
di Marcello Gaballo
Nel cuore del XVI secolo, tra le pieghe delle carte notarili conservate presso l’Archivio di Stato di Lecce, emerge un affascinante spaccato di vita quotidiana e amministrativa della città di Nardò. In data 16 ottobre 1581, viene stipulato un contratto che ci racconta molto non solo sulla gestione della sicurezza pubblica, ma anche sulle relazioni tra potere locale, cittadini e addetti alla difesa.
In una cerimonia ufficiale, l’Università di Nardò – ente civico rappresentato da Giovanni Filippo Sambiasi, sindaco dei nobili, e Girolamo Burdi, sindaco del popolo – affida il delicato compito della sorveglianza a cavallo della marina cittadina di Santa Caterina a due uomini fidati: Marco Antonio Bello, originario di Galatone, e Annibale Calsolaro, residente in Nardò.
L’accordo prevede che i due uomini, “di fare la scorta à cavallo in la marina di detta Città per uno anno continuo da li quindici del presente mese”, vigilino giorno e notte su quel tratto costiero che ricade nella competenza della città. Il riferimento all’“ordine regio” ci ricorda che l’organizzazione delle scorte seguiva un regolamento ufficiale, forse stabilito dal potere centrale o da normative vicereali in vigore nel Regno di Napoli.
Non si trattava di un impegno leggero: l’obbligo era continuativo, per 24 ore su 24, con la possibilità – in caso di inadempienza – che l’Università potesse sostituirli con altri due “cavallari”, addebitando ai primi tutte le spese. Si legge infatti che:
“con pacto expresso che mancando di fare le scorte predette di notte et di giorno conforme all’ordine reggio, sia lecito ad elli magnifici sindicis prendere dui altre persone à cavallo per fare detta scorta alloro interesse”.
Per questo servizio, i due scortari riceveranno una paga mensile di quattro ducati ciascuno: “per loro salario detto anno uno prometteno dare ad essi scortari à ragione di ducati quattro per uno per ciascuno mese”. Una cifra non irrilevante per l’epoca. Si tratta di una forma di impiego pubblico che, a tutti gli effetti, rappresenta una delle prime forme di appalto di sicurezza da parte delle istituzioni locali.
Il contratto è formalizzato con scrupolo notarile dal notaio Santoro Tollemeto, alla presenza di testimoni autorevoli della comunità, tra cui giudici, medici e altri notabili: Domizio Biscozzi, Alfonso Sambiasi, Virgilio Rizzo, don Giovanni Bovilli, Giovanni Antonio Nociglia.
Le clausole del contratto sono vincolanti: entrambe le parti si obbligano formalmente “sub pena et ad penam dupli” – ossia sotto la minaccia di una penale doppia in caso di violazione – e giurano di rispettare l’accordo in ogni sua parte. La formalità giuridica e la severità delle clausole dimostrano quanto fosse ritenuta cruciale la protezione di quel tratto di costa, anche a causa delle frequenti incursioni turchesche nei mari del Sud dell’Italia e i danni alla popolazione ivi residente.
L’atto stipulato nel 1581 non fu una scelta discrezionale, ma un provvedimento necessario e dovuto: la marina di Santa Caterina era un punto strategico e al tempo stesso indifeso, esposto agli sbarchi improvvisi e privo di fortificazioni stabili. La torre di guardia prevista in quello stesso luogo – la torre di Santa Caterina – sarebbe stata costruita solo successivamente, nel 1582, con la funzione di “ricevere li avvisi da S. Maria dell’Alto e dalla Torre dell’Arteligo”. Fino ad allora, quel tratto restava particolarmente vulnerabile e l’unico modo per garantirne la vigilanza era l’impiego di uomini d’arme a cavallo.
