: 43,6 x 33,7; «Città et Castello de Gallipoli»: 50,4 x 42,1; «Città et Castello de Taranto»: 46,8 x 33 (S. 144).” Si hanno infine dati relativi a Piemonte e Borgogna, Castel Lambro, Savonese, Fiume Seveso, Dintorni di Milano, etc. (pag. 153).
Ricostruito il contesto e la collocazione delle carte di Brindisi all’interno di questa raccolta, ho quindi posto la mia attenzione alla relazione manoscritta in spagnolo riportata su sette pagine (f. 127-130 mm 305 x 212) circa le fortificazioni della città, con a seguire la traduzione ottenuta grazie all’ausilio dell’intelligenza artificiale, che ovviamente andrebbe rivista e confermata. Certamente possono esserci errori nella traduzione che segue, forse anche grossolani, ma lo scopo è esclusivamente quello di ricavare il contesto ed il contenuto generale delle sette pagine manoscritte che accompagnano i disegni di Gisolfo. Per questo scopo il livello di traduzione ottenuto a mio avviso è più che soddisfacente.

Riporto sotto la sola prima pagina della relazione manoscritta (figura 5), per dare l’idea del tipo di documento redatto in spagnolo e a seguire la traduzione competa delle sette pagine.
“Sua Eccellenza mi ha ordinato di procedere alla visita dei castelli, delle torri e delle mura delle città della Provincia di Terra d’Otranto, per provvedere a ciò di cui avessero necessità. Dichiaro, Signore, che avendo iniziato l’ispezione dalla città di Ostuni, proseguendo per quella di Brindisi fino a quella di Taranto — ultima tappa della mia visita — li ho trovati nelle condizioni descritte in questa relazione. Ho fatto eseguire le riparazioni e i preparativi bellici più urgenti e necessari, attraverso i quali Sua Eccellenza potrà comprendere la spesa che è stata effettuata per gli interventi nei castelli, nelle città e nelle torri, sia per le opere murarie sia per gli altri armamenti di guerra e per la loro difesa. Insieme alla presente si inviano le piante dei castelli e delle città costiere, redatte dall’ingegnere Onofrio Antonio Gisolfo (qui allegate), il quale è venuto per ordine di Sua Eccellenza in mia compagnia; in esse si osserva la forma che presentano e i restauri di cui hanno avuto bisogno. Allo stesso modo, si includono le rassegne che ho effettuato dei soldati dei castelli, del Battaglione, della Cavalleria della Saqueta e dei terrazzani abili alle armi.
La modalità della visita è stata via terra; a tal fine partii da questa città di Napoli il giorno due del mese di febbraio e, essendo rientrato in essa il giorno ventiquattro del mese di aprile, riporto quanto segue.
Visitai la città di Ostuni, distante quattro miglia dalla costa, e trovai la muraglia crollata in molti punti e il fossato colmo di terra, tanto che per i vari punti in cui si poteva salire e scendere la città appariva quasi priva di difesa.
Ho fatto stanziare una somma di cinquecento ducati per la riparazione della muraglia e per l’acquisto di quattro quintali di polvere da sparo, quattro di miccia e due di piombo, con i quali la città resta rifornita di munizioni, sebbene manchino i pezzi d’artiglieria.
Diedi ordine al Governatore per l’esecuzione di tutto quanto sopra.
Ho effettuato la rassegna dei soldati del Battaglione della città e, allo schieramento, se ne sono trovati 158 con le loro armi; ne mancavano alcuni e ordinai al sindaco e agli eletti di completare il numero legale.
Ho effettuato la rassegna delle compagnie a cavallo della Saqueta.
Allo stesso modo ho censito la gente del luogo e ne ho trovati 800 in grado di imbracciare le armi, di cui 200 dotati di armi da fuoco.
Giunsi nella città di Brindisi e feci la rassegna al Castello di Mare; trovai il Luogotenente con 12 posti per ufficiali e 72 soldati. Tra loro vi sono 20 moschettieri in soprannumero; poiché molti tra i componenti del presidio erano malati, ho fatto arruolare 21 soldati figli di ufficiali e soldati per ripristinare l’ordine, essendo questa una piazzaforte così grande. Conviene al servizio di Sua Maestà che vi siano continuamente 200 soldati, dato che, essendo il porto di così grande importanza, qualsiasi grande flotta potrebbe trovarvi ancoraggio.
Si trovano sulle mura 14 artiglieri, sebbene per i 33 pezzi di artiglieria che possiede detto forte, tra grandi e piccoli, ne sarebbero necessari altrettanti.
Tra questi pezzi vi è un cannone rotto e un sacre [tipo di cannone leggero] e alcuni sono senza affusti, che sarà necessario inviare da Napoli. La sua dotazione dovrebbe essere di 60 pezzi. Il Signor Duca di Ossuna prelevò quelli che mancano.
Vi sono 29 moschetti e 68 archibugi, ma tutti inutilizzabili se non vengono riparati, e ne occorrerebbero fino a 200.
Picche 85, alcune senza la punta di ferro e altre tarlate, ne occorrerebbero altre 500. Non c’è uno stendardo e si potrebbe issarne uno. [Il forte] dispone di una fregata con sette marinai per il servizio del forte che si trova annesso al suddetto castello, poiché è isolato, distante due miglia dalla città, e fa la guardia all’imboccatura del porto.
Ho ispezionato le munizioni e sono conformi alla dotazione e ben conservate, fatta eccezione per una parte della polvere da sparo che conviene rigenerare; inoltre saranno necessari altri cinquanta quintali di polvere; Vostra Maestà ha ordinato che questi siano consegnati al Partitario di Barletta, e io ho dato ordine che provvedesse subito a rifornire detto forte di tale quantità.
Ho provveduto [a prelevare] dal Castello di Lecce 1330 palle di ferro da 7 a 8 libbre di cui il suddetto forte [di Brindisi] aveva necessità, e poiché in quel medesimo Castello [di Lecce] non vi erano pezzi [d’artiglieria] con calibro adatto a tali palle.
Ho ispezionato la muraglia e ho fatto rifare il pavimento della Piazza d’Armi della cortina che guarda verso l’Isola, il quale era consumato dalle acque piovane e non permetteva di manovrare l’artiglieria; e oltre al danno che causava, quella medesima cortina correva il pericolo di crollare.
Ho fatto sistemare il condotto dell’acqua per le cisterne e riparare le mura del castello di detto forte, erose dal mare, che minacciavano rovina.
Visitai il Castello di Terra della suddetta città di Brindisi e trovai il Castellano e il Luogotenente con dieci posti di stato maggiore e 24 soldati.
Alla rassegna si trovarono 3 artiglieri.
Ispezionai i viveri e le munizioni di guerra e risultano conformi alla dotazione.
[Il castello] possiede 12 pezzi d’artiglieria, alcuni dei quali privi di affusti (casse) e ruote, che sarà necessario inviare da Napoli.
Ho ispezionato la muraglia e ho fatto innalzare un parapetto su una cortina che guarda verso terra sopra la “porta falsa”, e ho fatto costruire tre scale affinché la ronda possa camminare lungo il perimetro.
Ho fatto ricostruire un tratto di muraglia erosa dal mare nella parte bassa della marina e ho fatto sistemare il ponte levatoio; tutta la spesa citata per i lavori del forte e per il castello fu appaltata all’estinzione della candela per la somma di 462 ducati e due tarì.
Ho ispezionato le mura della suddetta città di Brindisi e ho trovato i “cavalieri” [strutture difensive elevate] e le cortine che guardano verso terra, tutte crollate e senza parapetti, tanto che vi si poteva salire da qualsiasi parte; ho ordinato di rifare quattro delle più necessarie, scavando il fossato in alcune parti e innalzando i parapetti lungo tutto il recinto della parte di terra; e [ho ordinato di] erigere una “Mezza Luna” [fortificazione a forma di mezzaluna] presso la Porta di Lecce, che sorveglia la campana e l’ultima parte del porto, che si sta ostruendo interamente di fango e terra, e ne risentono anche i cittadini.
Ho fatto stanziare una somma di millecinquecento ducati per comprare dieci quintali di polvere da sparo, venti di miccia e quattro di piombo.
Diedi ordine per l’esecuzione di tutto al Governatore della suddetta città.
Effettuai la rassegna della gente del Battaglione e allo schieramento si presentarono in armi 184 uomini; ne mancavano alcuni e ordinai al Sindaco e agli Eletti di completare il numero.
Effettuai la rassegna della Cavalleria della Saqueta e sfilarono in 50.
Allo stesso modo ho censito la gente del luogo e ne ho trovati mille in grado di imbracciare le armi, di cui 200 dotati di armi da fuoco.
[La città] dispone di 12 pezzi d’artiglieria con il suo capitano e tre artiglieri.
[La città] non possiede armi da fuoco.
E avendo anche ispezionato via mare il suddetto porto, trovai che nella zona in cui si trova la “Catena” [lo sbarramento del porto], era così pieno di sabbia che quasi non si poteva raggiungere la città; ciò a causa dei vascelli che arrivano per caricare mercanzie e scaricano la zavorra. Per ovviare a questo inconveniente, ho fatto emanare un bando con gravi pene affinché nessun bastimento, di qualunque tipo, scarichi detta zavorra nel porto, bensì la deponga sulla riva del mare con le scialuppe; in questo modo il porto si manterrà pulito per diverso tempo.
Nel distretto della marina di Brindisi sono state visitate tutte le torri e sono state riparate quelle che ne avevano maggiore necessità, come il Castello di Villanova, la Torre di Santa Sabina e la Torre del Cavallo; il restauro delle quali fu appaltato all’estinzione della candela per centodieci ducati.”
Fermo restando le imprecisioni e probabilmente gli errori dovuti ad una trascrizione e traduzione piuttosto rapida ed affidata quasi interamente all’intelligenza artificiale, il contesto generale è certamente molto chiaro, ed offre informazioni storiche di grande rilievo: si tratta di un documento militare e amministrativo volto a descrivere e garantire una serie di interventi necessari per la difesa delle coste contro possibili attacchi (probabilmente ottomani o comunque legati alle tensioni del periodo storico). Ovviamente, ogni specifico studio di approfondimento su parti specifiche di quanto trascritto e tradotto richiederebbe necessariamente un’accurata ed esperta verifica della grafia del manoscritto e della sua traduzione. Mi scuso con i lettori se non ho potuto farlo io in questa occasione, ritenendo comunque più che accettabile il risultato conseguito per gli scopi prefissati.
Da quanto indicato da Revelli nei codici Ambrosiani, sembrerebbe che il documento manoscritto sia stato redatto da DE GALIENO v GRANULLES, che avrebbe viaggiato in Terra d’Otranto per quasi tre mesi (dal 2 febbraio al 24 aprile di un anno imprecisato ma sicuramente precedente al 1650) al fianco di HONOFRIO ANTONIO GHISOLFI, come indicato nei codici, che possiamo anche identificare come Onofrio Antonio Gisolfo (Revelli lo chiama anche Gisolfi o Ghisolfi), ossia colui che ha realizzato e firmato le tavole con i tre disegni.
Non sono riuscito a reperire informazioni di accesso immediato su De Galieno v Granulles, e sarebbe necessario un approfondimento per questo, a partire dallo studio degli altri manoscritti della stessa raccolta presso la biblioteca di Milano, ma appare chiaro che doveva trattarsi di un ispettore o di un ufficiale militare incaricato dal Vicereame di relazionare ed intervenire sulle difese militari del regno. Per effettuare ciò il viceré chiese il supporto dell’ingegnere Onofrio Antonio Gisolfo, del quale possono invece reperirsi maggiori notizie.
Gisolfo è stato un importante ingegnere militare e civile del Viceregno di Napoli attivo nella prima metà del XVII secolo. Aspirò a lungo alla prestigiosa carica di Ingegnere Maggiore del Regno avendone anche fatta richiesta nel 1643. La sua carriera fu segnata da accese rivalità. È noto il suo scontro con l’architetto e ingegnere Cosimo Fanzago; quest’ultimo, grazie all’appoggio del re Filippo IV, riuscì a soffiargli la nomina a Ingegnere Maggiore, un episodio descritto dalle cronache dell’epoca come uno “sgambetto ignobile” ai danni di Gisolfo. Su questo tema troviamo interessanti approfondimenti in un saggio della già citata F. A. Fiadino (5), che fa emergere come Gisolfo ebbe la carica di Ingegnere maggiore del Regno di Napoli dal 1643 fino al 1647 circa, e non fino alla sua morte nel 1656 come sostenuto da altri studiosi, in quanto fu appunto sostituito da Cosimo Fanzago in un controverso avvicendamento.
Professionista rigoroso, impegnato nella complessa macchina amministrativa e difensiva spagnola, Gisolfo fu coinvolto nella progettazione e nel consolidamento di diverse opere difensive nel Mezzogiorno cominciando a lavorare per il viceré di Napoli già dai primi anni della sua carriera. Sin dal 1620 era stato nominato Aiutante dell’Ingegnere Maggiore (Giulio Cesare Fontana). Per il viceré duca Medina de Las Torres (in carica dal 1636 al 1644) si era occupato delle fortificazioni del regno, raggiungendo l’apice della sua carriera con la nomina a Ingegnere Maggiore del Regno di Napoli da parte di Filippo IV nel 1643. È in questo periodo che probabilmente Gisolfo eseguì i disegni che abbiamo esaminato. La carica durò però solo fino a poco oltre il 1645, perché gli venne revocato il privilegio (non senza ricorsi da parte di Gisolfo) a favore di Cosimo Fanzago.
Il suo nome è anche legato ai lavori di ammodernamento e completamento del Forte a Mare di Brindisi (parte del complesso del Castello Alfonsino). Si occupò inoltre di opere idrauliche e civili necessarie alla gestione del territorio e delle acque nella capitale e nelle province.
Il tono del rapporto manoscritto, indirizzato a Sua Eccellenza e relativo alla descrizione del sistema difensivo della città di Brindisi è critico, quasi impietoso: l’autore evidenzia una grave carenza di soldati e munizioni, sottolineando come la guarnigione sia insufficiente per una piazzaforte di tale importanza strategica. L’autore avverte il Re che il porto di Brindisi è “di tanta considerazione” che una flotta nemica potrebbe attraccarvi facilmente se non adeguatamente difesa.
Se la grafia e la traduzione non ingannano, viene citato il Duca di Ossuna (Viceré di Napoli tra il 1616 e il 1620), colpevole di aver rimosso parte dei cannoni della città, lasciando la dotazione a metà (33 pezzi invece dei 60 previsti). La situazione dello stato degli armamenti è descritta in totale abbandono: armi da fuoco inutilizzabili e picche marce o senza punta. Insufficiente anche la polvere da sparo. Insomma, un insieme di strutture difensive inefficiente e certamente non all’altezza di un porto di tale importanza, come chiaramente affermato nel manoscritto.
Si fa poi riferimento al Castello di Mare, il Castello Alfonsino sull’isola di Sant’Andrea, con la citazione sul deterioramento della Piazza d’Armi dovuto alla pioggia e all’erosione marina, che impedivano lo spostamento dei cannoni. Successivamente l’ispettore sposta l’attenzione dal Castello di Mare sull’isola, al Castello di Terra e alle mura della città stessa.
Anche qui il quadro che emerge è desolante: mura crollate e difese così degradate che “chiunque potrebbe scalarle senza sforzo”. Viene evidenziato che gli appalti dei lavori di restauro venivano assegnati tramite il metodo dell’”estinzione della candela”, sistema in uso all’epoca che prevedeva che l’aggiudicazione avvenisse a favore di chi effettuava l’offerta migliore, e si perfezionava quando la candela in uso si spegneva completamente senza che nessuno avesse rilanciato in ribasso.
La frase “por qualquiera parte se podria subir” evidenzia che le mura cittadine non offrivano più alcuna protezione reale contro una scalata nemica, evidenziando una inquietante vulnerabilità ed evidente stato di abbandono.
In buona parte infatti la mure non esistevano più, ed erano in parzialmente sostituite da terrapieni e “fascine” (soluzione rapida ed economica consistente in fasci di rami o legna legati insieme con la funzione di armatura interna per sostenere la terra e impedire che franasse), come si evince dall’indicazione alla fine della legenda (lettera L) “il dato di rosso sono le muraglie che oggi di stanno di fab.ca et il rimanente sono acomodate di Terra e fascine”. L’indicazione “di fabrica” era probabilmente messa per indicare le fatture in muratura (come indicato anche per Ponte Piccolo e Ponte Grande con la lettera G), a differenza di quelle in terra e fasci di legna.
Anche la legenda (figura 6) relativa alla pianta del porto e della città ci viene certamente incontro a comprendere meglio i dettagli descritti nel manoscritto, rendendoci una immagine generale delle difese a mio parere molto completa.

Figura 6 – Brindisi, pianta della città e del porto – O. A. Gisolfo, 1650 – Veneranda Biblioteca Ambrosiana Milano, ms. S144 sup, f. 131 A – Particolare LEGENDA
L’autore conclude l’ispezione di Brindisi descrivendo gli ultimi lavori di fortificazione e il censimento delle forze armate locali (milizie e cittadini). Si nota lo sforzo per rendere la città di nuovo difendibile attraverso nuove strutture come una “Mezza Luna”. Viene infatti citata esplicitamente Porta Lecce, dove viene costruita una “Mezza Luna”, un’opera difensiva tipica dell’architettura militare del tempo per proteggere le porte principali. Questa “Mezza Luna” (lettera D nella legenda della tavola) è una novità molto particolare, forse inedita su altre carte del sistema difensivo brindisino dell’epoca: la mezzaluna di terra e fasci di rami permetteva di “chiudere” la cinta muraria esistente (seppur in cattive condizioni) con il mare del seno di levante in corrispondenza di Porta Lecce, di fatto blindando la possibilità di accesso alla città sul lato marino di levante che era oramai quasi del tutto sprovvisto di mura a partire da Porta Lecce. Citando G. Carito in Le mura di Brindisi: sintesi storica (6). (pag. 66-67), infatti, già dalla metà del secolo precedente Brindisi risultava fortificata sulla linea istmica e sul lato di mezzogiorno ma praticamente indifesa sul lato del mare. Sulla linea difensiva impostata dagli aragonesi lungo il seno di Levante non dovettero esserci, per quel che si sa, interventi di ristrutturazione e forse neppure manutenzione.
Un approfondimento meriterebbe anche la nota L della legenda, più o meno in corrispondenza di Porta Reale, davanti all’imboccatura del porto, dove è indicato un “Balouardo” alto sei palmi, quindi piuttosto basso, che “non tiene terrapieno”, e quindi vuoto all’interno, ovvero costituito solo da un muro sottile non riempito di terra compattata.
È interessante anche il censimento di carattere militare: su 1.000 uomini abili, solo 200 possiedono un’arma da fuoco, ad evidenziare che la maggior parte usava ancora armi bianche o picche.
La conclusione della relazione si focalizza sui problemi del porto, rendendoci una straordinaria testimonianza dell’interrimento del canale di accesso, ed infine sulla necessità di restauro delle torri costiere circostanti.
Si menziona la pratica dannosa delle navi che scaricavano zavorra (sassi e sabbia) in mare, ostruendo l’accesso alla città. Le navi infatti quando erano vuote caricavano sabbia e sassi per tenere stabilità, che venivano poi gettate in mare, quasi sempre nei porti, prima di caricare le merci, rischiando di interrare i porti. Interessante la decisione di prevedere delle pene per i bastimenti che effettuassero tali pratiche, e la richiesta di utilizzare le scialuppe per scaricare le zavorre. Una soluzione purtroppo del tutto inefficace di fronte a un problema ben più complesso – l’interrimento del canale di accesso al porto interno – la cui risoluzione definitiva si farà attendere per oltre due secoli.
La legenda alla lettera K della legenda evidenzia con estrema chiarezza l’interrimento del porto interno (Mare che circonna la città – lettera F) indicando il porto esterno come porto di vero e proprio di ancoraggio (Mare grande dove dano fonno li vascelli et distante 2 miglia e il loco dove sta il forte ed è tutto porto), e questo è confermato anche da tutti i portolani utilizzati nel XVII secolo.
La relazione si conclude con la citazione di tre luoghi simbolo della difesa brindisina, caratterizzati da altrettante torri: Villanova con l’antico porto, Torre Santa Sabina (Carovigno) e Torre del Cavallo, all’ingresso del porto di Brindisi.
Ometto di descrivere e analizzare le piante dei due castelli della città, per non dilungarmi e non avendo tutte le conoscenze necessarie per approfondire sulla loro architettura e sulle loro condizioni a metà del XVII secolo, limitandomi ad osservare che appaiono anche loro ben dettagliate grazie alle relative leggende come probabilmente poche se ne possono trovare per l’epoca, e quindi meritevoli di studio.
L’insieme dell’intero carteggio (carte di Gisolfo e relazione manoscritta) è una testimonianza eccezionale nella cartografia brindisina del Seicento, capace di darci un quadro molto concreto, a tratti quasi fotografico, sullo stato di fatto del sistema difensivo in un periodo che ritengo possa essere compreso tra il 1640 e il 1645.
A conclusione di questa rapida descrizione trovo interessante mostrare un’altra tavola manoscritta, già descritta nella postfazione della pubblicazione Brandici – La più antica e rara mappa di Brindisi che Brindisi non conosce (7). Si tratta della carta manoscritta che ho denominato Brandici II, precedentemente del tutto inedita, conservata negli archivi della British Library (figura 7).
Fatti salvi i dettagli per i quali si rinvia all’opera citata, si ravvisa l’utilità di segnalare che la pianta Brandici II è ascrivibile allo stesso periodo (circa il 1630) e condivide la medesima funzione di censimento delle opere difensive urbane. Una futura analisi comparata dei due documenti cartografici si profila, dunque, come un filone di indagine particolarmente interessante.
A parte la realizzazione grafica e i dettagli, certamente più accurati nell’opera di Gisolfo, la grande differenza la fanno gli autori e i committenti, perché le carte di Gisolfo (dove Brindisi è “Brindesi”), sono commissionate dagli Spagnoli mentre quella di Brandici II (dove Brindisi è “Brandici”) è invece commissionata dai Veneziani.

Figura 7 – Brandici II – Molino Atlas – 1630 circa. Dagli archivi della British Library
Termino qui le brevi annotazioni sulle fonti e sul materiale reperito in riferimento agli eccezionali disegni di Gisolfo, con il solito auspicio che possano suscitare l’interesse per nuove interpretazioni storiche sulla città, sul suo porto ed in particolare sull’architettura militare e le strutture di difesa, con la convinzione che anche queste carte abbiano ancora tanti segreti da raccontarci.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
- 1) Libri e manoscritti entrati in Ambrosiana tra il 1815 e il 1915, in Storia dell’Ambrosiana. L’Ottocento, M. Rodella, Milano, IntesaBci, 2001, 213-39, 218-21.
- 2) I Codici Ambrosiani di contenuto geografico, P. Revelli, Milano, L. Alfieri, 1929 (Fontes Ambrosiani, s. I, 1), pp. 151-53.
- 3) I porti delle province pugliesi tra Settecento e Ottocento, F. Adele Fiadino, pubblicato nel Sopra i Porti di Mare – II – Il Regno di Napoli, G. Simoncini, L. S. Olschki, 1993
- 4) Il porto di Brindisi: le tante favole inventate su Andrea Pigonati (II parte), N. Valente, pubblicato il 4 aprile 2022 sul sito Fondazione Terra d’Otranto (fondazioneterradotranto.it).
- 5) Cosimo Fanzago Ingegnere Maggiore del Regno di Napoli e la sua attività nel Palazzo Reale (1649-1653), Adele Fiadino, OPUS, Quaderno di storia di architettura e restauro, 1999, Carsa Edizioni
- 6) Le Mura di Brindisi: sintesi storica – G. Carito
- 7) Brandici – La più antica e rara mappa di Brindisi che Brindisi non conosce, di V. Ruggiero, maggio 2024
