La strada da Nardò ad Avetrana tra memoria romana e carte d’archivio ottocentesche

 

di Marcello Gaballo

La strada statale che collega Nardò ad Avetrana, oggi parte integrante dell’arteria che unisce il basso Salento a Taranto passando per Manduria, Sava e Fragagnano, conserva un’antichissima memoria. Il suo tracciato, in larga parte coincidente con quello moderno, segue infatti una direttrice che esisteva già in epoca messapica e che, nel tempo, divenne fondamentale per i traffici tra il porto di Gallipoli e la città di Taranto.

Anticamente nota come via Augusta Sallentina, e talvolta confusa con la via Traiana, essa compare nella celebre Tabula Peutingeriana, la mappa itineraria romana che documentava le principali vie dell’Impero.

 

Dopo la caduta di Roma la strada cadde lentamente in abbandono, pur continuando ad essere percorsa dai Bizantini e da popolazioni locali. La sua funzione di collegamento restò però vitale per secoli, tanto che ancora nel Medioevo molte carrarecce e tratturi seguirono l’antico tracciato.

La via Sallentina collegava Leuca, porto di approdo per chi giungeva dal Vicino Oriente, all’Appia all’altezza di Taranto, attraversando una serie di centri fiorenti dell’età messapica e poi romana: Veretum (Leuca), Uzentum (Ugento), Baletum (Alezio), Neretum (Nardò) e Manduris (Manduria).

A tal proposito si rimanda ad un precedente articolo pubblicato su questo sito:

L’antica viabilità nel territorio neretino – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

Come ha chiarito lo studioso Giovanni Uggeri nel volume La viabilità romana nel Salento (1983), l’antico tracciato è ancora oggi leggibile in molti punti della campagna salentina, specialmente nella zona a nord di Porto Cesareo, dove restano tracce di necropoli, carrarecce e antiche fortificazioni come il cosiddetto Parietone greco.

In prossimità di Nardò, tuttavia, il percorso antico si fa incerto. Mentre i resti viari sono ben identificabili a nord, verso Manduria, e a sud, verso Alezio, la zona immediatamente meridionale della città rimane poco indagata. Qui la ricostruzione si affida perlopiù a ipotesi e alla corrispondenza con la toponomastica storica.

Nel XIX secolo, con la nascita delle moderne infrastrutture stradali, le autorità borboniche decisero di ripristinare il tracciato antico e dotarlo di una carreggiata più ampia e sicura.

Un documento inedito, datato 22 luglio 1855 e rintracciato presso l’Archivio Storico Diocesano di Nardò, ci offre una testimonianza diretta di quei lavori di rifacimento e del dibattito che li accompagnò.

L’Intendenza di Terra d’Otranto, organo amministrativo competente per la provincia, aveva incaricato l’ingegnere Benedetto Torsello di “tracciare la linea di una strada che da questo Comune (di Nardò) fino a quello di Avetrana”. Il percorso, attraversando la selvaggia macchia dell’Arneo, incontrava estese proprietà ecclesiastiche appartenenti alla Mensa Vescovile di Nardò, che si estendevano fino ai confini della Foresta di Oria, un tempo appartenuta al Principe di Taranto e poi passata ai Borromeo.

Nel documento, l’Intendente Torsello scriveva che “dovendo tale strada passare per le macchie d’Arneo, ed essendo questo, pel tratto di più miglia, inaccessibile, proponeva che lo smacchiamento, il quale si stava eseguendo in diversi punti, si facesse sulla linea ch’egli indicherebbe, senza pregiudizio degl’interessati, e di proprietarii à quali il territorio s’appartiene”.

Tra questi proprietari, l’interlocutore principale era la Mensa Vescovile di Nardò, titolare di un immenso territorio lungo il percorso, compresi il feudo di Lucugnano e numerose masserie come Donna Menga, Trappeto, Morrone, Montevetrano, Giannuzzi, Pagliare, Santa Chiara e Vantaggiani.

Alla richiesta dell’Intendenza rispose personalmente il vescovo di Nardò, mons. Luigi Vetta (1849–1873), con una lettera che illumina le difficoltà e le resistenze dell’epoca:

“In adempimento mi fo a rassegnarle che il proposto smacchiamento non potrebbe eseguirsi senza pregiudizio della Mensa Vescovile per l’enorme spesa che richiederebbe, e senza pregiudizio ancora di fittuari del pascolo delle sopradette macchie, il quale verrebbe certamente a mancare in tutto il tratto smacchiato.”

Il vescovo evidenziava dunque che i lavori di apertura della nuova strada non solo avrebbero comportato una spesa notevole per la Chiesa locale, ma anche un danno economico immediato per i fittuari del pascolo (l’“herbaggio”), privati dell’uso delle terre destinate alla macchia. In sostanza, l’opera pubblica avrebbe inciso sia sul patrimonio immobiliare sia sulle rendite annuali della Mensa.

Nonostante le riserve, il progetto fu portato avanti, probabilmente con una procedura di esproprio per pubblica utilità, sebbene all’epoca non esistessero ancora norme precise in materia. Solo dieci anni dopo, con la legge 25 giugno 1865 n. 2359, l’ordinamento italiano avrebbe riconosciuto formalmente l’istituto dell’espropriazione e dell’indennizzo, poi sancito dall’articolo 834 del Codice civile del 1942.

Quel documento del 1855 testimonia un passaggio cruciale nella storia infrastrutturale del Salento: la nascita di una moderna arteria stradale che, pur ripercorrendo in parte il tracciato dell’antica via Sallentina, segnò il passaggio definitivo dall’economia agraria e pastorale a una visione territoriale proiettata verso la mobilità e lo sviluppo.

Oggi, percorrendo la statale tra Nardò e Avetrana, costeggiando le masserie e quel che resta degli uliveti dell’Arneo, decimati dalla Xilella, è possibile leggere in controluce la stratificazione di questa lunga storia: una strada antica come la civiltà stessa, riemersa dall’oblio grazie a una lettera dimenticata negli archivi, dove il linguaggio burocratico del XIX secolo si intreccia con le tracce millenarie della viabilità romana.

 

Un commento a La strada da Nardò ad Avetrana tra memoria romana e carte d’archivio ottocentesche

  1. La via Sallentina o via Traianea, partiva da Brindisi, dove a partire dalla fine della via Appia si dirigeva per Lecce (Lupiae), Otranto ed arrivava a Leuca. Poi lasciando la costa adriatica intraprendeva la costa ionica e attraversando i comuni di Ugento ed Alezio, arrivava al territorio di Nardò che. senza entrare nel centro abitato, arrivava all’attuale zona delle Cenate. Passando dalla zona di posta, attuale Villa Taverna, proseguiva per le attuali masserie ”Il Console, Giudice Giorgio” e man mano toccando altre stazioni di posta dell’attuale ”Arneo” raggiungeva Manduria, Taranto e la messapica Massafra, dove ritrovava e si ricollegava alla Via APPIA che a sinistra portava a Roma ed a destra congiungeva con Brindisi

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