
di Gilberto Spagnolo
Quando Gianfranco Scrimieri (a cui dedico questo scritto) pubblicò, nel 1976, gli Annali di Pietro Micheli, fra le edizioni “non ritrovate” censì anche il trattato sui Benefici Ecclesiastici del chierico regolare napoletano Andrea Lanfranchi. Lo Scrimieri ne aveva individuato comunque un esemplare presso la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, che, pur risultante nel catalogo della maggiore biblioteca napoletana (B. Branc. 24-A-49) era introvabile da tempo.
Partendo dall’assunto che il lavoro di ricerca sul tipografo attivo nel Seicento in Lecce è ancora lungi dall’essere completato e che pertanto va ancora necessariamente continuato (gli ultimi importanti contributi di M. R. Tamblè e di F. Quarto pubblicati negli Studi in Memoria di M. Paone del 2011, ne sono infatti una significativa testimonianza), a conferma soprattutto che “i privati possessori” (come ha evidenziato Elio Pindinelli) possano consentire un ulteriore recupero di altre opere stampate dal “Borgognone”, si è in grado ora di descrivere dettagliatamente questa edizione, dopo il ritrovamento di un esemplare completo e in buone condizioni in una collezione appunto privata (un collezionismo perciò non fine a se stesso bensì un utile strumento di tutela e promozione culturale).
Le poche notizie bibliografiche tratte dal repertorio di A. Vezzosi (I (sic) scrittori de’ Chierici regolari detti Teatini, parte I, Roma 1780, pp. 449-450) ci dicono che il Lanfranchi, napoletano, divenne teatino il 1577. Insegnò lettere a Napoli e a Roma, poi filosofia e Teologia. Pubblicò tra il 1615 e il 1638 alcuni opuscoli teologici. Morì il 9 gennaio 1651.
Il Toppi aggiunge ancora che nel 1650 era vescovo di Ugento. La notizia è confermata da Mons. Giuseppe Ruotolo che annoverandolo appunto fra i vescovi ugentini aggiunge ulteriori e interessanti informazioni biografiche. Scrive infatti testualmente: “Napoletano, fu vicario generale dell’Ordine dei Teatini e predicatore presso il re di Spagna. Eletto vescovo da Innocenzo X il 17 dicembre I650, morì poco dopo ad Ugento. La diocesi rimase poi vacante per otto anni e fu retta dal vicario apostolico Antonio De Pandis” (in Ugento – Leuca – Alessano. Cenni storici e attualità, Siena 1969).
Il trattato sui Benefici fu pubblicato dopo la sua morte ed evidentemente la sua stampa fu realizzata qui, perché a Lecce c’erano appunto i suoi confratelli che tra l’altro con Pietro Micheli, come risulta dagli Annali, avevano stampato altre opere cli altri autori (ad esempio quelle del padre teatino leccese Giovanni Maria Minioti). Essendo inoltre di argomento religioso e scritto in latino, probabilmente avrà avuto una circolazione molto ridotta nonostante fosse munito di una relazione di approvazione del “trasformato Giovanni Camillo Palma”, onnipresenza ecclesiastica nella produzione libraria leccese del periodo e fosse dedicato al cardinale Francesco Maria Brancaccio da “Tui observantiss., nepos, dovotiss. Servus Hieronymus Lanfranchi Episcopus Cavensis”.
Descrizione dell’opera
TRACTATUS/ DE/BENEFICIIS/ ECCLESIASTICI/ SCILICET/ QUID IURIS HABEANT BENEFICIARII/ In suorum Beneficiorum fructibus/ AUCTORE/ADM. R.P.D. ANDREA LANFRANCHI/ Clerico Regulari:/ Ad Eminentissimum, reverendissimum Dominum Cardinalem/ FRANCISCUM MARIAM BRANCACIUM/ LYCII, Apud Petrum Michaelem. M.DC.LIII/ Superiorum permissu (cm. 20×15; pp. [4], 80).
Rilegatura originale in pergamena floscia seicentesca.
Note tipografiche
Stemma cardinalizio del Brancaccio al frontespizio.
Fregi; capolettera alla p. [I] (lettera H) e alla p. 1 (lettera C)
Prose
Alle pp. [1-2]: Ad Eminentissimum, et Rever. Dominum FRANCISCUM MARlAM BRANCACIUM S.R.E. Cardinalens. (Tui observantiss. Nepos, et devotiss. servus/Hieronymus Lanfranchi Episcopus Cavensis). Con capolettera H.
Alla p. [3]: Illustrissime, et Reverendissime Domine (Lycij 10 Kal. Febr. 1653. Io: Camillus Palma, Doctor Theologus, Canonicus Lycien).
Alla p. [4] Imprimatur: Aloysius Episcopus Lyciensis con due fregi simili.
Alle pp. 1-2 PROEMIUM: Quid IURIS Habeant Beneficiarii in suorum beneficiorum fructibus, con capolettera C alla p. 1.
Nelle 80 pagine di testo tutte in latino, si susseguono ben 13 capitoli, ognuno con un proprio titolo ben definito. Il libro si conclude alla p. 80 con l’iscrizione LAUS DEO, et B.M. SEMPER VIRGINI, seguita da uno dei classici fregi tipografici micheliani formato da “un cherubino tra due volute contrapposte”.
