A Nardò una rilettura del Monumento ai Caduti della Grande Guerra, in concomitanza del restauro del “Palazzo di Città”
di Pietro De Florio
Il monumento ai Caduti della Grande Guerra è collocato nel portico del palazzo cittadino (ex Pretura), opera del valente scultore neretino Michele Gaballo, oggi non abbastanza ricordato e poco studiato. Tuttavia un breve cenno va comunque fatto al palazzo cittadino, se non altro per il restauro prossimo alla conclusione.
Il Palazzo di città fu edificato tra il 1598 [Tafuri, 1735, I, p.46] e il 1612. Venne distrutto dal terremoto del 1743 e ricostruito nel 1772, “nelle belle forme che mostra di presente e l’orologio sfatto dal tempo ora trovarsi in ricostruzione” [Arditi, 1885, p.394] (Fig.1).
Nel restauro gli esperti hanno ripristinato, attraverso presumibili indagini storico – filologiche e tracce di intonaco, il probabile colore originario giallognolo – ocra.
Una ricerca delle tinte originali fu realizzata tempo fa, osservando gli sfondi paesaggistici urbani delle pitture secentesche, dove gli edifici risultano variamente dal tinteggiati dal biancastro – giallino, dall’ocra giallo – rosso e dai colori tra l’arancio e il rosa. [Nardò Piano del colore, 2000, pp. 9 -11]. Quindi anche i fabbricati di Piazza Salandra dal sec. XVI al sec. XVIII assumevano una certa vivacità coloristica pittorico – architettonica calibrata entro i citati registri tonali.

Il Monumento
Negli anni Venti proliferavano i monumenti commemorativi dedicati ai Caduti della prima Guerra Mondiale, nel solco di una tradizione celebrativa di origine risorgimentale [cfr. Becci, 2003]. Era l’occasione per i giovani artisti emergenti di farsi apprezzare e, nonostante le novità stilistiche avanguardiste, si continuava a produrre arte patriottico – nazionalista, quasi protofascista adoperando una certa retorica formale, muscolare e veteromichelangiolesca, talvolta attraverso schemi compositivi ripetitivi.
Nel 1923 anche Nardò ebbe il monumento per i propri Caduti nella Grande Guerra (Fig.2).La realizzazione scultorea venne affidata a Michele Gaballo (1896 – 1951), mentre le lastre in marmo con l’iscrizione dei nomi dei soldati fu opera di Raffaele Borgia (1895 – 1963) [R. S. Lorusso, A. Savina, 2015; Martano 1993, p. 213]. Il restauro appena concluso permette una migliore lettura dell’opera, in quanto sono stati rimossi gli strati di guano, ed effettuata, a quanto pare, solo una pulitura.

Non si notano trattamenti inibitori della corrosione (presente) e neanche stuccature o microstuccature (filologicamente compatibili) per colmare alcune discontinuità. Inoltre, a uno sguardo sommario, risulterebbe mancante l’applicazione di un protettivo generale a salvaguardia delle superfici.
Il monumento nel complesso è abbastanza semplice. Consiste in un rilievo in bronzo sovrastante la grande lastra marmorea tripartita con i nomi incisi dei Caduti. Due cartigli bronzei si dispongono alla base e recitano: NARDO’ AI SUOI FIGLI CADUTI PER LA PATRIA NELLA GRANDE GUERRA MCMXV – MCMXVIII; al centro, tra le due epigrafi, risalta l’emblema cittadino, sormontato da una lanterna.
L’opera raffigura sullo sfondo l’aquila della Vittoria con le ali distese, come quelle che comparivano sugli stendardi delle legioni romane [Hall, 1981 alla voce], un animale che nell’antichità era sacro a Giove e protettore delle comunità, perché volando vicino al sole acquisiva energia rigeneratrice di buon auspicio per lo Stato [Ripa, 1593, II, pp. 208, 349, 355]. Sovrapposta all’aquila compare una giovane donna con elmo e armatura, cioè l’allegoria della madre Patria che abbraccia, reggendogli il capo, il soldato – figlio. Struggente e pietoso è lo sguardo della madre rivolto al valoroso figlio che, con un misterioso residuo di forza, mentre esala l’ultimo sospiro, impugna tenacemente la baionetta, segno imperituro di dovere e sacrificio estremo. Indietro di lato si nota l’asta inclinata della bandiera il cui drappo in parte avvolge il soldato, fino a confondersi con le balze carsiche.
La composizione risulta plasticamente ben equilibrata: il racconto figurativo si snoda da sinistra verso destra, per effetto del maggior peso percettivo delle teste e, tale disposizione, secondo il principio Gestalt [Arnheim, 1954, pp. 48-49; cfr. Köholer, 1929], restituirebbe più agilità e leggerezza alla configurazione.
Inoltre, il decentramento verso destra della baionetta, ancora impugnata in atteggiamento combattivo, introduce nella composizione una sottile asimmetria che interrompe la quieta distensione della figura, quasi a evocare un ultimo residuo di volontà e di tensione eroica.
Nel complesso, la scultura del Gaballo si esprime attraverso un linguaggio celebrativo di matrice eroico-romantica, nel quale si colgono evidenti retaggi della cultura post-risorgimentale e accenti di intensa teatralità drammatica. Pur all’interno di tali schemi retorici, l’opera conserva una sua autenticità espressiva, sostenuta dalla qualità dell’esecuzione e dalla grazia del modellato, che conferiscono alla rappresentazione una sincera partecipazione emotiva.

Arme della Città di Nardò
Colpisce la vigorosa presenza plastica del toro, racchiuso entro la cornice dello scudo appena sufficiente a contenerne la massa: la coda sfiora il bordo mentre un orecchio quasi lo oltrepassa (Fig. 3). La figura sembra possedere una propria autonomia spaziale e visiva, tanto da annullare qualsiasi percezione di profondità. Lo sfondo del rilievo è infatti completamente neutro, privo di riferimenti paesaggistici o narrativi; ogni attenzione converge sul possente animale, modellato con grande efficacia e quasi sospinto verso l’esterno della superficie scolpita.
Si ha l’impressione che sia proprio il toro a generare e definire lo spazio circostante: se, per assurda ipotesi, esso venisse improvvisamente sottratto alla composizione, lo spazio stesso perderebbe consistenza e si contrarrebbe come liberato dalla tensione che lo sostiene.
L’animale è colto in un momento di misurato dinamismo. Avanza con lentezza, quasi al passo di un cavallo, arrestando per un istante il movimento; una zampa sollevata ha appena battuto il terreno mentre, simultaneamente, si animano il capo e la coda.
Dalla zolla appena scalciata sgorga l’acqua che scende tra le balze irregolari del suolo, secondo un’iconografia che richiama il mito fondativo della città.
Nel conferire al toro questa compostezza dinamica, lo scultore dimostra di guardare alla grande tradizione della statuaria antica e, soprattutto, a quella equestre rinascimentale, dalla quale riprende il senso dell’equilibrio, della misura e della monumentalità.
Nella sua interpretazione scultorea, Michele Gaballo conferisce al toro, sormontato dalla corona civica [Gaballo 1996, pp. 32, 82-83], una forte evidenza plastica e monumentale. Il simbolo cittadino diviene così il protagonista assoluto del racconto leggendario delle origini di Nardò, richiamando al contempo l’antico valore simbolico che la figura taurina riveste nelle culture e nelle mitologie del mondo mediterraneo.
Bibliografia
| – Arditi G., Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, Lecce, Stabilimento Tipografico Scipione Ammirato 1879. |
| – Arnheim R., Arte e percezione visiva (1954), Milano Feltrinelli, 2020, pp. 48 -49. |
| – Becci A., Lo Sport Nella Propaganda Fascista, Torino, Bardipolibri, 2003. |
| – Gaballo M. Araldica civile e religiosa a Nardò, Nardò Nostra, 1996. |
| – Hall J., Dizionario dei Soggetti e dei Simboli nell’Arte, Longanesi, Milano, 1981. |
| – Köholer W., La Psicologia delle Gestalt (1929), Feltrinelli, Milano, 1976. |
| – Lorusso R. S. e Savina A, a cura di, Catalogo Generale dei Beni Culturali, “Lapide Commemorativa ai Caduti della prima guerra Mondiale”, Nardò, 2015. |
| – Martano A. Michele Gaballo note biografiche, in “Artisti Neritini”, Circolo Cittadino Nardò, “Edizioni Il Cittadino”, 1993 |
| – Ripa C., Iconologia del Cavalier Cesare Ripa perugino (del 1593). Nobilmente accresciuta d’immagini, di annotazioni, e di fatti dall’Abate Cesare Orlandi, Tomo I, Perugia 1764. |
| – Tafuri G.B., Dell’Origine, sito ed antichità della città di Nardò, due libri (1735), cura di M. Perrone, Nardò, 2016. |
