
Martedì 14 aprile 2026 alle ore 15:30, presso la Sala Igea dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Palazzo Mattei di Paganica, a Roma, si svolgerà il Convegno “Alle origini del coronimo Kalabría/Calabria. Aspetti linguistici, storici, archeologici“. Per l’occasione verrà presentato il libro di Francesco Lopez, “The Historical Landscape of Ancient Kalabría. Balkan and Aegean Linguistic Influences”, pubblicato nel 2025 dall’editore accademico internazionale BRILL (Leiden-Boston).
All’incontro, oltre all’autore, interverranno Salvatore Settis, Accademico dei Lincei, Paolo Poccetti, Ordinario di Glottologia presso l’Università di Roma Tor Vergata, Mario Lombardo, Ordinario di Storia greca presso l’Università del Salento, e Gregorio Aversa, del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Modererà i lavori Annarosa Macrì, giornalista Rai. Il volume, pubblicato in Open Access, può essere scaricato gratuitamente dal sito dell’editore (brill.com).
Il nome “Calabria”, nella forma greca “Kalabría”, indicava originariamente il Salento, l’area della Puglia compresa tra la linea Taranto-Brindisi e Capo Santa Maria di Leuca, territorio noto anche come Messapia. Solo verso la metà del VII secolo d.C., quando i Longobardi di Benevento occupano la Puglia, il nome viene adottato dai Bizantini per designare l’attuale regione Calabria, in precedenza conosciuta con il termine “Brutium” o “Terra Brutia” dal popolo italico dei “Bruttii”.

Scheda del progetto e del libro
L’idea di ricostruire l’origine storico-linguistica del nome “Calabria” è nata operativamente nel 2015 a seguito dell’incontro presso l’Università di Pisa con il Prof. Francesco Perono Cacciafoco (oggi docente di linguistica alla Xi’an Jiaotong-Liverpool University di Suzhou, in Cina), impegnato a studiare la radice indoeuropea *kar- / *kal- nel senso di ‘pietra scavata dall’acqua’ in alcuni toponimi liguri. La concreta possibilità di estendere l’indagine anche alla Calabria ha portato all’elaborazione di un progetto di ricerca pluriennale, ora approdato alla pubblicazione presso l’editore accademico internazionale Brill, con la supervisione della Prof.ssa Carlotta Viti dell’Università della Lorena in Francia.
Il nome Calabria, nella forma greca Kalabría, indicava originariamente il Salento, l’area della Puglia compresa tra la linea Taranto-Brindisi e Capo Santa Maria di Leuca, territorio noto anche come Messapia. Solo verso la metà del VII secolo d.C., quando i Longobardi di Benevento occupano la Puglia, il nome viene adottato dai Bizantini per designare l’attuale regione della Calabria, in precedenza conosciuta come Brutium o Terra Brutia dal popolo italico dei Bruttii. Più nello specifico, la novità emerge al tempo dell’imperatore bizantino Costante II (630-668 d.C.). Significativo appare, al riguardo, che il pontefice Martino I, fatto prigioniero a Roma dall’esarca Teodoro Calliopa nel 653 d.C., nel rievocare la traversata da Ostia alle coste greche, dopo Messina ricordi unicamente la Calabria; come se, all’epoca, Terra dei Bruttii e Salento avessero cominciato ad assumere un’unica denominazione. Di certo, al termine del secolo, al terzo Concilio di Costantinopoli, nel 680 d.C., i vescovi di Locri, Turio, Tauriana, Tropea e Vibona si dichiarano appartenenti non più all’eparchia dei Bretti, ma a quella di Kalabría, alla pari di quelli di Otranto e Taranto. In modo definitivo, lo storico bizantino Teofane Isauro nel corso dell’VIII sec. d.C. distingue i territori dell’Italia meridionale, senza incertezze, tra ‘Loggibardía, Kalabría e Sikelía’.
In precedenza, per lunghi secoli, l’attuale regione Calabria aveva portato il nome di Brutium, così denominata nella riforma delle province romane di Ottaviano Augusto (I sec. d.C.), e poi confermata da Diocleziano (III sec. d.C.) e da Costantino (IV sec. d.C.).
Con riferimento al Salento, gli autori latini (Varrone, Livio, Plinio il Vecchio, Tacito), pur distinguendo tra ‘terra dei Calabri’ verso nord-est e ‘terra dei Sallentini’ verso sud-ovest intesi come nomi di origine locale come aveva fatto Strabone (circa 60 a.C.-24 d.C.), si soffermano maggiormente sulla nozione geografica di Calabria, soprattutto in rapporto alle coste, equiparandola al concetto greco di Messapia. Il Salento, come ‘paese dei Sallentini’, non appare ancora percepito come unità territoriale a sé stante. In ambito greco, Kalabría era la Messapia, cioè l’intera Penisola Salentina. La prima testimonianza risale a Rintóne, poeta magnogreco del III sec. a.C., originario di Siracusa ma vissuto a Taranto.
Nel corso del tempo, sono state proposte diverse spiegazioni del coronimo Calabria/Kalabría associato alla Messapia, l’antico Salento. Tra le più importanti, elaborate dagli studiosi di storia antica, ricordiamo quella che considera il nome di origine illirico-balcanica sul modello della tribù dei Galabrioi in Dardania; di origine greca o egea, sulla base di un iniziale ‘Poseidon Kalauros’, dio venerato nell’isola di Kalauria vicino a Creta; dal termine ellenico ‘kolabros’, ‘porcellino’, probabilmente adoperato dagli abitanti di Taranto in senso dispregiativo per apostrofare i Messapi, loro nemici. A parte si colloca la ricostruzione degli studiosi di linguistica. In tal senso, l’ipotesi più accreditata è quella che vede in Kalabría un nome pre-greco formato dalla radice indeuropea *kar- / *kal- nel senso di ‘pietra’ e dal tema *bru- che ha generato in greco il verbo ‘bryo’, ‘crescere, scaturire’. Kalabria designerebbe il paese degli ‘abitanti delle rocce’, con riferimento all’area montagnosa delle Murge e delle Serre Salentine, e alle tipiche costruzioni in pietra (trulli). Riesaminando i vari aspetti, nel volume appena pubblicato, Kalabría viene ritenuto un coronimo preellenico, formato dalla radice indoeuropea o preindoeuropea *kar- / *kal- nel significato più specifico e meglio documentato di ‘pietra scavata dall’acqua’, e dal suffisso appellativo ‘bria/uria’ nel valore di ‘paese, regione, terra’. Il riferimento è così rivolto alla natura carsica dei luoghi e, soprattutto, alle coste frastagliate della Penisola Salentina, contraddistinte da insenature, promontori, golfi, cale e calette.
Gli studi sono caratterizzati da numerosi articoli, soprattutto della metà-fine del Novecento, ma mancava a oggi una monografia completa. In tal senso, il volume pubblicato appare innovativo e si può definire pionieristico, in quanto, per la prima volta, raccoglie in sintesi e rielabora ricerche storiche e indagini linguistiche. Non solo, ma coniuga storia del paesaggio, studi storico-archeologici, filologia, toponomastica e linguistica comparata. Si tratta di una proposta nuova che, dal punto di vista metodologico, supera la distanza che spesso separa gli studiosi di storia antica dagli specialisti delle lingue indoeuropee.
Naturalmente, come ogni indagine scientifica, il lavoro si presenta come un ‘contributo’ alla ricerca, suscettibile di ulteriori approfondimenti. Nello specifico rimane aperta la questione se l’origine del nome Kalabría sia indigena, legata alla Messapia proto-storica, o balcanica, connessa all’Illiria, o di matrice egea, riconducibile all’ambito minoico-miceneo. Gli scenari possibili a oggi si equivalgono.
In sede di conclusioni, la nuova prospettiva metodologica, che coniuga organicamente toponomastica e storia del paesaggio, permette di individuare un legame profondo con la natura carsica dei luoghi ai quali, nelle fonti, il coronimo Kalabría è associato, soprattutto per quanto concerne il sistema delle insenature naturali e dei promontori che caratterizzano il Salento. Un posto di rilievo occupa la possibilità di proiettare il coronimo in fase pre-greca verso la Crotoniatide, con Crotone come ‘città dei calanchi’, scalo privilegiato nell’antichità e bocca meridionale del Golfo di Taranto.
Introduzione al libro
Il presente volume, trattando in termini di archeologia e storia del paesaggio dell’antica Kalabría (dapprima l’odierno Salento, già Messapia, in Puglia, e in seguito la terra dei Bruttii, l’attuale regione Calabria) dalle origini all’Altomedioevo, propone per la prima volta alla comunità scientifica, in forma monografica, la sintesi ragionata di studi storici e linguistici. L’obiettivo principale dell’opera è riconsiderare la complessa fenomenologia del rapporto tra ambiente, territorio, cultura e mobilità umana, con particolare riguardo, in ciascun ‘contesto’ di riferimento, alle concrete forme di percezione, di denominazione e di narrazione dei luoghi da parte e secondo l’ottica degli antichi1. Diventa, in tal senso, importante non solo cercare di ricostruire i nomi delle età più remote, continuatisi o spenti in epoca successiva – al fine di individuare, servendosi delle fonti storiche e letterarie, le primitive popolazioni o ethnē che hanno abitato il territorio – ma soffermarsi, per quanto è possibile, sulla natura e sul mutamento del paesaggio, spesso riflesso nel significato della nomenclatura locale di stampo arcaico.
Eminenti studiosi si sono occupati, nel corso delle loro ricerche, di valutare l’orizzonte di identificazione e/o di senso del coronimo Kalabría, come Giovanni Alessio (1935; Id. 1936; Id. 1948; Id. 1949), Louis Deroy (1962), Giuseppe Nenci (1978; Id. 1982). Altri, dal canto loro, da Robert G. Latham (1859) a Michelangelo Schipa (1895), da Karl J. Beloch (1912) a Santo Mazzarino (1939), da Giulio Giannelli (1956) a Paola Zancani Montuoro (1974), da Mario Lombardo (1982; Id. 2014) a Rita Compatangelo-Soussignan (1989; Ead. 1994), della Kalabría e dei Kalabroi si sono impegnati a delineare il profilo storico-geografico ed etnografico, ricercandone le origini.
Glottologi, storici, filologi, archeologi hanno in tal modo proposto, quando è stato richiesto, ipotesi di spiegazione ‘parallele’, ognuno per lo più in linea con i dettami metodologici della propria disciplina, e non senza incertezze quanto agli esiti dell’indagine. Le difficoltà ermeneutiche, d’altra parte, già di per sé notevoli, sono rese ancor più ardue dalla frammentarietà delle fonti storiche, assai limitate nel numero, e dal loro carattere tardo, filtrate dalla cultura greco-latina, in fase non anteriore al III-II sec.a.C.
Lo sviluppo degli argomenti è organizzato per capitoli, corrispondenti ad altrettante sezioni tematiche (I-VI). La prima sezione prende in esame le testimonianze del coronimo Kalabría in ordine cronologico, dall’età ellenistica alla prima età bizantina (III sec. a.C./VIII sec. d.C.). Il punto di avvio è l’identificazione della Kalabría con la Messapía (Rinth. in Hsch. κ 380, 1; Nic. Dam. fr. 101, 80-90).
Il territorio corrisponde all’odierno Salento, compreso, come già in Erodoto (4, 99), tra la linea Taranto-Brindisi e Capo Santa Maria di Leuca, concepito come una sub-penisola rispetto alla più ampia terra degli Iapigi (cap. 1). Alla distinzione proposta da Strabone tra Klabroi e Salentinoi, etnonimi giudicati dal geografo di origine epicoria (cap. 2), segue la discussione circa il prevalere in epoca romana di Kalabría come nome unico per identificare l’intera penisola salentina (cap. 3). Dopo la tradizione in merito alle possibili frequentazioni iapigie della Crotoniatide pre-ellenica (cap. 4), viene considerata la riforma amministrativa, avviata da Ottaviano Augusto, che portò alla creazione della Regio II Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Sallentinos, poi ristretta a provincia Apulia et Calabria sotto gli imperatori Diocleziano, Costantino e Giustiniano (cap. 5). Il paragrafo finale è dedicato alla migrazione o estensione del nome Καλαβρία, nel corso dell’VII sec. d.C. in età bizantina, dal Salento, conquistato dai Longobardi, alla terra dei Bruttii, l’attuale regione Calabria (cap. 6).
La seconda sezione, muovendo dalla considerazione della forma Kala-, con ampliamento tematico da un originario *kal-, del termine Kala-br-ia o Kala-ur-ia, passa in rassegna, di là dal Salento antico e dalla terra dei Bruttii medievale, le attestazioni nelle fonti greco-latine ed epigrafiche di diversi altri toponimi, idronimi ed onomastici.
Dal fiume Kalabros (Paus. 6, 6, 11), raffigurato su un dipinto ad Olimpia, e rientrante in un’area tra Temesa, Crotone, Metaponto e Sibari (cap. 1), alle tabelle pilie in Lineare B con il nome di persona ka-ra-u-ro (An. 192 l. 8; Jn. 750 l. 7), ed all’isola di Kalauria nel golfo Saronico, consacrata al dio Poseidon (cap. 2); dai riferimenti in area balcanica tra Dardania, Illiria e Tracia (cap. 3) all’iscrizione etrusca CIE 4940 di età arcaica da Volsinii, Orvieto (cap. 4); dalla Ninfa Καλαυρία, madre del fiume Gange, in India (cap. 5) alla località di Καλαύρια presso Siracusa in Sicilia (cap. 6), fino all’epigrafe spuria Kaibel 46 dei ΛΟΚΡΟΙ ΚΑΛΑΒΡΟΙ (cap. 7).
La terza sezione è dedicata alla testimonianza di Giovanni Zonara, cronista e scrittore bizantino vissuto tra la fine dell’XI e la prima metà del XII sec. d.C., interprete del toponimo Kalabrye (Ep. Hist. 18, 9, 6), fortezza della Tracia nel territorio dell’antica Selymbria, oggi Silivri (cap. 1).
Della località denominata in origine Kalauria o Kalabria (Chr. Pasch. 622, 18) viene offerta la descrizione geografica (cap. 2). Il suo territorio è caratterizzato come alluvionale, ricco di sorgenti d’acqua, anche saline, in un contesto ambientale, come sappiamo da altre fonti, di gole, alture e valli incassate (Ann. Com. Alex. 1, 5, 3-4; Nic. Br. Hist. 4, 7, 15). Da qui il significato, ricostruito in forma paretimologica da Zonara, di kalai bryseis, ‘buone sorgenti’ o ‘buone fontane’ (cap. 3). Segue l’individuazione di alcune analogie coeve secondo la conformazione del territorio, con toponimi a tema Kala-br/ur- ben documentati tra XI e XIII sec. d.C., come per il monastero di kalauro o Calabro Maria (Altilia di S. Severina-Kr) ed il Casale Kalabròn o Calabro (Mileto-Vv) nell’attuale regione Calabria; il territorio di kalauras o kalabràs presso Càlvera (Pz) in Lucania-Basilicata; il villaggio di Kalabritao Kalavrita (Achaia) nel Peloponneso settentrionale (cap. 4).
La quarta sezione ricostruisce il punto di vista degli storici moderni, dagli studi di Latham (1859) a quelli di Beloch (1912), Mazzarino (1939), Nenci (1978; Id. 1982), Compatangelo-Soussignan (1989; Ead. 1994). Il coronimo Kalabría, associato al Salento antico, è stato inteso in vario modo. Innanzitutto come un nome indigeno o greco sovrapposto a Messapia, con possibili corrispondenze originarie in ambito illirico-balcanico rispetto alla regione dei Galabrioi (Strab. 7, 5, 7), ovvero in ambito egeo con l’isola di Kalauria presso Trezene, oggi Poros (cap. 1); poi come un appellativo coniato dai coloni di Taranto e rivolto in senso dispregiativo, in un contesto bellico, nei confronti dei Messapi, dal lemma kolabros ‘porcellino’ (cap. 2); infine come l’esito dell’interpretazione ellenica di un termine messapico preesistente, in sé autonomo ed identitario per le stesse popolazioni indigene, mai sottomesse dai Tarentini (cap. 3).
La quinta sezione è riservata agli studi di carattere propriamente linguistico, riferiti alla base IE o Pre-IE *kar-/*kal- nel valore di ‘pietra’, ed al morfema bria/uria, impiegato per lo più in composizione come secondo elemento, nel significato di ‘città, paese, regione’.
Alla tesi tradizionale (cap.1) che vede nei Kalabroi gli ‘abitanti delle rocce’ tra Murge e Serre Salentine (Alessio 1948), segue la discussione circa la complessità della forma toponimica *kala, con ampliamento tematico (cap. 2), ed il valore (cap. 3) della radice *kar-/*kal- come ‘pietra scavata dall’acqua’ (Deroy 1962; Perono Cacciafoco 2008; Id. 2015a; Id. 2015b). Al riguardo, il ricorso nel testo al termine ‘suolo’ per ‘pietra’, ‘roccia’ riveste un carattere unicamente espressivo, per designare la superficie ‘dura’, ancorché frangibile, del terreno, spesso calcareo, e non è affatto adottato in senso scientifico.
Il paragrafo finale (cap. 4) è dedicato all’analisi dell’appellativo bria/uria attraverso la riconsiderazione delle diverse tesi formulate dalla critica moderna, compresi gli studi più recenti e settoriali a cura di Francisco Villar (2011; Id. 2014).
La sesta sezione si presenta come sintesi dei diversi livelli interpretativi – storici, linguistici, archeologici – esaminati. Il discorso si concentra sul rapporto tra il coronimo Καλαβρία e la natura carsica del Salento (cap. 1), in particolare lungo le coste, alte e frastagliate, frequentate già in età preellenica da popolazioni indigene, balcaniche e minoico-micenee. E questo in un più ampio quadro di addensamento toponimico a base *kar-/*kal- nel valore di ‘pietra’ e di ‘pietra scavata dall’acqua’, che si sviluppa dal Gargano al Carso (cap. 2), dall’ambito traco-illirico (cap. 3) a quello egeo (cap. 4).
Un paragrafo a sé è dedicato alla città di Kallipolis (Gallipoli), situata all’imbocco settentrionale del golfo di Taranto (cap. 5), così come alle specularità ed alle analogie territoriali esistenti tra Messapia e Crotoniatide, soprattutto in ordine alla conformazione della sub-penisola tra la foce del fiume Esaro e Le Castella (cap. 6).
In merito a quest’ultima area, viene, quindi, presa in esame la possibilità di individuare specifici toponimi a base *kar-/*kal-, connessi alla natura carsico-calanchiva dei luoghi (cap. 7), ed identitari, insieme ad altri per significato consimili, del suolo aperto e scavato (cap. 8). E questo nel quadro di una più ampia prospettiva ‘ionica’ delle insenature, dei promontori e degli approdi naturali, dal Gargano al Salento, da Corcira al Capo Lacinio, lungo le rotte nautiche che dalla Grecia conducevano, navigando a vista, in Occidente ed in Sicilia (cap. 9), seguendo l’itinerario mediterraneo delle ‘bianche rocce splendenti’ (cap. 10).
In sede di conclusioni, il confronto ragionato tra studi storici e studi linguistici riguardo all’antica Kalabría permette di pervenire ad alcuni elementi di novità significativi, benché la complessità dell’indagine e la frammentarietà delle fonti consiglino di procedere con estrema cautela, nell’auspicio di ulteriori approfondimenti, soprattutto secondo l’ottica metodologica della storia e dell’archeologia del paesaggio.
Le diverse stratificazioni individuate, ancorché non consentano di definire con certezza l’origine storica del nome Kalabría quale corrispettivo epicorio e anellenico di Messapia – se di matrice indigena, illirico-balcanica o minoico-micenea – danno tuttavia modo di cogliere un legame profondo con la natura carsica dei luoghi ai quali nelle fonti il coronimo viene associato, soprattutto per quanto concerne il sistema delle insenature naturali e dei promontori.
