
di Vito Ruggiero
Il recente ritrovamento all’interno della British Library di una pianta del tutto inedita del porto e della città di Brindisi datata 1630 circa, che ho voluto denominare Brandici II (1) (2), mi ha portato a riflettere sul fatto che l’immensa quantità di documentazione storica e cartografica della biblioteca nazionale inglese potesse rappresentare fonte di altre piacevoli sorprese per Brindisi e probabilmente anche per tante altre città.
Ho quindi approfondito le ricerche di nuove cartografie storiche negli archivi della British Library, grazie soprattutto alla gentile ed efficiente collaborazione del Maps and Manuscripts Reference Team, riuscendo ad individuare un altro piano della città a me sconosciuto, forse anche questo inedito visto che il documento non era disponibile in versione digitalizzata e tantomeno presente nelle pubblicazioni stampate ed on-line a me note. Quella che segue è una sintesi della storia di questa insolita pianta basata sulle informazioni che sono riuscito a reperire alla quale ho aggiunto qualche mia piccola osservazione, sperando che serva da stimolo per chi vorrà approfondire.
La tavola (32×23 cm) ci rappresenta una topografia in pianta manoscritta e colorata della città dal titolo Pianta della Città di Brindisi, contenuta in una raccolta di 38 tavole con piante di altrettante città fortificate, datata 1766 ed a sua volta intitolata: A Collection of Plans of all the Fortified Places in the Kingdom of the Two Sicilies: exactly drawn from the Originals in the possession of His Sicilian Majesty, (upon a smaller Scale for the ease of conveyance).
Riporto sotto l’annotazione sulla prima pagina della pubblicazione, in seguito tradotta.

Raccolta di planimetrie di tutti i luoghi fortificati del Regno delle Due Sicilie esattamente tratte dagli originali in possesso del Re (su scala ridotta per facilitarne il trasporto) umilmente presentato a Sua Maestà dal suo più devoto suddito e fedele servitore. William Hamilton. Napoli 24 settembre 1766.
Nella breve descrizione della scheda bibliografica depositata presso la British Library troviamo indicato che “questa raccolta di mappe in pianta fu donata a Re Giorgio III da Sir William Hamilton, l’ambasciatore britannico a Napoli. Secondo la dedica, le piante furono copiate da originali più grandi in possesso del sovrano delle Due Sicilie, Re Ferdinando IV. Sono disegnate con precisione, alla maniera di un ingegnere militare o di un geometra professionista. Gli edifici sono colorati di rosso ed il terreno è tinto di marrone con ombreggiature per indicare il rilievo. Alcune piante hanno una legenda numerata sul retro. I dettagli delle piante furono tratti da documenti militari riservati e forniscono una grande quantità di informazioni sull’entroterra e, in particolare, sulle difese costiere delle città e delle roccaforti dell’Italia meridionale, appartenenti allora al Regno di Napoli. La carta su cui sono disegnate tutte le mappe è sempre la stessa; tuttavia, la carta su cui sono scritte le coordinate e le legende è differente: più sottile e con una visibile varietà di filigrane. I bordi dei fogli delle mappe sono costituiti da una linea spessa, quelli dei fogli delle legende da due linee più sottili. Pertanto, i fogli delle legende potrebbero essere stati aggiunti o rielaborati in un secondo momento. Detto questo, la grafia del compilatore delle mappe e delle legende sembra essere sempre la stessa”.
Sappiamo quindi che la raccolta fece parta della collezione topografica del Re Giorgio III e fu successivamente donata alla Nazione da Giorgio IV, ma purtroppo non si hanno altre informazioni su questa singolare opera da parte della British Library, e soprattutto restano del tutto misteriosi i documenti militari riservati e l’opera originale contenente le mappe più grandi appartenute a Ferdinando IV, dalle quali sarebbero state ricopiate quelle conservate presso la biblioteca inglese.
Sir William Douglas Hamilton (1730-1803) è stato un archeologo, diplomatico, antiquario e vulcanologo britannico. Fu ambasciatore inglese presso la corte di Napoli di Ferdinando di Borbone per ben 36 anni, dal 1764 al 1800, con le sue due mogli. Rimasto vedovo della prima nel 1782, sposò quindi Emma Lyon, avventuriera inglese di 35 anni più giovane che divenne celebre per l’affascinante bellezza e per la grazia nella danza e nel canto, oltre che per le numerose pose in cui veniva ritratta evocando personaggi femminili dell’antichità (3). Emma Lyon fu intima amica di Maria Carolina D’Austria, moglie di Re Ferdinando IV di Borbone, esercitando in questo modo una grossa influenza anche sul Re, ad esempio nella richiesta di rinforzi contro i francesi per sostenere l’Ammiraglio Nelson, del quale divenne anche amante.
In questo periodo Sir William Hamilton studiò le attività vulcaniche e i terremoti, scrisse un libro su Pompei ed acquistò il ricco museo del conte di Pianura Francesco Enrico Grasi, anche lui archeologo e antiquario, socio dell’Accademia Ercolanese, un’accademia di carattere archeologico istituita nel 1755 a Napoli da Carlo III di Borbone per pubblicare e illustrare gli oggetti che frequentemente venivano disseppelliti nelle città sepolte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.c., principalmente Pompei ed Ercolano. Hamilton raccolse una notevole collezione di vasi antichi in parte trasferita nel 1772 al British Museum, fondato circa 20 anni prima (4).
Appassionato del Vesuvio, come racconta Susan Sontag nel suo libro L’amante del Vesuvio (5), nel 1776 commissiona all’incisore Pietro Fabris una catalogazione delle pietre laviche vesuviane, con bellissime stampe acquerellate a mano raccolte nel volume Campi Flegrei (6).
Lo scrittore, poeta e filosofo Johann Wolfgang van Goethe fa visita a Hamilton nel 1787 ed osserva la sua collezione di reperti archeologici, che descrive nel suo Viaggio in Italia (7) come disordinata e stipata nei locali sotterranei della sua abitazione. Il Palazzo Sessa sotto Pizzofalcone, dove Hamilton visse e conservò le sue collezioni, fu visitato da ogni importante viaggiatore a Napoli e fu considerato il centro culturale della città. Hamilton, più di ogni altro collezionista privato, contribuì quindi a rendere Napoli illustre a livello internazionale come centro di studi sulla antichità.
In questo contesto deve essersi quindi inquadrato, forse, anche un meno noto interesse nell’architettura militare e nelle piante topografiche delle città del Regno, del quale l’opera conservata presso la British Library ne è una testimonianza.
Troviamo una raffigurazione di Sir William Hamilton in un dipinto ad olio su tela del 1777 di Sir Joshua Reynolds, conservato presso la National Portrait di Londra e riprodotto qui di seguito.

Sir Hamilton appare con il Vesuvio sullo sfondo mentre tiene in mano il primo volume di una serie riccamente illustrata che celebra i suoi successi come collezionista. Il libro è aperto su una incisione che reca una dedica in greco a lui dedicata. Accanto a lui sono esposte alcune delle sue antichità donate al British Museum.
A Sir Hamilton è stata dedicata recentemente una mostra a Napoli, Gallerie d’Italia, dal 26 ottobre 2024 al 28 febbraio 2025, intitolata Sir William e Lady Hamilton (8).
La tavola di Brindisi presente nella raccolta siglata da Sir Hamilton è così descritta nella relativa scheda della British Library: “Una mappa che mostra la città e le fortificazioni di Brindisi in Puglia (allora nella provincia della Terra d’Otranto). Ovest in alto. Il rilievo è ombreggiato come se fosse visto dall’alto; fortificazioni ed edifici sono mostrati in pianta. Colorata con rosso, blu, nero, marrone e verde sfumato. Il titolo e la barra di scala sono in basso a sinistra. In un secondo foglio viene collocato il luogo regionalmente, comprese le coordinate geografiche, ed è presente una legenda composta da dodici voci relative alle fortificazioni e agli edifici principali.”
È già la seconda volta che, intuendo di aver trovato qualcosa di nuovo nella British Library, un attimo prima di aprire i file contenenti le immagini da loro fornite in seguito alla mia richiesta di visione del documento provo un brivido molto forte, che nel mio caso potrei paragonare a quello di un bambino in procinto di rompere il suo tanto desiderato uovo di Pasqua. Questa volta lo stupore all’apertura del file è stato davvero enorme; infatti, dopo la sorpresa dell’inedita Brandici II, non avrei mai detto di poter rivivere la stessa emozione una seconda volta con un’altra mappa sconosciuta e così inconsueta. Troviamo a seguire la riproduzione della pianta a me direttamente fornita dalla British Library.

La pianta è davvero particolare, a dir poco insolita, in senso generale se la vediamo come rappresentazione presa a sé stante ed ancora di più se la rapportiamo al periodo in questione ed alla precisione di altri documenti dell’epoca.
Un lettore che a prima vista osserva questa immagine sarà subito colpito dal fatto che Brindisi appare inequivocabilmente disegnata come un’isola in un unico corso d’acqua, che di fatto la circonda, e non come una penisola tra i due seni del porto come in genere la vediamo nella cartografia moderna ma anche in quella più antica.
La città appare praticamente circondata da una sorta di grande fossato pieno d’acqua che, insieme alla cinta muraria, la rende praticamente inattaccabile. La sembianza di isola è dovuta soprattutto allo sproporzionato prolungamento delle parti terminali dei due seni del porto interno ed al loro immaginario collegamento nell’entroterra, che al tempo altro non erano che insalubri e nefaste paludi formate dai relativi corsi d’acqua che sfociavano nel porto a levante ed a ponente. La limitata porzione di territorio rappresentato, in particolare per il porto esterno e le linee di costa, non aiuta di certo a farla apparire come una città costiera, e contribuiscono ulteriormente a completare questa stravagante immagine di isola fluviale.
Chiaramente la reale geografia del territorio era piuttosto diversa e quindi la precisione dei rilievi delle città di questa raccolta messa in evidenza nella descrizione della British Library può lasciare alquanto a desiderare, almeno per quanto riguarda la pianta di Brindisi non avendo io visto e studiato tutte le altre piante. Probabilmente anche la pianta originale da cui è stata tratta non è comunque frutto di un rilevamento diretto della morfologia del territorio e forse si era basata su descrizioni precedenti altrettanto imprecise.
Tuttavia, se da un lato abbiamo una rappresentazione che ci mostra Brindisi vista come un’isola nella foce di un fiume in modo effettivamente esagerato al punto quasi di avere difficoltà a riconoscerla, dall’altro non dobbiamo dimenticare che di fatto esistono altri esempi in tal senso nella cartografia storica e nella bibliografia della città, anche se certamente più moderati.
Un esempio particolare può essere la bellissima e poco nota (per questo la riporto con piacere) xilografia del XVII secolo che riprende quella del Palladio in una versione inglese dei Commentari di Giulio Cesare, che ho tratto da Brindisi nella cartografia e nelle vedute a stampa dal XVI al XIX secolo di Roberto Lezzi (9). La raffigurazione di Brindisi e del tessuto urbano è chiaramente del tutto immaginaria ma possiamo ben vedere, come affermato dallo stesso Lezzi, che i due seni sono praticamente ridotti ad un fossato che circonda la città.

E sempre Lezzi fa notare che questo porta a pensare anche alla ben nota vedutistica sviluppatasi tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento come quella di Blaeu ripubblicata successivamente da Mortier dal celebre errore nel titolo in cartiglio, Tarento. Con l’aiuto dell’intelligenza artificiale mi sono divertito a ritoccare la riproduzione di un bell’esemplare di Blaeu appartenente alla mia collezione, evidenziando in azzurro le acque del porto e dei seni di levante e ponente. Anche qui vediamo la sagoma dei due seni che assomiglia quasi ad un fossato e che abbraccia generosamente la città pur non circondandola completamente.

Nella veduta del Pacichelli Brindesi, pubblicata nel 1703 nella monumentale opera Il Regno di Napoli in prospettiva.., abbiamo un altro esempio in tal senso ancora più evidente. Anche qui ho provveduto a colorare artificialmente un esemplare della mia collezione, evidenziando il porto, i due seni e le vie d’acqua che in essi confluiscono. Nella stampa originale priva di colorazione forse non si nota bene a prima vista, ma possiamo chiaramente vedere che anche in questo caso Brindisi è quasi completamente circondata dall’acqua, con i due seni che si prolungano in forma di fiume e paludi penetrando molto all’interno del territorio retrostante la città.

In queste immagini, pur con rappresentazioni tra loro ben differenti, quello che oggi chiamiamo porto interno è di fatto disegnato come una sorta di “anello d’acqua” che quasi circonda la città andando poi a sfociare, tramite uno stretto e poco profondo canale, in quella che veniva anche definita la foce del porto.
Troviamo infatti una tale descrizione del porto di Brindisi nell’Isolario del Coronelli pubblicato nel 1695 circa e facente parte del monumentale Atlante Veneto dove, in riferimento all’isola di Sant’Andrea e non alla città, abbiamo l’emblematico titolo Isola nella foce del porto di Brindisi.

Le rappresentazioni di una Brindisi quasi completamente isolata e circondata dall’acqua non sono quindi così tanto nuove ed in fin dei conti neanche troppo lontane da come di fatto i lineamenti geomorfologici ed il bacino del porto erano ed ancora oggi sono, ma bisogna riconoscere che in questa pianta conservata nella British Library si raggiunge certamente l’espressione grafica più estrema, che trasforma la città in una vera e propria isola, credo quasi un unicum per una pianta storica di Brindisi.
La pianta in questione ad ogni modo non ha lo scopo primario di rappresentare la morfologia del territorio o del porto, ma quello di evidenziare le fortificazioni della città, come lo stesso Hamilton ci dice nella prima pagina della raccolta. E forse proprio per questo il disegnatore non ha curato molto l’aspetto più strettamente geografico, o lo ha fatto esagerando, al solo scopo di evidenziare al meglio come l’acqua intorno alla città potesse solo che contribuire alla sua invulnerabilità.
La carta infatti ci mostra fortificazioni ed edifici ed un secondo foglio è dedicato a quelli ritenuti più importanti, elencati in 12 voci insieme alle coordinate geografiche. Troviamo a seguire la riproduzione dell’elenco manoscritto con le seguenti voci che riporto testualmente: “1. Il Duomo, 2. S. Maria della grazia, 3. Il Carmine, 4. Castel di terra, 5. Fortezza di mare, 6. Porto, 7. Porta Reale, 8. Porta di messagne, 9. L’assunta, 10. Cappuccini, 11. S. Maria degl’Angioli, 12. Le colonne”

Oltre quanto indicato in legenda, osservando la pianta possiamo notare la presenza di ponte piccolo e ponte grande rispettivamente sulla parte terminale dei seni di levante e ponente, un fabbricato nei pressi del Bastione San Giacomo che potremmo forse ricondurre a quello che fu il convento dei minimi di San Francesco da Paola, ed infine le due torri o fortificazioni che sappiamo essere state presenti nei pressi dell’imboccatura del porto sul lato di levante, a conferma di quanto osserviamo in tavole precedenti come Brandici del 1538 e Brandici II del 1630, ma anche ben visibili in diversi portolani dell’epoca. Sulla cinta muraria è evidente anche l’apertura di Porta Lecce non indicata nell’elenco, oltre quelle di Porta Mesagne e Porta Reale.
Per dare un’idea di quale fosse lo stile grafico dell’intera opera, riporto infine sotto alcune bellissime immagini di altre città contenute nella stessa raccolta, gentilmente fornite dalla British Library. In ordine Gaeta, Capua, L’Aquila e Pescara.
Non posso permettermi di commentarle, non essendo lo scopo di questo studio e non avendo le conoscenze di base su queste città. Mi limito quindi alla loro semplice riproduzione, per far percepire al lettore la bellezza grafica ed artistica complessiva di questo meraviglioso e sconosciuto volume settecentesco. Chissà se gli amici appassionati di cartografia e storia locale di Gaeta, Capua, L’Aquila e Pescara le hanno mai viste prima e se le riconoscono tal quali come erano in altre piante dell’epoca o se anche loro, come noi per Brindisi, le trovano piuttosto inconsuete.




Difficile ipotizzare l’anno a cui possano fare riferimento questi bei disegni e tutti gli altri che appartengono all’opera di Sir Hamilton, che abbiamo visto essere stata ricopiata da altra appartenuta a Ferdinando IV, molto probabilmente realizzata in tempi precedenti per scopi militari e forse andata dispersa. Altrettanto difficile fare ipotesi sull’autore che effettivamente le disegnò.
Posso solo ipotizzare una debole traccia di studio, del tutto da verificare e approfondire, che potrebbe forse ricondurre all’origine dei disegni precedenti da cui questa raccolta forse è stata tratta. L’indizio me lo hanno fornito proprio alcune delle tavole delle altre città che abbiamo appena visto, per la loro somiglianza grafica ad un’altra opera certamente poco nota di cui ci parla Adele Fiadino, professoressa di storia dell’architettura presso l’Università degli Studi G. D’Annunzio Chieti-Pescara.
La professoressa Fiadino ha infatti pubblicato, nel 2014, un saggio dal titolo Disegni di Piazzeforti del Regno di Napoli presso la Biblioteca Reale di Torino (10) nel quale informa che “nella Biblioteca Reale di Torino è conservata una voluminosa relazione sul Regno di Napoli scritta tra il 1718 e il 1720 dal diplomatico di corte Labiche per il duca Vittorio Amedeo II di Savoia, interessato ad avere maggiori informazioni su quel regno. Il pregio del manoscritto, che Vincenzo Promis alla fine dell’Ottocento ha intitolato Mémoires sur le Royaume de Naples, è quello di offrire un quadro complessivo delle condizioni politiche, economiche, sociali e militari del Mezzogiorno negli anni della dominazione austriaca e di integrarne le informazioni con ben quindici disegni planimetrici raffiguranti le principali piazzeforti del regno. Di autore ignoto, questa ricca documentazione grafica, eseguita a china ed acquerello, pur basandosi su precedenti disegni planimetrici ha il merito di essere aggiornata al 1718-20, almeno per ciò che riguarda le strutture difensive delle singole città. Facilmente comprensibile, grazie anche alle accurate didascalie che la corredano, per la sua attendibilità rappresenta una preziosa fonte di riferimento per la storia urbana delle città del Regno di Napoli.”
Fiadino in un altro saggio (11) esamina approfonditamente il testo manoscritto. Non abbiamo purtroppo informazioni sull’autore, che secondo Fiadino certamente aveva accesso alla documentazione cartografica militare conservata presso gli archivi vicereali. Il manoscritto riproduce graficamente le fortificazioni di Napoli, Capua, Gaeta, Baia, Brindisi, Otranto, Pescara, Civitella del Tronto, Porto Ercole, Orbetello e Portolongone.
Purtroppo relativamente alla piazza di Brindisi in questo manoscritto l’autore ha allegato solo la pianta di Forte a Mare sull’Isola di Sant’Andrea disegnata con molta cura e dettagliata con un’ampia legenda esplicativa e non una pianta completa della città.
L’elenco delle fortificazioni rappresentate da Labiche non coincide con quelle presenti nell’opera di Hamilton, che ne presenta un numero maggiore, ma il confronto di Gaeta e di Pescara ed il tipo di rappresentazione e colorazione evidenziano a mio avviso una certa somiglianza tra le due raccolte, pur essendo molto meglio definiti i dettagli e la pianta urbana delle rappresentazioni di Hamilton. Non sono certamente una la copia dell’altra, ma è forse possibile ipotizzare che alcune delle rappresentazioni di queste due opere hanno un’origine comune, che purtroppo resta ignota.
Uno stimolo, spero non solo per me, ad effettuare ulteriori ricerche in altre biblioteche, magari a partire dalla Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele III.
Probabilmente non si troveranno altre informazioni di questa affascinante, inconsueta e quasi bizzarra pianta manoscritta di Brindisi; tantomeno si troveranno le versioni originali più grandi citate da Sir Hamilton, e quindi questa pianta resterà per diversi aspetti alquanto misteriosa, ma una profonda ed assidua ricerca potrà senz’altro essere occasione di nuove scoperte di tesori cartografici nascosti nelle tante biblioteche sparse per il mondo, per continuare a meravigliarci ancora. Di questo ormai ne sono certo.
BIBLIOGRAFIA
1) Brandici – La più antica e rara mappa di Brindisi che Brindisi non conosce, di Vito Ruggiero, maggio 2024
3) Sir William Hamilton a Napoli, di Maria Luisa Ghianda, Doppiozero – 11 gennaio 2025
4) Hamilton a Napoli. Cultura, svaghi, civiltà di una grande capitale europea, di Carlo Knight – Electa Napoli, 2003.
5) L’amante del Vesuvio, di Susan Sontang – Nottetempo febbraio 2020
6) Campi Phlegraei – Observations on the volcanos of the Two Sicilies, William Hamilton – edito da Pietro Fabris a Napoli nel 1776
7) Italienische Reise, di Johann Wolfgang von Goethe – 1816-1817
8) Sir William e Lady Hamilton, di Francesco Leone e da Fernando Mazzocca – Edizioni Gallerie d’Italia – Skira; https://gallerieditalia.com/it/napoli/mostre-e-iniziative/mostre/2024/10/25/mostra-sir-william-lady-hamilton-napoli/
9) Brindisi nella cartografia e nelle vedute a stampa dal XVI al XIX secolo, di Roberto Lezzi – Italgrafica Edizioni s.r.l. per conto di L’Aquilone, Brindisi ottobre 2001
10) Disegni di Piazzeforti del Regno di Napoli presso la Biblioteca Reale di Torino, di Adele Fiadino, nell’ambito del VI Convegno Internazionale di Studi Città mediterranee in trasformazione. Identità e immagine del paesaggio urbano tra Sette e Novecento – 2014
11) Mémoires sur le Royaume de Naples – Una relazione sul Regno di Napoli del diplomatico Labiche per Vittorio Amedeo II di Savoia (1718-1720), con quindici tavole delle piazzeforti del regno –di Adele Fiadino – Carsa Edizioni – 2014.

Ottima ricerca ed ottimo articolo.