Libri rari, e lettori ancor più rari.
Noterelle galateane sul De Situ Iapigyae
di Vittorio Zacchino
La ghiotta nota del bibliofilo Gilberto Spagnolo, fortunato possessore e custode di una princeps autentica del De Situ Iapygiae (Basilea 1558) di Antonio Galateo De Ferrariis, mi offre il destro di affermare col Carducci dei “Levia Gravia” che “tra ignavi studi il tempo or mi si perde”. Anzi, mi si dissipa nello studio del mio Galateo nell’inseguire i nomi dei pochi fortunati possessori dell’aureo libretto corografico galateano.
Però desidero prima precisare che la precoce affiliazione all’Accademia Pontaniana dell’ancora studente galatheus – intorno al 1470/71 – generò un’importante operazione di mutazione del suo patronimico, consentendo al nostro di sostituire al nativo paterno cognome De Ferrariis, l’agnome Galateo, che da quel momento veniva assunto stabilmente per se stesso ed imposto a figli e nipoti, quale cognome definitivo della famiglia e con quello registrata nel marzo 1508, al censimento demografico a Lecce dove quel casato si estinse alla fine del ‘500.
I De Ferrariis di Galatone, invece, si perpetuarono fino agli inizi del sec. XIX, estinguendosi con i decessi delle quattro figlie del medico Salvatore. Pertanto Galateo abolirà per sempre la forma originaria De Ferrariis che farà capolino nella sua vicenda esistenziale soltanto una volta nel suo certificato di dottore in Medicina, preso a Ferrara il 3 agosto 1474, riferito al proprio padre, quondam notari Petri Ferrari.
È opportuno precisare che il termine mutazione si deve intendere letteralmente come tale, mai nel significato malizioso di abiura e di ripudio.
Già nel 1985 nel mio Divagazioni Galateane («Sallentum», pp. 3-32) provai a ricostruire la tradizione manoscritta del De Situ per contribuire a identificare l’origine del testo che il marchese di Oria, Bonifacio, aveva portato con sé a Basilea e consegnato al lucchese Pietro Perna, primo editore di esso, nel 1558.
Quella vicenda editoriale, che ebbe epilogo felice nella tollerante Basilea, era maturata nei circoli leccesi della prima metà del secolo XVI, frequentati da “uno stuolo di letterati prevalentemente salentini che divise l’inclinazione verso un modesto classicismo di provincia con una filopatrìa civile da opporre all’egemonia centripeta del Viceregno spagnolo, nobilitando storie ed eziologie municipali (Iurilli). Protagonista di quella stagione fu Iacopo Antonio Ferrari, autore della Apologia Paradossica la cui pietas era valsa a vincere la negligentia della famiglia Galateo, e a recuperare manoscritti di notevole interesse per la storia e l’identità della Japigia.
Come del resto operava a Galatone il nipote di Galateo, l’arciprete Mariano De Magistris, vissuto fino al 1557, anche egli studioso e rigoroso trascrittore delle opere del celebre zio.
Intorno al Ferrari gravitavano eruditi come Lorenzo Antonio Anania, nobili colti e ambiziosi tra cui Giovan Paolo Guarino, barone di Acquarica del Capo e probabile glossatore del Codice Ottoboniano di Berlino, “recognitum, auctum, et exornatum” dallo stesso Galateo, o Spinetto Ventura, governatore di Terlizzi, copisti come Parisio Maccio accreditato di uno scriptorium a Lecce o Nardò, ma pure raffinati umanisti con interessi antiquari e filopatrii, come Quinto Mario Corrado, precettore del Bonifacio, e Giovanni Antonio Paglia di Giovinazzo.
L’intenzione didattica e utilitaria dell’autore di illustrare una regione sconosciuta agli spagnoli, in ogni suo aspetto, si sposava all’altra di fornire ai nuovi governanti utili supporti di carattere militare e geografico, e perfino a interessi di propaganda culturale e turistica. Sicché a breve il De Situ si venne rivelando non “opera storica ed erudita”, ma “testimonianza della circoscritta realtà etica del popolo salentino, che nasceva da un preciso atteggiamento ideologico, quello del Galateo “filosofo” (Defilippis) per assurgere a modello ideale di comportamento.
L’esigenza seriore di autocompiacimento civile venne via via associandosi alla esigenza di chiose aggiuntive e di integrazioni speculative volte, strumentalmente, a riequilibrare il racconto enfatizzato a dismisura ed aureolato della vicenda dei martiri di Otranto, con la mitizzazione dell’antichità e di talune figure gloriose di Lecce.
In seguito, nei pochi che possedettero il De Situ (l’embargo occhiuto della Chiesa aveva contrastato rigidamente la circolazione di un’opera sgradita alla gerarchia) si fece strada l’orgoglio e la vanità del possesso, quindi il piacere di esibire il fortunoso trofeo come eredità e privilegio di famiglia, annotando, a più mani, i nomi dei possessori più antichi, e il percorso trasmissivo.
Prendiamo l’esemplare posseduto e spiegato da Gilberto Spagnolo, la sua copertina affollata di annotazioni e di nomi, da quello del giureconsulto Giulio Cesare Micetti cui lo aveva donato Felice Pellegrino, entrambi di Tricase, fino a risalire più indietro a Giuseppe Quintiliano Cuti, vicario vescovile e valente dottore Utroque Iure di Gallipoli, biografato dal Ravenna. Ma già il matrimonio tra il Micetti e Lucretia Cuti avvalora e unifica le due città. Ma il De Situ che percorso aveva compiuto da o verso Tricase? Ovviamente io propendo per la seconda ipotesi, ossia Gallipoli dove Cuti svolgeva l’ufficio di vicario vescovile e dove Galateo e famiglia avevano avuto forti radici.
Certo va ricordato che i Micetti avevano posseduto Tricase con Demetrio e i successori erano stati spogliati della signoria da Carlo I d’Angiò; verosimilmente i tre casali di Trunco, Monesano, e l’improbabile Amito Cuti, poi il feudo rustico di Principano, con Ottavio e Giulio Cesare il quale Giulio Cesare pagava l’adoha e il ius relevii et tapeti, e in seguito lo aveva venduto ai Gallone. (A. Perotti, Storie e storielle di Puglia, Bari, Laterza, 1958, pp. 200-215).
Tornando al De Situ di Spagnolo, anzi di Giuseppe Quintiliano Cuti, mi intriga assai il passo da lui eliminato relativo al tenore di vita e alla vita godereccia dei vertici della chiesa, che riporto nella traduzione di Domenico Defilippis (p. 29): «Ne abbiamo un efficace esempio nei vertici delle gerarchie ecclesiastiche: queste, fintanto che furono povere, si accontentarono di nutrirsi di erbe e di pesci piccolissimi, di scarto, ora né le terre né i mari sono sufficienti a soddisfare le loro gole e le loro sfrenatezze».
Un passo di corriva satira antiecclesiastica e antimonastica, che faceva del nostro il precorritore di alcune idee luterane e, comunque, del clima eterodosso circolante nella cultura italiana di fine Quattrocento, cui si collegherà più tardi una fitta schiera di filopatridi e di clerici meridionali determinati a expurgare quel che infastidiva e a etichettare come intemperans il pensiero del grande cristiano Galateo, colpevole semplicemente di aver trovato, a sua insaputa, un tardo editore eretico: il Bonifacio.
Ovviamente, l’esemplare glossato di Cuti-Micetti-…Spagnolo, al pari di quello duplo del De Simone, oggi posseduto da Lorenzo Carlino, ha saputo suscitare in noi, ultimi amanti della carta stampata, la curiositas di conoscere, e se mai ricostruire, i percorsi plurisecolari degli altri non tanti esemplari che, a dispetto dell’embargo loro inferto, vennero introdotti in Italia e nel Mezzogiorno.
Quale fu la provenienza della copia che servì ad Antonio Scorrano per l’edizione napoletana del 1624? Chi la possiede oggi? Da chi acquistò le due copie, autentica e “fausa”, di cui si vantava il medico erudito Nicola Vacca, originario di Squinzano? Chi le possiede oggi? Forse non sono affari miei. Sono, comunque, affari della cultura di questo territorio, specialmente se arricchiti di annotazioni e di glosse.
