Il 1909 a Nardò: quando arrivarono “le ombre del diavolo”

di Marcello Gaballo

Il 1909 rappresentò per Nardò un anno di passaggio, quasi una soglia simbolica tra un mondo ancora profondamente legato ai ritmi tradizionali e una modernità che iniziava lentamente a insinuarsi nelle abitudini quotidiane, nelle forme dello spettacolo e persino nell’immaginario popolare.

Fu un anno di fermenti, di iniziative economiche e culturali, ma soprattutto di stupore collettivo, destinato a lasciare un segno profondo nella memoria cittadina. Mentre il Teatro Comunale si animava con opere liriche e operette, simbolo di una vita culturale che cercava di rinnovarsi, una novità assoluta si affacciava nella piazza di Nardò, suscitando emozioni contrastanti: il cinematografo.

A raccontare quell’episodio con vivacità e sapore popolare è Egidio Presicce, che nel suo libro Luci ed Ombre di un’Epoca. Nardò nel primo cinquantennio del ‘900: avvenimenti, personaggi, usi, costumi (Besa editore), restituisce il clima di incredulità e quasi di spaesamento provocato dall’arrivo del cinema muto in città.

L’evento, destinato a segnare una svolta nel modo di intendere il divertimento e lo spettacolo, fu introdotto proprio dal padre dell’autore, Salvatore Presicce, il quale portò a Nardò le prime proiezioni cinematografiche.

Il luogo scelto per ospitare la novità non era casuale. In piazza, accanto alla chiesa di San Trifone, vi era un locale già noto alla popolazione per gli spettacoli di marionette, familiarmente chiamato “lu teatru ti li pupi”. Quel piccolo spazio, un tempo popolato da figure lignee manovrate da fili invisibili, si trasformò improvvisamente in qualcosa di ancor più sorprendente: “lu teatru ti l’ombre”, il teatro delle ombre.

Per un pubblico poco abituato alle innovazioni tecnologiche, assistere a immagini in movimento proiettate su un telo appariva qualcosa di quasi inspiegabile. Figure che si muovevano senza essere realmente presenti, uomini e donne che sembravano vivere dentro un lenzuolo illuminato, gesti e scene che prendevano forma senza voce, ma con una forza visiva straordinaria: tutto questo generò un senso di fascinazione mescolato a paura.

Molti spettatori, incapaci di comprendere il meccanismo tecnico della proiezione, finirono per interpretare il fenomeno secondo categorie legate al mistero, al soprannaturale o persino al maligno.

Emblematica resta la reazione di Tore ti Magghiu, personaggio del popolo che, dopo aver assistito a una proiezione, tornò in piazza e pronunciò una frase destinata a sintetizzare il sentimento diffuso di quel momento: «queste so’ opre ti tiaulu».

In quell’espressione dialettale — “queste sono opere del diavolo” — si concentrava l’atteggiamento di una parte della popolazione dinanzi a quella strabiliante invenzione. Le immagini che si muovevano da sole su un telo bianco apparivano infatti troppo straordinarie per essere comprese immediatamente entro una logica ordinaria.

Egidio Presicce coglie bene questa dimensione antropologica dello stupore popolare, quasi sospesa tra superstizione e meraviglia. Il cinematografo non fu percepito soltanto come un nuovo intrattenimento, ma come un evento capace di incrinare le certezze di una comunità ancora fortemente ancorata alla tradizione orale, ai racconti popolari e alla religiosità diffusa.

La modernità entrava a Nardò non in modo graduale, ma attraverso immagini vive, mobili, quasi spettrali.

Eppure il 1909 non fu soltanto l’anno del cinema. Parallelamente a questa rivoluzione culturale, il territorio viveva anche importanti trasformazioni economiche e produttive.

A Porto Cesareo prendeva forma un’organizzazione moderna della pesca attraverso una attrezzata tonnara, attorno alla quale si raccoglievano numerosi pescatori.

In città, invece, prosperava un’altra significativa iniziativa produttiva: una vasta rete di lavoratori, uomini e donne, impegnati nella preparazione dei fichi secchi farciti con mandorle e spezie, poi confezionati in caratteristiche ceste ed esportati verso il Nord Italia e persino all’estero.

Si trattava di una produzione che contribuiva non poco all’economia locale e che dovette avere anche una propria veste commerciale, forse accompagnata da marchi, carte decorative o etichette identificative delle ditte esportatrici. Chissà se in qualche famiglia neritina si conservi ancora, dimenticata in un cassetto o tra vecchie carte di commercio, una di quelle etichette oggi preziosa testimonianza di una stagione laboriosa e quasi dimenticata della città.

Dietro queste esperienze si distingueva la figura del professor Salvatore Sanasi, già ricordato come ex canonico, promotore di iniziative che coniugavano occupazione, valorizzazione delle risorse locali e spirito imprenditoriale. La sua azione mostra bene come il nuovo secolo portasse con sé non soltanto innovazioni culturali, ma anche tentativi concreti di sviluppo socioeconomico.

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