
di Marcello Gaballo
Tra le città del Salento, Gallipoli custodisce una delle tradizioni pasquali più intense e suggestive della provincia. Qui la Settimana Santa non è soltanto una sequenza di riti religiosi, ma un percorso collettivo di fede e memoria che coinvolge l’intera comunità, trasformando il tessuto urbano in un grande scenario di devozione popolare.
Come ha efficacemente scritto mons. Piero De Santis, parroco della Concattedrale e padre spirituale delle confraternite del centro storico, «per Gallipoli, la Settimana Santa non è soltanto una tradizione da tramandare, ma una testimonianza di fede che definisce l’anima stessa della città». In questi giorni, infatti, «il tempo si ferma e la comunità si trasfigura», mentre vicoli, corti e piazze della città antica si riempiono di silenzio, di preghiera e di suoni antichi, in un dialogo costante tra liturgia e pietà popolare.
Il cammino quaresimale gallipolino si sviluppa come un vero itinerario spirituale, scandito da riti che accompagnano il fedele dalla contemplazione del dolore della Vergine fino alla speranza della Risurrezione. In questo contesto si inserisce la straordinaria partecipazione delle confraternite, protagoniste assolute delle celebrazioni, custodi di una tradizione secolare che continua a rinnovarsi attraverso la presenza delle nuove generazioni.
I riti preparatori: dal Venerdì dell’Addolorata al Venerdì Santo
Il Venerdì di Passione: la memoria dell’Addolorata
Il primo momento significativo del ciclo rituale si colloca nel Venerdì precedente la Domenica delle Palme, dedicato alla memoria di Maria Santissima Addolorata. Questa giornata, preceduta dal solenne Settenario, segna l’inizio ufficiale dei riti della Settimana Santa gallipolina.
A mezzogiorno, la statua della Vergine, custodita dalla Confraternita del Carmine e della Misericordia, varca il portone della chiesa confraternale per dirigersi verso la Cattedrale. Il corteo processionale è aperto dal suono grave della tromba e dal rullio del tamburo, elementi sonori che accompagneranno tutte le celebrazioni successive e che costituiscono uno dei segni più riconoscibili della tradizione locale.
I confratelli procedono in fila ordinata, vestiti con saio, cappuccio e mozzetta neri, mentre lo sguardo dei fedeli si concentra sulla figura della Vergine, Madre del dolore e del silenzio. La celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo rappresenta il cuore spirituale della giornata, al termine della quale viene eseguito un oratorio sacro dedicato all’Addolorata, composto da autori locali, testimonianza preziosa della tradizione musicale cittadina.
Nel pomeriggio la processione riprende il suo cammino attraverso le vie della città, sostando presso alcune chiese confraternali, in un gesto di reciproca ospitalità tra i sodalizi. Particolarmente suggestivo è il momento serale della benedizione del mare, celebrata dal bastione affacciato sul porto mercantile: un gesto antico che unisce la fede alla vita quotidiana di una comunità profondamente legata al mare.
Il Mercoledì Santo: la vestizione dell’Addolorata
Tra i momenti più intimi e suggestivi della Settimana Santa gallipolina vi è il rito della vestizione della Madonna Addolorata, celebrato il Mercoledì Santo nella chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Si tratta di una cerimonia riservata esclusivamente alle consorelle e celebrata a porte chiuse, durante la quale l’abito ordinario della Vergine viene sostituito con quello destinato alla processione del Venerdì Santo. Questo gesto, apparentemente semplice, assume un profondo valore simbolico: la preparazione della Madre al momento culminante del dolore.
Terminata la vestizione, le porte della chiesa vengono riaperte e la comunità si raccoglie per la celebrazione eucaristica. Segue il tradizionale concerto in onore dell’Addolorata, durante il quale l’Orchestra di fiati cittadina esegue marce funebri appartenenti al patrimonio musicale confraternale, affiancate da composizioni popolari di grande suggestione.
Il Giovedì Santo: la visita agli Altari della Reposizione
Il Giovedì Santo rappresenta uno dei momenti più partecipati della Settimana Santa gallipolina. Dopo la celebrazione della Messa in Coena Domini, vengono allestiti nelle chiese parrocchiali e confraternali gli Altari della Reposizione, luoghi destinati all’adorazione del Santissimo Sacramento.
Al termine della liturgia serale, la città si anima di un movimento silenzioso e continuo: fedeli, famiglie e confraternite percorrono le vie del centro storico per visitare gli altari, in un pellegrinaggio che si prolunga fino a tarda notte.
Le confraternite, secondo un ordine tradizionale, effettuano la visita processionale accompagnate dal suono della tromba e del tamburo. Tra i sodalizi protagonisti si distinguono la Confraternita del Carmine e della Misericordia, quella di San Giuseppe, della Vergine del Rosario e del Santissimo Sacramento, mentre altre confraternite svolgono la medesima pratica nella mattinata del Venerdì Santo.
Questa pratica, lungi dall’essere un semplice atto formale, rappresenta — come sottolinea mons. De Santis — «un atto di preghiera intensa e silenziosa che unisce le generazioni davanti al Mistero della Presenza di Gesù nell’Eucaristia».
Il Venerdì Santo: la processione dei Misteri e dell’Urna
Il Venerdì Santo costituisce uno dei momenti più solenni e drammatici della Settimana Santa gallipolina, con la processione detta dell’Urnia, organizzata dalle Confraternite del Santissimo Crocifisso e di Santa Maria degli Angeli.
Nel tardo pomeriggio, dalla chiesa del SS. Crocifisso escono le statue dei Misteri della Passione e l’Urna del Cristo Morto. I confratelli indossano saio rosso con mozzetta celeste e portano sul capo una corona di spine, segno evidente della partecipazione simbolica al dolore di Cristo.
Contemporaneamente, dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli prende avvio la processione della Madonna Addolorata, accompagnata da confratelli vestiti con saio bianco e mozzetta azzurra. Le due componenti processionali si uniscono lungo il percorso, dando vita a un corteo solenne e suggestivo.
Secondo quanto ricorda Giuseppe Capoti, priore della confraternita di Santa Maria degli Angeli, questa processione, organizzata nella forma attuale dopo la riforma liturgica degli anni Cinquanta, conserva elementi rituali di grande valore simbolico. Tra questi spicca la figura del troccolante, incaricato di utilizzare la tradizionale troccola — o “trozzula” — strumento liturgico che sostituisce il suono delle campane e richiama i fedeli alla meditazione.
Accanto al troccolante compaiono alcune figure penitenziali di forte impatto visivo e spirituale: il crocifero, il confratello con le “mazzare”, pesanti pietre legate tra loro, e quello che porta il Crocifisso accompagnato dalla disciplina, segno della mortificazione corporale.
La processione compie soste significative nella Cattedrale di Sant’Agata e nella parrocchia di San Gerardo Maiella, prima di rientrare in piena notte, intorno alle ore due. Ma il cammino della pietà popolare gallipolina non si conclude qui.
A distanza di appena un’ora, infatti, un nuovo corteo si prepara a muovere nel silenzio dell’alba: è la processione del Sabato Santo, destinata a diventare il momento più intenso e suggestivo dell’intero ciclo rituale.
L’alba del Sabato Santo
La processione di Cristo Morto e di Maria Desolata
Se il Venerdì Santo rappresenta il momento della contemplazione del sacrificio di Cristo, è l’alba del Sabato Santo a segnare, per Gallipoli, il culmine più alto della pietà popolare. La Processione di Cristo Morto e di Maria Desolata, organizzata dalla Confraternita di Santa Maria della Purità, costituisce infatti l’ultima e più intensa manifestazione pubblica del tempo quaresimale.
Conclusa da poco la lunga processione dell’Urna del Venerdì Santo, la città non ha ancora terminato il proprio cammino di fede. Dopo appena un’ora di pausa, quando la notte è ancora fitta e il silenzio domina le strade, tutto si prepara per un nuovo e solenne corteo. Alle ore tre del mattino, la porta della chiesa di Santa Maria della Purità si apre lentamente: ha inizio uno dei riti più suggestivi e profondamente radicati nella memoria collettiva dei gallipolini.
È proprio in quel momento che, come tramandano le cronache e le memorie locali, «il silenzio della notte è come d’incanto rotto dal suono lamentoso della tromba e dal rullio del tamburo». Due strumenti semplici ma carichi di significato, capaci di evocare un senso di attesa e di mistero che avvolge l’intera città.

Il corteo e i suoi simboli
Dal portone della chiesa escono per primi i confratelli della Confraternita di Santa Maria della Purità, riconoscibili dal loro abito tradizionale: saio, cappuccio e guanti bianchi, accompagnati dalla caratteristica mozzetta giallo paglierino. Procedono lentamente, con il capo chino, immersi in un silenzio profondo che diviene esso stesso preghiera.
Molti sono i simboli che caratterizzano la processione, ciascuno portatore di un significato preciso e tramandato nei secoli. Tra questi spicca la figura del troccolante, che scandisce il ritmo del corteo mediante l’uso della tròccola, strumento ligneo il cui suono secco e ripetuto sostituisce quello delle campane, mute nei giorni del Triduo.
Seguono i lampioni, il confalone e la Croce dei Misteri, segni visibili del cammino penitenziale. Non mancano le figure dei penitenti, presenza austera e silenziosa che richiama la dimensione della mortificazione e del sacrificio.
La processione attraversa lentamente le vie della città, mentre dalle case si aprono porte e finestre. La luce fioca delle lampade domestiche illumina i volti dei fedeli e dei bambini, spesso ancora assonnati, che osservano con stupore il lento procedere del corteo. È un’immagine che si imprime nella memoria fin dall’infanzia, divenendo parte integrante dell’identità cittadina.
Come efficacemente descritto nelle tradizioni locali, «il chiarore dell’alba e la tremula luce del sole che sorge aggiungono al mistero dell’uomo la meraviglia della natura». La notte lascia gradualmente spazio alla luce del mattino, trasformando il paesaggio urbano in un teatro di suggestiva spiritualità.

Le statue del Cristo Morto e della Vergine Desolata
Cuore pulsante della processione sono le due statue che rappresentano il momento culminante del dolore cristiano: il Cristo Morto e la Vergine Desolata, nota nella tradizione locale come Madonna della Croce.
La statua del Cristo è deposta all’interno di una splendida urna dorata, simbolo della regalità divina che permane anche nella morte. Il corpo del Signore appare immobile e composto, adagiato con solenne dignità, evocando il silenzio del sepolcro e quella sospensione del tempo che precede l’annuncio della Risurrezione. L’urna, coeva alla statua della Vergine, è databile al XVIII secolo e rappresenta uno degli elementi più significativi dell’apparato processionale.
Dietro l’urna, portata a spalla dai confratelli, avanza la magnifica statua settecentesca della Madonna Desolata, raffigurazione intensa e profondamente espressiva del dolore materno. La Vergine è rappresentata seduta su uno sperone roccioso che rimanda simbolicamente al monte Golgota, luogo della Crocifissione. Il volto, rivolto verso il cielo, esprime un dolore composto e trattenuto: le labbra serrate e lo sguardo assorto accentuano il pathos della scena, trasmettendo un senso di sofferenza interiore che non sfocia mai nella disperazione. Indossa un abito nero bordato d’oro e un lungo velo dello stesso colore che le ricade sulle spalle, segno visibile del lutto. Sul petto porta un cuore fiammeggiante d’argento trafitto da uno spadino, simbolo delle sofferenze materne annunciate dalla profezia di Simeone. Le mani, con le dita incrociate, sono poggiate sulla coscia sinistra in un gesto di rassegnata contemplazione. Ai piedi della figura sono disposti i tre chiodi della Croce e la corona di spine, elementi che richiamano con immediatezza gli strumenti della Passione.
A guidare spiritualmente il corteo vi è il sacerdote, che indossa il piviale rosso e regge la reliquia della Croce. Egli guida le preghiere che il popolo innalza con devozione, trasformando il cammino processionale in una vera liturgia itinerante, nella quale immagini, gesti e silenzi si fondono in un’unica esperienza di intensa partecipazione spirituale.

Le soste e il cammino verso l’alba
Durante il lungo percorso, la processione compie una breve sosta, a anni alterni, presso una delle chiese del borgo nuovo: la chiesa di San Lazzaro oppure quella di San Gabriele dell’Addolorata. Questo momento consente ai confratelli di ritemprarsi dopo ore di cammino, ma assume anche un valore simbolico di accoglienza e di comunione tra le diverse comunità parrocchiali.
Una volta rientrata nella città vecchia, nei pressi della chiesa del Sacro Cuore di Gesù, al corteo si accoda il concerto bandistico. Da quel momento fino alla conclusione del percorso, le tradizionali marce funebri accompagnano il lento procedere delle statue, amplificando il senso di raccoglimento e di commozione che pervade i presenti.
La benedizione del mare
Uno dei momenti più suggestivi e simbolicamente densi della processione è rappresentato dalla benedizione del mare.
La Vergine Desolata viene portata su uno dei bastioni che circondano il periplo della città vecchia. Da quella posizione elevata, il sacerdote benedice il mare con la reliquia del Sacro Legno della Croce.
Questo gesto racchiude un significato profondamente radicato nella storia e nella vita della comunità gallipolina. Il mare non è soltanto un elemento naturale, ma la fonte di sostentamento per generazioni di pescatori e marinai. Benedire le acque significa affidare a Dio la vita e il lavoro di quanti da esse dipendono.
In questo momento, il silenzio della folla si fa ancora più intenso, mentre lo sguardo si perde sull’orizzonte marino, creando un connubio suggestivo tra fede, natura e vita quotidiana.
L’Incontro: il culmine del pathos
Il momento più atteso e carico di emozione giunge al rientro della processione, sulla spianata antistante la chiesa di Santa Maria della Purità.
Qui si svolge il rito noto come “l’Incontro”, quando le statue del Cristo Morto e della Vergine Desolata vengono collocate l’una accanto all’altra. È un istante di intensa partecipazione emotiva, durante il quale l’intera comunità sembra trattenere il respiro.
In questo momento il concerto bandistico esegue la tradizionale marcia funebre “Una lagrima sulla tomba di mia madre” del maestro A. Vella, una composizione profondamente radicata nella tradizione musicale locale e capace di suscitare un’intensa commozione collettiva.
Molti fedeli non riescono a trattenere le lacrime: il dolore della Madre diventa il dolore di tutti, condiviso e vissuto come esperienza comunitaria.
Segue un breve sermone del sacerdote, che richiama i fedeli al significato profondo del mistero pasquale e all’imminenza della Risurrezione. Infine viene impartita la benedizione alla folla, prima che le statue rientrino nella chiesa, segnando la conclusione del lungo cammino penitenziale.
Il significato spirituale e identitario del rito
La processione del Sabato Santo non rappresenta soltanto un momento culminante della Settimana Santa, ma costituisce uno degli elementi più forti dell’identità religiosa e culturale gallipolina.
Come osserva mons. Piero De Santis, la fede che anima questi riti «non è un ricordo nostalgico del passato ma una forza viva», testimoniata soprattutto dalla presenza dei giovani, che continuano a partecipare con serietà e devozione, raccogliendo l’eredità delle generazioni precedenti.
Il lungo cammino penitenziale che attraversa la notte e giunge fino all’alba diventa così simbolo del passaggio dalle tenebre alla luce, dal dolore alla speranza. Non è casuale che la processione si svolga proprio nelle ore che precedono il sorgere del sole: un segno evidente della nuova luce che sta per manifestarsi nella Pasqua.
Verso la gioia della Risurrezione
Dopo il rientro della processione e la conclusione dei riti del Sabato Santo, la città si prepara a vivere il momento conclusivo del percorso pasquale.
Come ricorda mons. De Santis, «il dolore non ha l’ultima parola». Tutto il cammino di silenzio e di penitenza culmina infatti nello splendore della Domenica di Pasqua, quando le campane tornano a suonare e la città celebra la vittoria della vita sulla morte.
Così Gallipoli ritrova la sua luce, confermando che dietro ogni simulacro, ogni passo cadenzato e ogni suono di tromba batte il cuore di un popolo che continua a vivere la Pasqua come occasione di rinascita e di speranza.
