di Elsa Martinelli
Sentì sopra ogni altro l’amore per la Famiglia e per la Patria
e portò nel Giornalismo leccese una nota personale di signorile energia,
di grande gentilezza, di fede, di bontà.

In un’epoca in cui l’affermazione femminile era ancora relegata quasi esclusivamente all’interno della famiglia, all’educazione e alla crescita dei figli, una donna di esemplari costumi e di eletta cultura, quale fu Emilia Bernardini Macor[1] (Lecce, 14 mag. 1865-20 set. 1926), seppe imporsi nel settore del giornalismo salentino e distinguersi, a vario titolo, nella cerchia delle relazioni sociali del tempo.
Il padre, Carlo Macor,[2] era un ingegnere ferroviario di origini venete, figura nobilissima di patriota, fervente mazziniano. Perseguitato dalle autorità asburgiche fu costretto ad allontanarsi dalla sua Venezia e a viaggiare a lungo nei paesi dell’Europa orientale (Romania, Turchia, Siria), dove realizzò importanti opere: ponti sul Danubio e sul Bosforo, una ferrovia tra Costantinopoli e Smirne. Malgrado la sua condizione di fuoruscito, Carlo Macor riuscì a mantenere sempre rapporti di corrispondenza con gli illustri patrioti Giuseppe Mazzini, Maurizio Quadrio e Giuseppe Garibaldi, tenendo viva tra i profughi la fiamma dell’italianità.
La madre di Emilia Macor, Caterina Ruffo, era torinese.
Emilia aveva due sorelle e un fratello: la primogenita Maria Caterina, la sorella minore Augusta Caterina e il fratello Italo. In virtù delle idealità liberal-democratiche del padre, dei suoi frequenti trasferimenti all’estero e delle diverse dislocazioni dell’intera famiglia, la loro formazione non fu convenzionale, ma “irregolare” quanto all’ordine degli studi e cosmopolita per esperienze e lingue apprese (francese, inglese e turco).
Per indole e per educazione le “sorelle turche” erano fanciulle sicure e spigliate, come nel ricordo del giornalista-poeta Francesco Marangi[3] (pseud. Gamiran):
«Danzavano, danzavano le giovanissime figliole dell’ing. Macor, nei vasti saloni della Prefettura di Lecce. Venivano dal Bosforo ed avevano il misterioso fascino dell’esoticità orientale, ma non erano belle; non erano belle ma avevano nella danza e nel portamento la soavità, la grazia, la lievezza delle farfalle bianche dalle piccole teste d’oro, e di bianco solevano vestirsi le bionde fanciulle, che avevano lo spirito inesauribile e pertinace dei folletti; gentili sempre e talvolta caustiche, non mai rimanevano senza rispondere, né mai mute ad imbarazzanti aggressioni. Nelle sale le prime che si notavano erano le sorelle Macor; quelle che più parlavano, che più ridevano, che più pungevano, erano le sorelle turche, come da noi si chiamavano».[4]

Emilia Macor fu una donna intelligente, volitiva ed emancipata, aggraziata nei modi e nel portamento, instancabile e generosa, piena di vita e d’energia, d’ingegno acuto e spirito virile. Conobbe da ragazza il sacrificio, le rinunce, l’esilio amaro (ebbe sempre nostalgia del suo magico Bosforo). Temprò il suo carattere a una ferrea educazione, nella fermezza del pensiero e della fede, nell’aspirazione a cose nobili e sublimi.
A 22 anni sposò il giovane avvocato Nicola Bernardini[5] (Lecce, 4 ott. 1860-27 set. 1927), ardente carducciano che svolgeva parallelamente un’intensa attività giornalistica, con il quale mise al mondo cinque figli: Carlo, Giorgio, Luciano, Alfredo e Ugo.
Già redattrice per il Corriere Meridionale (settimanale fondato nel 1890 da Arturo Foscarini, ma diretto da Nicola Bernardini), sul quale curò la rubrica “Punti, appunti e … puntini”, Emilia Macor passò poi a lavorare per il settimanale La Provincia di Lecce (fondato da don Nicola nel 1896), a stretto contatto con il consorte, condividendone la direzione. Sulle colonne di questo periodico scrisse per un trentennio (1896-1926) con lo pseudonimo Ermacora, tenendo rubriche di cronaca mondana, di moda e costume dai titoli emblematici, come “Di piatto, di taglio, di punta”.
Nel giornale, sin dall’inizio, Emilia fu tutto: amministratrice, cassiera, redattrice. L’amica Emira Tamborrini, che firmava con le sole iniziali i suoi brevi articoli (sia sulla Provincia di Lecce sia sul settimanale cattolico L’Ordine), ce ne restituisce un affettuoso fermo immagine:
«La ricordo ancora al suo posto di lavoro, sotto la lampada verde, forte ausilio al consorte nelle lunghe e malinconiche serate invernali come negli afosi pomeriggi d’estate, alle prese coi molteplici manoscritti, preoccupata se l’articolo di fondo non era compilato, lieta quando io portavo alla paginetta delle sue Farfalle un pensiero delicato per un’amica comune».[6]
Donna Emilia accettava manoscritti e ne censurava, ne richiedeva di urgenza agli amici, richiamava i redattori tramite biglietti, lettere e ambasciate tutti elettricità e minacce, scritti densi di fulmini, di collere, di furie. Mentre si occupava della stesura del giornale era solita fumare il sigaro toscano, vibrando come una convulsa tra il lavoro redazionale e gli strilli dei suoi figli: Carlo, il primogenito, era particolarmente vivace e irrequieto, primeggiando nelle impertinenze che non lasciò neppure quando divenne un bravo ragioniere.
Si diceva che Nicola Bernardini fosse calmo e pacato, di una serenità olimpica, imperturbabile anche quando la volta delle stanze minacciava di crollare per le invettive lanciate dalla assai risoluta consorte. Emilia, invece, era impulsiva, determinata, pungente, mai a corto di parole. Quando interveniva per sedare gli animi in famiglia, don Nicola era solito ripetere una tipica frase: «Adesso vengo, Emilia e li ammazziamo». Frase tanto ricorrente da figurare nella chiusa di un sonetto in vernacolo leccese, dal titolo Infanticidio,[7] a firma di Gamiran, il quale amò fissare in versi un vivido quadretto domestico e lavorativo della coppia:
| Infanticidio | |
| [donna Emilia] | – Ma si propriu nu diaulu, t’aggiu datu |
|
|
lu prucinella e siecuti a ritare!
cittu nu picchi, cittu, ca scattare te pueti cu stu chiantu scunsulatu!
Ce àutru t’aggiu dare, l’ha già scasciatu l’organettu ci t’ia fattu ccattare, ddurmisci e nu me fare nquietare, cittu, ddurmisci, cittu, ndemuniatu.
E tie, Nicola, statte… jata a tie sta sienti quai, sta bidi st’assassini mpacciscu se cussine secutamu!
Maledittu giurnale! jeni a quai e lassa quiddu diaulu de taulu! |
| [don Nicola] | – Mo, Emilia, mo, mo vengo e l’ammazziamo. |
La Provincia di Lecce si pubblicava già da tre anni quando il 18 giugno 1899 aprì (rapsodicamente prima, con continuità poi) una finestra informativa sulle novità in fatto di abbigliamento femminile e maschile, per passare dalla moda ai modi di vivere in famiglia e in società. La rubrica si intitolava genericamente “Cronaca mondana”, ma dal 1° giugno 1902 prese il titolo più suggestivo di “Farfalle erranti”.[8]
La scrittura di Ermacora fu caratterizzata da uno stile spigliato, arguto, brioso e accattivante che le permise di diventare assai popolare tra i lettori leccesi. I suoi “stelloncini” suscitarono l’ammirazione dei contemporanei i quali li paragonarono ai celebri “mosconi” pungenti di Matilde Serao sul quotidiano Il Mattino di Napoli (fondato nel 1892 da Edoardo Scarfoglio e da Matilde Serao, sua consorte).[9]
Nelle sue rubriche Ermacora trattò di mondanità e bel vivere. Le serate a teatro e la società salentina davano occasioni di note e commenti di cronaca rosa. Narrò la moda del tempo, gli spettacoli della Filodrammatica, le rappresentazioni al Teatro Paisiello o la lirica al Teatro Politeama, i balli nei saloni delle famiglie della nobiltà o della buona borghesia cittadina (i Palmieri, i Falco, i Gorgoni, i Marcucci, i Massa, i Bernardini-Marrese, i Tafuri, i Galluccio etc.), soprattutto durante il Carnevale e la Pasqua, i matrimoni, i battesimi e tutte le occasioni mondane.
Donna Emilia diede suggerimenti su come vivere in famiglia e in società e offrì alle signore della media borghesia leccese, sensibili ai richiami della moda e dei gusti estetici nazionali, consigli sulle toilette del momento con l’indicazione di tempi, modi e riti da tenere nelle diverse occasioni, nelle quali “apparire con tatto e misura”.
Nella prima metà del secolo la quotidianità femminile e lo stile d’abbigliamento si erano andati via via trasformando, modernizzandosi grazie all’uso della tecnologia, anche se continuò a permanere un’indiscussa sudditanza della moda italiana rispetto a quella francese nell’uso frequentissimo di vocaboli d’oltralpe, quali boutique o démodé o altri, che si ritrovano di frequente anche nelle rubriche a firma di Ermacora.
Emilia Bernardini era solita frequentare il laboratorio leccese di Modisteria delle Sorelle Santorufo,[10] Maddalena e la sorella minore Lucia. La Macor nutriva particolare stima circa i gusti delle due titolari, soprattutto in materia di cappelli, e non ne faceva mistero, avendo tessuto le loro lodi sulle colonne delle “Farfalle erranti”.[11]
Giornalista emancipata e brillante, intransigente con i propri princìpi, donna Emilia fu capace di raccontare tutte le vanità: quelle dell’arte e dei salotti. Con le sue rubriche sovraneggiò su un territorio di pertinenza delle donne: moda, modelli d’abito, stoffe, velette, nastri, ricami, merletti, velluti, pellicce, cappelli, guanti, foggia delle maniche, altezza delle gonne, bellezza, galateo, economia domestica, feste e cerimonie familiari, socialità.
La sua è stata una figura giornalistica moderna e indipendente, caratteristiche che le consentirono di creare un rapporto di empatia con i lettori, al di là di qualsiasi colorazione politica. Fu sempre fedele alla promessa di non parlar d’altro e di voler essere «estranea sempre alle quisquiglie politiche e ai pettegolezzi amministrativi».[12]
Donna Emilia riceveva il mercoledì nel salotto del proprio palazzo, sito a metà strada tra Porta Napoli e il Convento delle Benedettine, al civico 27 di via delle Bombarde. La base operativa del giornale era invece al palazzo dei conti di Lecce (ora palazzo De Franchis), una vera fucina d’inferno.
Ermacora non scrisse solo di moda e costume, di fasti e nefasti avvenimenti mondani, ma affrontò argomenti sensibili quali la “missione” della donna, il divorzio, il voto. Emilia Bernardini credeva nell’emancipazione delle donne e nel riconoscimento dei loro diritti, sostenendo che dovessero essere libere di lottare al fianco degli uomini per il benessere proprio e dell’umanità intera.[13] Nel 1904 si pose la seguente domanda:
«Come volete che l’uomo si attacchi ad una donna, che pensa all’eguaglianza dei sessi, che studi legge o medicina, che discute di politica, che prende parte a comizi, quando essa non riuscirà a sollevarlo dalla miseria morale, dalle torture inevitabili oggi che la vita è una lotta, oggi che tutto è vizio e turpitudine? L’uomo ha bisogno di chi sappia comprenderlo, amarlo, di chi lo conforti, lo incoraggi: l’uomo è assetato di amore, dell’amore vero che scuote e sublima, dell’amore che infonde energia, che ispira la mente, che vivifica il cuore: l’amore puro della famiglia».[14]

Nel suo articolo La donna e il voto, nel sostenere i benefici sociali che sarebbero derivati dal riconoscimento del diritto di voto alle donne (sull’esempio di nazioni più civili) concluse: «Emancipiamo dunque la donna, diamo ad essa i suoi diritti, liberiamola dall’incoscienza che molte volte l’opprime e permettiamo che per il benessere suo e dell’umanità intera, essa lotti al fianco degli uomini. Il mondo certo migliorerà».[15]
Nel luglio del 1921 si compiacque, con partecipata vicinanza, dei successi della leccese Bianca Barletti, prima salentina laureata in medicina:
«[…] Per la prima volta si ha in Lecce una laureata in medicina, e, dato il singolare valore della dottoressa, l’avvenire di lei si annuncia addirittura splendido. La cura dei bambini e delle donne, è materia che si presta specialmente per una donna dedicatasi con amore agli studi difficili della scienza medica, sicché noi abbiamo a compiacerci vivamente con la signorina Barletti per lo speciale ramo a cui, ha volto la sua attività e il suo ingegno, ed a lei auguriamo di tutto cuore che possa trarre dall’opera sua le più grandi soddisfazioni».[16]
Emilia Bernardini si rivolse alle donne per proporre alle nuove generazioni modelli culturali e comportamentali che uscissero dallo stereotipo della femmina meridionale schiava del marito, spettatrice, più che attrice, oltre i confini della dimora familiare.
Nel suo Decalogo della buona moglie[17] fornì loro i seguenti consigli:
1) Guardati dalla prima contesa con tuo marito, ma se ciò avviene, troncala subito, è molto meglio che se ne uscissi vittoriosa.
2) Non dimenticare che sei maritata ad un uomo e non ad un santo, acciocché non ti sorprendano le sue imperfezioni.
3) Non tormentarlo ogni momento per denaro, ma cerca di sopperire a tutto con la somma che egli ti assegna.
4) Se tuo marito non possedesse un cuore, egli è fuor dubbio fornito di uno stomaco, perciò tu farai bene a preparargli cibi buoni e sani, per acquistarti il di lui favore.
5) Di quando in quando, non sempre, lascia a lui l’ultima parola, ciò lo metterà di buon umore e a te non nocerà punto.
6) Leggi, oltre agli annunci di nascita, di matrimonio, di morte, anche gli articoli dei giornali. Sii informata di ciò che succede nel mondo, così fornirai a tuo marito occasioni di poter parlare in casa degli avvenimenti senza che egli vada ad informarsene.
7) Anche in contesa, sii sempre gentile con lui. Ricordati che tu lo vedevi di buon occhio quando era tuo fidanzato: ora non lo guardare con occhio torvo.
8) Lascia talvolta che egli sostenga di saperne di più di te; egli avrà coscienza della propria dignità e sarà bene che tu ceda qualche volta per dimostrare che non sei infallibile.
9) Sii verso tuo marito un’amica, perché egli sia un uomo prudente; se non lo è, cerca allora di elevarlo a tuo amico; innalzati, ma non abbassarti a lui.
10) Stima i parenti di tuo marito, se non riesci ad amarli, e soprattutto sua madre; egli l’amò molto tempo prima di te.
Emilia Bernardini fu mecenate e talent scout ante litteram, scopritrice di talenti e sostenitrice delle arti. Intuì le doti vocali del giovane Tito Schipa, che divenne poi leggendario tenore di grazia, fornendogli il sostegno e l’incoraggiamento necessari per proseguire la sua carriera musicale, aiutandolo a superare le difficoltà e a raggiungere i suoi obiettivi. Per finanziare gli studi musicali a Milano del giovane tenore organizzò per lui un concerto nella Sala Dante in Lecce, in data 22 giugno 1908.
«Ai tempi dell’adolescenza di Tito, Emilia Bernardini era l’animatrice indefessa di tutte le attività sociali di Lecce. Forte del peso della sua penna e di una classe innata, dettava legge in fatto di arte e costume, era insomma un genio delle pubbliche relazioni. Quando gli amici di Tito cominciarono a chiedersi che fare per mettere il ragazzo in grado di spiccare il volo e abbandonare la provincia, fu lei a por fine ai lambiccamenti dei vari [maestri] Gerunda, Blasi, D’Elia, e a suggerire un concerto. Uno dei tanti di beneficenza che non si stancava mai di organizzare? No. Cioè sì, beneficenza, ma a favore di chi cantava, per una volta. Con l’incasso Tito avrebbe potuto acquistare un biglietto per Milano […]».[18]
Schipa fu estremamente grato ai suoi benefattori, anche per l’esito “felicissimo” di quel concerto,[19] come in una lettera che inviò al direttore del Corriere meridionale in data 24 giugno 1908:
«[…] Sentirei però di essere un po’ ingrato se, in modo specialissimo, non manifestassi le mie più vive azioni di grazie ai miei due più grandi benefattori: la signora Emilia Bernardini-Macor ed il mio maestro Alceste Gerunda. Essi con vero affetto paterno, triplicandosi in attività e sacrificando non pochi interessi personali, hanno saputo oltre che spingermi avanti con tutti i mezzi, accaparrarmi per la mia serata quel numeroso concorso di elettissimo pubblico che tutti hanno notato e che io non speravo data la pochezza dei meriti miei. Grazie, mia gentile Signora e mio buon Maestro! serberò di voi eterno e grato ricordo, e se la fortuna non mi sarà avversa, m’auguro di potermi, col tempo, rendere degno del vostro affetto e degno ancora della stima dei miei concittadini e della fiducia che hanno in me riposta».[20]
Emilia Bernardini e Tito Schipa furono sempre legati da un rapporto speciale. Schipa ricambiò l’affetto e la stima della gentildonna, tanto che alla morte di lei (nel 1926) inviò ai funerali una corona di fiori con una dedica assai commovente: “Alla mia seconda madre”.
Come nelle parole di chi la conobbe da vicino, Emilia Bernardini fu una donna particolarmente generosa e attenta alle necessità dei bisognosi. A riprova di tale sua attitudine si riportano alcuni tra i numerosi autorevoli attestati di stima e commozione che giunsero alla stampa alla notizia della sua dipartita.
L’eclettico avvocato Alessandro Criscuolo,[21] Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati per oltre un ventennio: «Ora palese, ora non vista, ella sacrò le virili energie dell’anima eletta ad opere di bene per gli umili, per la carità e l’amore umano, nei giorni trionfali della patria e in quelli dell’epicedio».[22]
Flaminio Javicoli,[23] direttore didattico della scuola “Cesare Battisti” di Lecce: «Sorrideva di soddisfazione, quando piedini nudi venivano calzati nei rigidi inverni, o quando si largivano libri gratuiti ed altre forme di assistenza ai piccoli diseredati della fortuna da lei tanto raccomandati…».[24]
Carlo Rubichi,[25] fondatore della sezione locale della Croce Rossa a Lecce: «Fare la carità era un bisogno del suo gran cuore, virtù ereditata dal suo indimenticabile padre. “Che peccato non poter fare di più”. Era questa una sua frase abituale, e chi gliela ha intesa ripetere tante e tante volte, non la dimenticherà mai».[26]
Emilia Bernardini amò Lecce e fu profondamente amata dai leccesi. Il giorno della scomparsa, a soli 61 anni, la stampa e l’intera cittadinanza la piansero con tanta tristezza nel cuore. Dopo la sua morte le furono dedicate diverse pubblicazioni commemorative raccolte nel numero speciale di celebrazioni in hora mortis del settimanale La Provincia di Lecce (3 ottobre 1926), con articoli e testimonianze sulla sua vita e sulla sua opera. Tra tutti gli attestati di cordoglio provenienti da varie personalità della cultura e della politica del tempo,[27] si riportano i versi di un sonetto[28] a firma di Giulio Pedone,[29] quale estremo accorato saluto alla stimata giornalista leccese:
| A Donna Emilia Bernardini Macor |
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Come fantasma lieve tu passasti, Nobile spirto di gentili sensi; Ne’ brevi istanti gli occhi su levasti A chi ti cinse con affetti immensi.
E ti seguiva il pianto poi che amasti Dei figli cari cui tu sempre pensi Dagli alti mondi più lucenti e vasti, Di Lecce il vanto con divoti assensi.
Non più farfalle vellutate e bianche, Farfalle erranti di sereni auguri Su verdi steli poseranno stanche.
Mistiche voci d’infinito ardore Te, donna Emilia, con accenti puri Beata inviteranno al primo Amore. |
Bibliografia
BASSO ROSANNA (a cura di), Oltre il segno. Donne e scritture nel Salento (secc. XV-XX), Copertino, Lupo, 2012.
BASSO ROSANNA (a cura di), Salentine. Regine, sante, nobili, borghesi e popolane. Una terra, cento storie, Lecce, Edizioni Grifo, 2022.
Corriere meridionale, 25 giu. 1908.
DE MARCO MARIO, Carlo Macòr, veneto cittadino del mondo, naturalizzato leccese, “Brogliaccio Salentino”, 2017, n. 291.
PELLEGRINO ANNALISA, Emilia Bernardini Macor. Cronista di moda e di costume, Galatina, Congedo, 2006.
PELLEGRINO ANNALISA, Una personalità da scandagliare. Emilia Bernardini Macor (1865-1926) redattrice e giornalista, in Il filo di Arianna. Materiali per un Repertorio della bibliografia femminile salentina (secc. XVIII-XX), a cura di Rosanna Basso e Marisa Forcina, Lecce, Milella, 2003, pp. 127-139.
Provincia di Lecce (La), 5 lug. 1896; 18 giu. 1899; 29 set. 1901; 9 feb. 1902; 5 ott. 1902; 25 set. 1904; 18 dic. 1904; 22 gen. 1905; 9 dic. 1906; 28 giu. 1908; 6 mar. 1910; 24 lug. 1921; 3 ott. 1926.
SCHIPA TITO JR., Tito Schipa, Lecce, Argo, 2004.
* Il presente profilo biografico di Emilia Bernardini Macor è stato concepito nell’ambito di un laboratorio teatrale, dal titolo Fimmine – Donne del Salento tra Vita e Resistenza: voci ritrovate che tornano a camminare, tenutosi a Lecce tra settembre e dicembre del 2025. Per la brochure del progetto, a cura di Improvvisart, si veda: <https://www.improvvisart.com/brochure/Fimmine_storie_sm.pdf>. Il medaglione storico è stato inizialmente elaborato in funzione della stesura di un originale canovaccio teatrale per la messa in scena site-specific del personaggio storico studiato in quel contesto. Ho avuto il piacere di approfondire la vita e l’opera di questa pioniera del giornalismo leccese e di interpretarne la figura, in costume d’epoca, nella restituzione pubblica del laboratorio (tenutasi in data 11 dic. 2025, nel Teatrino del Convitto Palmieri in Lecce), affiancata sul palco da Roberta Epifani, a sua volta nel ruolo di una sua immaginaria amica redattrice. Per ulteriori materiali (immagini/video), si vedano i canali ufficiali social di Improvvisart.
Note
[1] Alla figura di Emilia Bernardini Macor sono stati dedicati vari studi: ANNALISA PELLEGRINO, Una personalità da scandagliare. Emilia Bernardini Macor (1865-1926) redattrice e giornalista, in Il filo di Arianna. Materiali per un Repertorio della bibliografia femminile salentina (secc. XVIII-XX), a cura di Rosanna Basso e Marisa Forcina, Lecce, Milella, 2003, pp. 127-139; EAD., Emilia Bernardini Macor cronista di moda e di costume, Galatina, Congedo, 2006; ROSANNA BASSO (a cura di), Oltre il segno. Donne e scritture nel Salento (secc. XV-XX), Copertino, Lupo, 2012, pp. 192-199; EAD. (a cura di), Salentine. Regine, sante, nobili, borghesi e popolane. Una terra, cento storie, Lecce, Edizioni Grifo, 2022, pp. 185-188.
[2] Per il quale si veda MARIO DE MARCO, Carlo Macòr, veneto cittadino del mondo, naturalizzato leccese, in “Brogliaccio Salentino”, 2017, n. 291, p. 12.
[3] Francesco Marangi (Lecce, 1864-1939), noto anche con lo pseudonimo Gamiran, fu autore di un solo libro di poesie, intitolato Lu Pettaci (1889), dal nome del rione “più leccese di Lecce”.
[4] Cfr. L’Emilia, nel settimanale La Provincia di Lecce, 3 ott. 1926, p. 3.
[5] Avvocato, giornalista e collezionista, Nicola Bernardini diresse la Biblioteca Provinciale di Lecce dal 1902 fino alla morte. La Biblioteca, oggi a lui intitolata, fu fondata il 20 marzo 1863. Tale importante giacimento culturale cittadino, che oggi accoglie un patrimonio librario di circa 120.000 documenti di diverse epoche, si sviluppa in quello che già fu il Convitto del Reale Collegio dei Gesuiti. Il complesso architettonico mostra un possente colonnato dorico e un sobrio prospetto neoclassico, con il timpano che include uno degli orologi sincroni realizzati dal vescovo-scienziato leccese Giuseppe Candido, il quale portò fama ai concittadini all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1867. L’orologio è incorniciato da una coppia di delfini con in bocca la mezzaluna, simbolo della Provincia di Terra d’Otranto.
[6] La Provincia di Lecce, 3 ott. 1926, p. 3.
[8] L’espressione “farfalle erranti” descrive quella tipologia di farfalle (come gli esperidi), dal volo rapido e a salti, difficili da seguire nei loro frequenti spostamenti, ma più facilmente osservabili al tramonto quando si posano immobili sui fili d’erba. Sono spesso di piccole dimensioni e possono avere colori arancione, marrone, giallo o grigio, a volte con macchie bianche.
[9] Matilde Serao tenne la rubrica “Api, mosconi e vespe” con lo pseudonimo Gibus.
[10] Laboratorio ubicato nell’area delle “quattro spezierie”, al civico 55 del centrale corso Vittorio Emanuele II, sul quale si affacciavano anche le vetrine del brindisino Antonio Poso, meglio noto come “il sarto parigino”. Nel 1886 Maddalena e Lucia Santorufo aprirono a Lecce un laboratorio di sartoria e modisteria che divenne presto un importante punto di riferimento per tutte le donne del Salento attente alla cura del dettaglio, all’esclusività dei tessuti e alla perfezione del taglio personalizzato. Fin da subito l’attività delle due modiste divenne assai rinomata, dando lavoro a decine di dipendenti, apprendiste e commessi alla vendita. Le sorelle Santorufo curarono con passione e lungimiranza anche il marketing promozionale attraverso la pubblicità sui giornali, organizzando periodicamente attesissime sfilate di moda, inviando a domicilio delle clienti i commessi con i campionari delle novità, per un ricavo di centinaia di ordinazioni. Nei primi anni del Novecento parteciparono ad alcune esposizioni nazionali e internazionali, portando le loro creazioni fino a Parigi. Furono note anche per il cospicuo assortimento di cappelli per signora.
[11] La Provincia di Lecce, 5 ott. 1902, p. 2; 18 dic. 1904, p. 1.
[13] Circa i temi femministi si vedano alcuni suoi interventi sulle colonne del settimanale La Provincia di Lecce, tra i quali gli stelloncini in data 29 set. 1901 o 9 feb. 1902.
[15] Ivi, 6 mar. 1910, p. 1 e sg.
[18] Cfr. Tito Schipa Jr., Tito Schipa, Lecce, Argo, 2004, p. 49.
[19] Per alcuni resoconti della serata musicale, si vedano le cronache locali. Corriere meridionale, 25 giu. 1908, p. 1: «[…] Le due parti del programma vennero svolte con ammirevole valentia, che suscitò applausi fragorosissimi alla fine di ogni esecuzione e fece trascorrere all’uditorio due ore davvero piacevoli in quell’ambiente di arte e di signorilità»; La Provincia di Lecce, 28 giu. 1908, p. 3: «[…] Tito Schipa cantò Giunto sul passo estremo del Mefistofale di Boito e due motivi bellissimi di musica moderna, con la sua voce così bella, dal timbro limpido, carezzevole, e che lascia sempre in chi l’ascolta il desiderio di riudirla. E noi speriamo appunto di riudirlo tenore perfetto e di gran fama; noi speriamo che gli applausi che oggi l’eletto pubblico leccese gli ha prodigato, siano confermati in avvenire dagli applausi del pubblico dei maggiori teatri».
[20] Corriere meridionale, 25 giu. 1908, p. 1.
[21] Alessandro Criscuolo fu una delle principali figure dell’avvocatura penalista jonica tra ’800 e ’900. La sua lunga attività forense è testimoniata da un ricchissimo patrimonio costituito da libri, saggi e scritti vari a sua firma, attraverso i quali è possibile conoscere il suo eclettismo culturale. Egli incarnò a pieno i caratteri dell’avvocato ottocentesco che affiancava allo studio del diritto la passione per la storia, la poesia e la letteratura.
[22] La Provincia di Lecce, 3 ott. 1926, p. 2.
[23] Personalità di rilievo nel panorama pedagogico del suo tempo, Flaminio Javicoli fu un prolifico autore di manuali scolastici e testi di supporto per l’istruzione elementare, pubblicati a livello nazionale.
[24] La Provincia di Lecce, 3 ott. 1926, p. 2.
[25] Carlo Rubichi fu esponente di spicco di un’importante famiglia leccese. Suo fratello Francesco, avvocato di gran fama, noto come “il Principe del Foro”, fu anche deputato al Parlamento. Un altro suo fratello, Eugenio (detto Richel), fu un celebre umorista.
[26] La Provincia di Lecce, 3 ott. 1926, p. 4.
[27] Oltre ai mesti pensieri delle persone amiche sopra riportati si possono ricordare quelli di Oberdan Leone, Giulia Palumbo, Amilcare Foscarini, Ernesto Alvino, Giovanni Pellegrino, Sebastiano Apostolico Orsini, Gaetano della Noce, don Guglielmo Paladini, don Antonio Agrimi, Egidio Reale et alii.
[28] La Provincia di Lecce, 3 ott. 1926, p. 5.
[29] Autore salentino (Patù/Le) del quale ricordiamo, almeno, l’inno Le Madri d’Italia e In Festo Apostolorum Petri et Pauli, entrambi pubblicati nel 1934.
