Ancora sul terremoto del 1743 a Nardò: un sonetto del 1772 e il monastero di S. Chiara

Propositiones Geometricae quas in seminario neritionensi etc., Typis novissimis Vincentii Marino, e Fratrum, Lycii MDCCXXCIV (coll. privata. Prima opera stampata da Vincenzo Marino).

 

di Gilberto Spagnolo

La storiografia, in specie quella locale, non ha ancora fatto proprio l’impatto che sulla facies urbana ebbe il funesto terremoto del 1743, per cui possiamo affermare che l’atmosfera tardosettecentesca che spira nel centro storico di Nardò ma anche, come con più acume critico e documentario è stato dimostrato per i centri del brindisino (Oria, Ostuni, Francavilla ecc. ecc.) deriva quasi esclusivamente dagli effetti di quell’evento disastroso.

Talmente disastroso che così, ancora nel 1772 è ricordato in un Sonetto che il minore conventuale Giuseppe Candido, di Surbo, stampò a Napoli in un’opera per i tipi di Gianfrancesco Paci:

L’introduce un cittadino di Nardò a descriver il tremuoto ivi accaduto alli 20 di febbraio del 1743

 

Sonetto LVI

Quando nasconde il sol suoi rai lucenti

Vegg’io tremar con gran fragore le mura

Che, scosse e rotte, e al basso suol cadenti

Con l’atra polve rendon l’aria oscura,

 

Son percosse dà sassi allor le genti

oltre incontrar la morte acerba e dura:

oltre già semivive aspri tormenti

soffran, per cui non v’è pietosa cura.

 

Scioglie in pianto ciascuno afflitto il ciglio

Piange lo sposo la fedel consorte

e la madre amorosa il caro figlio.

 

Or detestino l’alme in doglie assorte

la colpa che cagion fu del periglio

del danno, del timor dell’aspra morte.

 

C’è da aggiungere che nella medesima opera il Candido (sonetto XVI, p. 20) così ricorda un’altra volta l’evento drammatico: “in lode del glorioso S. Oronzio protettore della Città / di Lecce fu composto l’infrascritto sonetto nel 1744… / nell’anno precedente erasi inteso il tremuoto nella città di Nardò / e in tutta la Provincia di Lecce.

Questa la fonte letteraria, una delle tante che si potrebbero recuperare. Questa invece, una fonte documentaria – gentilmente segnalatami dall’amico Mario Cazzato – che riguarda i danni causati al monastero di S. Chiara dal terremoto del 1743.

Quelle claustrali in una supplica indirizzata al vescovo neretino subito dopo l’evento, così testualmente dichiarano: “l’abbadessa e monache claustrali di S. Chiara… espongono come per poter sovvenire alli loro estremi bisogni e miserie causateli per lo flagello del passato tremuto che ridusse in un mucchio di pietre il loro monastero e causati inoltre altri danni” chiedono di poter vendere “alcune terre macchiose chiamate il Monte d’Agnano … e alcune case dentro l’abitato… presentemente dirute per la causa del suddetto tremuoto (ACVN, Assensi, L 10, 1743).

L’apprezzo dei beni urbani fu affidato a Gregorio de Angelis faber lapideus all’epoca di 38 anni e al fratello suo Saverio di trent’anni; insieme si portarono nel “loco detto li molini vicino le case del capitano Giuseppe Zuccaro” per valutare, appunto “un fondo di più membri di case dirute precipitate per causa del terremoto succeduto a 20 febbraio del corrente anno… quale ha l’uscita alla piazza pubblica” ritrovandolo di valore 232 ducati; apprezzarono, inoltre, una casetta terragna, anche pericolosa per causa del suddetto tremuoto … sita nel vicinato valutata 16 ducati, apprezzarono inoltre un “camerino” e una stalla “sita al muro di S. Marco” valutata ben 73. L’assenso del vescovo Carafa non tardò sicché le povere clarisse diedero inizio ai lavori di ristrutturazione del monastero loro, che affidarono come documenteremo in altra occasione, ai fratelli De Angelis.

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