
di Marcello Gaballo
Nel panorama delle attività economiche neritine della seconda metà del Cinquecento, il commercio dell’olio d’oliva emerge con evidenza quale settore strategico, capace di coinvolgere esponenti del clero della Cattedrale, proprietari cittadini e mercanti forestieri inseriti nei circuiti mediterranei.
Una significativa testimonianza in tal senso è offerta da un atto rogato nel 1569 dal notaio Cornelio Tollemeto di Nardò, che documenta una cospicua operazione di vendita destinata ai mercati dell’Italia settentrionale attraverso il porto di Gallipoli, allora principale scalo di esportazione dell’olio prodotto nell’entroterra di Nardò.
Protagonisti della transazione furono l’abate Antonello Sambiasi, preposito della Cattedrale, e Carlo Sambiasi, appartenenti a uno dei rami più eminenti della famiglia Sambiasi, tra le più ricche e influenti del patriziato neritino del Cinquecento.
In particolare, Carlo Sambiasi è identificabile con il signore di Melignano, titolo che egli deteneva sin dal 1551, coniugato con Porzia Acquaviva, esponente di una delle più illustri casate dell’Italia meridionale. Egli era figlio di Guglielmo Sambiasi, anch’egli signore di Melignano, e di Porzia dell’Antoglietta, appartenente a una famiglia di consolidata tradizione nobiliare.
L’appartenenza dei Sambiasi a un contesto aristocratico di tale rilievo conferma il ruolo centrale svolto da questa famiglia nell’economia del territorio neritino. I Sambiasi risultano infatti titolari di numerosissimi possedimenti fondiari e masserie disseminate nell’esteso agro di Nardò, dalle quali traevano cospicue rendite agricole, in particolare dalla coltivazione dell’olivo.
La consistente partita d’olio oggetto della vendita del 1569 appare dunque perfettamente coerente con la dimensione patrimoniale della famiglia e con la sua capacità di immettere sul mercato quantitativi significativi di prodotto destinati ai traffici interregionali.
I venditori alienarono a favore del mercante Francesco de Piccinis de Venetia, rappresentato dal suo procuratore Claudio Bleve di Lecce, una consistente partita di 520 stare di olio. L’atto precisa che l’olio risultava già riposto in cinque posturis seu pilis, ossia in grandi vasche di raccolta, distribuite in diversi luoghi della città: una nel magazzino dell’abate Leonardo Trono, una in quello di Sigismondo d’Amato, una nella casa di Paduano Fontò, una nell’abitazione dello stesso abate Antonello Sambiasi, mentre una quinta pila, implicita nel computo complessivo, doveva trovarsi in altro locale connesso alla medesima rete di deposito.
La quantità venduta, pari a 520 stare, assume particolare rilievo se rapportata alle misure attuali. La stara d’olio, nel contesto salentino del XVI secolo, corrispondeva mediamente a circa 16–17 litri; adottando un valore medio di 16,5 litri, la partita oggetto di vendita può essere stimata in circa 8.580 litri di olio, equivalenti a oltre 8,5 metri cubi. Si tratta di un volume che supera di gran lunga le necessità domestiche o artigianali, configurandosi piuttosto come prodotto destinato all’esportazione su vasta scala, probabilmente trasportato via terra fino al porto di Gallipoli, dove veniva imbarcato su navi dirette verso l’Adriatico e, in particolare, verso Venezia.
L’olio è descritto nell’atto come “chiaro musto et morga reservato, franco di piazza et mercantia”, formula tecnica che attesta una qualità elevata: olio limpido, di nuova produzione e opportunamente separato dalla feccia (morchia), pronto per l’immissione sul mercato senza ulteriori lavorazioni. L’espressione franco di piazza indica che la merce era consegnata pronta alla vendita nel luogo stabilito, mentre la menzione franco di mercantia suggerisce che l’olio risultava libero da vincoli o pendenze commerciali.
Particolarmente significativa è la distribuzione delle pile in differenti edifici urbani. Questo dato rivela l’esistenza di una rete diffusa di magazzini, appartenenti tanto a ecclesiastici quanto a privati cittadini, indice di un sistema di raccolta e stoccaggio capillare. La presenza tra i depositi del magazzino dell’abate Leonardo Trono e della casa dell’abate Antonello Sambiasi evidenzia inoltre il ruolo attivo del clero cittadino nella gestione diretta delle risorse agricole e delle attività mercantili, mentre l’impiego di abitazioni e magazzini privati testimonia l’ampia disponibilità di spazi idonei allo stoccaggio, verosimilmente legati alle vaste proprietà fondiarie detenute dalle famiglie maggiorenti.
Il contratto stabiliva che il compratore fosse tenuto al pagamento della Reggia Dohana, ossia della tassa doganale, nonché al trasporto dell’olio a proprie spese fino al porto di Gallipoli. Ai venditori, indicati nell’atto come Magnifici de Sancto Blasio, non spettava altro obbligo se non quello di consegnare la merce nelle pile indicate. Tale clausola dimostra come la responsabilità logistica e fiscale gravasse interamente sull’acquirente, confermando l’organizzazione di un commercio già strutturato secondo criteri di responsabilità contrattuale ben definiti.
Il prezzo fissato per la vendita fu di 11 carlini e 3 grana per stara, pari a 113 grana, ossia 1,13 ducati per ogni stara. Rapportando tale valore al quantitativo complessivo, la somma totale raggiungeva circa 587–588 ducati.
Per comprendere l’entità economica dell’operazione, è utile tradurre tali valori in moneta moderna.
Nel XVI secolo un ducato napoletano conteneva mediamente circa 3,5 grammi d’oro. Considerando il valore medio attuale dell’oro, stimabile intorno ai 60–65 euro al grammo, un ducato può essere valutato in circa 210–230 euro attuali.
Ne deriva che l’intera operazione commerciale, pari a circa 588 ducati, può essere stimata in una cifra compresa fra 123.000 e 135.000 euro odierni. Rapportando tale valore alla lira italiana precedente all’introduzione dell’euro (1 euro = 1.936,27 lire), l’importo complessivo corrisponderebbe indicativamente a 240–260 milioni di lire italiane, una cifra che restituisce con efficacia la portata economica dell’affare.
La presenza del mercante veneziano Francesco de Piccinis costituisce un elemento di grande interesse, poiché testimonia l’inserimento dell’olio neritino nei circuiti commerciali che collegavano l’entroterra salentino ai grandi mercati dell’Italia settentrionale. Il collegamento con il porto di Gallipoli, già nel XVI secolo attivo come principale centro di raccolta ed esportazione dell’olio lampante e alimentare, rappresentava il passaggio decisivo attraverso cui le produzioni locali venivano proiettate verso il Mediterraneo e l’Adriatico.
Nel complesso, l’atto del 1569 offre uno spaccato vivido del sistema economico neritino, nel quale la produzione agricola, la disponibilità di infrastrutture di deposito e la presenza di operatori commerciali forestieri si intrecciavano in una rete efficiente e dinamica. La consistente quantità di olio venduta, la pluralità dei luoghi di stoccaggio e l’entità del prezzo pattuito delineano un quadro nel quale Nardò si configura non soltanto come centro produttivo, ma anche come nodo attivo di intermediazione commerciale collegato direttamente ai traffici marittimi dello Ionio.
