di Marcello Gaballo
Una testimonianza inedita, sorprendente e drammatica sulla carestia che colpì la Puglia nel 1647 emerge dalla corrispondenza privata conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana tra il vicario generale della diocesi di Nardò, Giovanni Granafei, e il vescovo Fabio Chigi, che nel 1655 sarebbe salito al soglio pontificio col nome di Alessandro VII. Si tratta di una poderosa raccolta manoscritta di oltre ottocento carte, che raccoglie le notizie inviate con cadenza regolare da Granafei al suo vescovo, assente dalla diocesi per incarichi diplomatici e curiali, ma sempre desideroso di essere informato sugli eventi religiosi, civili e morali che interessavano il clero e la popolazione del Salento.
In una lettera datata 16 maggio 1647, il vicario descrive una situazione allarmante che coinvolgeva l’intera provincia e in particolare la Puglia, storicamente considerata il granaio del Regno di Napoli, minacciata da una grave crisi agricola dovuta alla persistente mancanza di piogge.
Scrive testualmente Granafei: “la raccolta prossima ventura va malissimo per tutta la Provintia e quel che è peggio per la Pulia che è il granaio del Regno per la mancanza di pioggia, che come non piove il mese […] à questo paese si camina male è havemo fatto continue processioni, e la Collecta nella Messa ad pluvia impetrandosi d’ordine di S. E. di Napoli con Gratia del Re Cattolico del 23 aprile che per tutto questo Regno si facciano le 40 hore, processioni e comunioni generali per la Pace tra Principi, conforme si fa per tutto il corrente mese di maggio, che Dio per sua misericordia ci esaudisca”.
L’espressione “che è il granaio del Regno” non è un’iperbole del vicario, ma una definizione strutturale della centralità produttiva della regione, e il dato secondo cui anche a Napoli, con autorizzazione del Re Cattolico, si ordinarono ovunque pratiche devozionali straordinarie per implorare pioggia, dimostra quanto la situazione fosse grave e avvertita in ogni parte del Regno.
A Nardò, come in altri centri, si moltiplicarono le processioni penitenziali, le messe con orazioni ad pluvia, le quarantore di adorazione eucaristica, le comunioni generali e i digiuni propiziatori: il clero guidava il popolo nel chiedere clemenza e rovesciamento del giudizio celeste.
È interessante notare come nella lettera, accanto alla siccità, venga menzionata anche la “Pace tra Principi”, per cui si invocano simultaneamente l’intervento divino e il ravvedimento dei potenti: segno che la crisi non era soltanto climatica, ma anche politica, in un contesto internazionale agitato dalla guerra dei Trent’anni, dal rischio turco e dalle instabilità interne del Viceregno.
Questo documento è particolarmente importante perché nulla nella memorialistica locale, né nella documentazione notarile finora studiata, pare aver tramandato la notizia di una carestia nel 1647, il che rende l’informazione di Granafei di grande valore per la ricostruzione storica del Mezzogiorno barocco.
A Napoli, come è noto, proprio nel luglio di quell’anno scoppiò la celebre rivolta di Masaniello, anche a causa dell’aumento del prezzo del pane e della fame crescente. A Nardò invece si assistette all’eccidio dei sei prelati il 20 agosto, più volte descritta e commentata in questo sito.
