
di Marcello Gaballo
Nel clima esasperato e cupo che aleggia sul monastero di Santa Chiara di Nardò negli anni Trenta del Seicento, la voce indignata di una singola monaca riesce a farsi spazio tra le righe della corrispondenza privata destinata al vescovo Fabio Chigi (futuro papa Alessandro VII) per denunciare soprusi, imposizioni e abusi che si consumavano dietro le mura della clausura.
È suor Antonia Dell’Antoglietta a scrivere, con toni misurati ma taglienti, una lettera riservata datata 6 maggio 1636, oggi conservata nella poderosa raccolta epistolare della Biblioteca Apostolica Vaticana.
In essa, la religiosa si rivolge direttamente al vescovo, aggirando deliberatamente il vicario Giovanni Granafei, al centro di gravi accuse da parte di molte monache del tempo, come si evince anche dall’accorato appello scritto pochi mesi dopo dalla badessa Caterina Sambiasi.
La monaca Dell’Antoglietta denuncia un sistema di potere inaccettabile, fondato su abusi quotidiani e continue ingerenze: “gli aggravi di quello Sig. Vicario che quotidianamente va rinnovando sempre cose nove et aggravii”.
Le parole scelte non sono casuali: “cose nove”, cioè innovazioni non richieste, imposte senza consultazione e vissute come autentiche violenze alla stabilità del convento; “aggravii”, che sottintendono tanto il peso spirituale quanto il disagio pratico e psicologico che le monache subivano da tempo.
La lettera era accompagnata da un memoriale, probabilmente ben articolato, in cui suor Antonia aveva elencato, con metodo, tutti gli abusi commessi dal Granafei, nella speranza che il vescovo, seppur lontano da Nardò, intervenisse in modo diretto e risolutivo.
Tra le richieste più significative, vi è quella di poter disporre di un confessore più adatto alla delicatezza della vita spirituale claustrale: “più di matura età et più di lettere”. L’affermazione lascia intuire che il confessore imposto fosse un giovane inesperto, forse privo della preparazione teologica o della levatura morale necessarie a svolgere quel compito nel contesto rigoroso della clausura.
Ma è nelle ultime righe che suor Antonia lascia affiorare il proprio risentimento personale, insieme a una nota sottilmente minacciosa: “mi ha dispiaciuto che mio padre et fratelli stanno in casa in Francavilla lontano da tante miglia, che à detto Sig. Vicario l’haveria saputo à dire chi è S. Antonia Antoglietta”.
La frase è tagliente, amara, e cela un rimprovero preciso: se i suoi familiari fossero stati vicini, il vicario non avrebbe osato tanto.
È un monito lanciato senza veli, in cui la monaca rivendica il proprio nome, la propria dignità e la protezione implicita della propria famiglia, che da Francavilla, troppo lontana per intervenire, non può far valere il proprio peso.
Quel “chi è S. Antonia Antoglietta” diventa così il grido d’orgoglio di una donna colta, consapevole, determinata a non subire in silenzio l’ingiustizia. In controluce, si coglie l’immagine di un monastero lacerato, in cui i conflitti non erano solo spirituali o amministrativi, ma toccavano le fibre più intime delle relazioni comunitarie, con monache costrette a difendere non solo la regola, ma la propria stessa identità. L’appello di suor Antonia, insieme a quello della badessa Sambiasi, costituisce un documento vibrante e umano di quella resistenza silenziosa e spesso dimenticata che le religiose seppero opporre a un potere clericale maschile arrogante e predatorio.
Entrambe le lettere, oggi riemerse dal fondo della raccolta Chigi, restituiscono voce e volto a un monastero che seppe, nel buio del Seicento, alzare la testa e forse reclamare giustizia.
