A Novoli S. Antonio Abate giunse da Tricarico

S. Antonio Abate in una maiolica settecentesca (coll. G. Spagnolo).

 

di Gilberto Spagnolo

Nel corso dell’anno, molte sono le “feste del fuoco” che si svolgono nei vari comuni salentini. La più famosa è certamente quella di Novoli, nei giorni 16 – 17 – 18 gennaio, per la ricorrenza di S. Antonio Abate patrono della cittadina1.

Grazie agli importantissimi documenti, rintracciati dallo studioso Pietro De Leo nell’Archivio della Curia Vescovile di Lecce ed editi per la prima volta nel 19712, si sa che verso la fine del gennaio del 1664, l’Università e il clero della Terra di Novoli chiesero al vescovo di allora, mons. Luigi Pappacoda, l’assenso affinché S. Antonio Abate diventasse loro protettore.

I Novolesi, lo avevano scelto “per particolare Padrone, Protettore et Advocato” perché (si legge testualmente nel documento) “[…] l’intercessione del quale Santo tutta la detta Terra ne riceve gratie infinite, particolarmente in occasioni di molte case incendiate, con la sola invocatione del detto Santo detta Terra n’ha esperimentato effetti meravigliosi con esserne subito cessati l’incendij, che potrebbero evidentemente far danno di molta considerazione così anco in molte altre occasioni d’infermità gravissime e d’armature di fuoco, che nel giorno della festa di detto Santo da molte persone devote di detta Terra si sono sparate, e crepate in mano di quelli senza riceverne nocumento alcuno essendosi visto il pericolo evidente di restarne offesi; et essendo tanta la devozione del popolo di detta Terra e di concorso ogni giorno di tutti li luochi convicini in detta Chiesa, e per le tante obligationi che si devono da detta Terra a detto Santo […]”3.

Il 28 gennaio del 1664, il vescovo concesse l’assenso canonico alla supplica dell’Università e del clero e dichiarò S. Antonio Abate suo protettore4, esattamente due anni dopo la conclusione dei lavori (iniziati nel 1640) che avevano trasformato il tempietto votivo preesistente (l’olim sacellum) nella ecclesia Sancti Antonii grazie alle elemosine dei fedeli5.

Ma, come ha potuto accertare Oronzo Mazzotta, la Sacra Congregazione dei Riti diede comunque il suo assenso (che non era stato concesso, non si sa per quali ragioni) solo oltre settant’anni dopo, esattamente il 3 agosto 1737, in seguito ad una nuova richiesta da parte del popolo e del Clero novolese.

La Curia di Lecce rese esecutivo il decreto della Congregazione il 23 agosto dello stesso anno. In seguito alla proclamazione ufficiale, il 17 gennaio a Novoli diventò giorno festivo a tutti gli effetti e pertanto valido per le pubblicazioni matrimoniali6.

Da allora la “festa del fuoco” in onore del taumaturgo è cresciuta sempre di più, diventando famosa non solo nel Salento e nella nostra regione ma anche a livello nazionale7.

S. Antonio Abate in una litografia ottocentesca (coll. F. Cosma).

 

Se l’ufficializzazione del culto, come si è visto, appartiene a tempi abbastanza remoti, l’acquisizione invece della “reliquia” del santo che nei giorni di festa viene esposta e venerata, è abbastanza recente. Essa giunse a Novoli da Tricarico, paese in provincia di Matera, precisamente il 27 luglio del 1924, segnando così una bella pagina della storia di Novoli e una solenne manifestazione dell’amore di ogni Novolese per “il guardiano del fuoco”.

Tale avvenimento (indubbiamente oggi poco noto ai Novolesi stessi), fu descritto in occasione del 25° anniversario della traslazione delle reliquie dal sacerdote Oronzo Madaro nel 1949, in un rarissimo numero del bollettino parrocchiale “Santuario di S. Antonio Abate” il cui direttore era l’allora parroco del santuario stesso, sac. Francesco De Tommasi8.

Oronzo Madaro narra che nell’inverno del 1924 don Carlo Pellegrino si era recato a Tricarico, con altri sacerdoti per una sacra missione. Dopo qualche giorno, il Pellegrino scrisse una lettera annunziando che nella Cattedrale di Tricarico vi erano dunque due urne ricchissime di argento, dono di un cardinale, con reliquie in una di S. Polito martire, patrono di Tricarico, e, nell’altra, di S. Antonio Abate9. La notizia fece fremere di gioia i Novolesi e subito fu formulata una supplica per il Vescovo di Tricarico, in cui lo si pregava, insieme al Capitolo di quella cattedrale, di concedere a Novoli una reliquia di S. Antonio Abate. Alla supplica, avvalorata dalla commendatizia di Mons. G. Trama, seguì una risposta affermativa e così, verso la fine di febbraio, Don Carlo Pellegrino e Don Giovanni Madaro, rettore del santuario, si recarono a Tricarico per ricevere la reliquia in consegna. L’urna preziosa fu immediatamente prelevata dal tesoro della Cattedrale per essere esposta nella cappella privata del Vescovo “che dissuggellò l’urna, ne trasse la reliquia, la collocò in un cofanetto di cristallo con il documento di autenticità firmato e suggellato”10.

Quando la reliquia giunse a Lecce fu posta nell’attuale e ricchissimo reliquiario d’argento di stile gotico; autenticata ancora dal sigillo di Mons. Trama, essa rimase nell’Oratorio del Palazzo Vescovile di Lecce sino al 27 luglio, quarta domenica, ovvero giorno fissato per la solenne traslazione che fu effettuata con un treno speciale.

Oronzo Madaro ricorda che sul piazzale della stazione Mons. Francesco Greco dette un caloroso saluto a nome di tutto il popolo Novolese; quindi si svolse la processione solenne alla quale parteciparono i due Vescovi Mons. Trama e Mons. Delle Nocche, Vescovo di Tricarico, un numeroso gruppo di canonici, di Parroci e di Sacerdoti della diocesi, il Clero novolese, i PP. Passionisti, tutte le Confraternite, il Consiglio Comunale al gran completo con il sindaco, tutte le autorità civili e militari, le associazioni con labari e bandiere. Furono percorse le vie con i canti e gli applausi del popolo novolese e dei forestieri che facevano ala al passaggio”11.

La grande folla dei Novolesi in Piazzale Stazione per l’arrivo delle reliquie con “un treno speciale” nel 1924 (coll. G. Spagnolo).

 

L’arrivo delle reliquie del Santo da Tricarico a Novoli nel 1924 (coll. G. Spagnolo).

 

La grande folla dei Novolesi in Piazza S. Antonio Abate per l’arrivo delle reliquie del Santo nel 1924 (coll. G. Spagnolo).

 

Piazza S. Antonio Abate nel giorno della festa (primi anni 20, coll. L. Mazzotta).

 

La reliquia fu posata su un altare su cui si contemplava il simulacro del Santo Patrono, sovrastato da una grande baldacchino eretto sul sagrato della chiesa. Poiché il santuario era incapace a contenere il popolo, mons. G. Trama celebrò la messa all’aperto e tenne anche la Sacra Ordinazione di alcuni seminaristi Novolesi. La S. Reliquia fu poi esposta sull’altare maggiore e la festa religiosa continuò ancora per tre giorni. Vi furono così numerosi pellegrinaggi, ricevuti col suono delle campane e con il saluto di alcuni sacerdoti novolesi, dai paesi vicini. Questi ebbero inizio nel pomeriggio della stessa domenica con Carmiano, Magliano e Trepuzzi, mentre negli altri giorni, sino a giovedì, si successero quelli di Campi, Squinzano, Salice, Veglie, Arnesano e Monteroni, tutti guidati dai rispettivi parroci.

Piazza S. Antonio Abate il 27 luglio del 1924 con il grande baldacchino (ricordato da Oronzo Madaro) che sovrasta l’altare su cui venne esposta ai fedeli la reliquia del Santo Patrono (coll. G. Spagnolo).

 

La processione con “i sugghi” (grandi candelotti di cera) in Via S. Antonio negli anni ’20 (coll. G. Spagnolo).

 

Dopo queste giornate di preghiera e di festa, la S. Reliquia fu custodita nel cappellone del Santo, nella bella nicchia di marmo che tuttora si ammira. Contemporaneamente nella chiesa fu murata una lapide marmorea con parole dettate dallo stesso Madaro, che ricordavano l’avvenimento e i nomi del Vescovo di Tricarico donatore della reliquia e quello di Mons. Trama che si era prodigato per ottenerla e che era stato presente alla solenne celebrazione12.

Oronzo Madaro, concludeva infine la sua rievocazione-testimonianza, rivolgendo un affettuoso pensiero ad alcuni dei protagonisti che nel momento in cui scriveva non c’erano più, dal Vescovo Mons. Trama all’Arciprete Mons. Greco da Don Carlo Pellegrino al Sindaco del tempo Cav. Tarantini, associando anche la gratitudine per il sacerdote che fu l’artefice principale del grande avvenimento che segnò una memorabile data della storia novolese13.

 

In “Lu Lampiune”, Ed. Grifo, Lecce, dicembre 1988 e in G. Spagnolo, Memorie antiche di Novoli. La storia, le storie, gli ingegni, i luoghi, la tradizione. Pagine sparse di storia civica, pp. 395-400, Novoli 2024.

Il reliquiario d’argento di stile gotico con la reliquia di S. Antonio Abate giunta da Tricarico (immaginetta devozionale, coll. G. Spagnolo).

 

Novoli, Santuario di S. Antonio Abate, cartolina viaggiata da Novoli a Castellamare di Stabia il 14.9.1924 (coll. G. Spagnolo).

 

Note

1 In onore di S. Antonio Abate, il 17 gennaio, centinaia di “focare” ardono nei vari comuni del Salento. Quello per antonomasia è appunto la “focara” di Novoli costruita con circa trentamila fascine di legna, ovvero tralci di vite messi a seccare e legati a mucchietti, disposti poi uno sull’altro, incastrati uno nell’altro, secondo tecniche che si tramandano di padre in figlio, fino a raggiungere un’altezza di 20 metri su una base di un diametro di 15 (misure queste dell’edizione scorsa). Ma il rito del fuoco nel Salento non è riservato solo a S. Antonio Abate. Per S. Lucia infatti si accendono le fòcare nel comune di Sternatia; per la notte di Natale a Tricase e dintorni; poi S. Biagio in vari comuni e in particolare a Calimera dove l’antica festa di S. Biagio era un tempo la festa dei “craunari”, cioè dei carbonai; il 17 febbraio a Cutrofiano nell’anniversario di un terremoto senza gravi danni e in ringraziamento del protettore S. Antonio di Padova; nei comuni intorno a Ugento ardono i fuochi in onore di S. Giuseppe; tra Natale e Capodanno ricorre la festa del fuoco a Zollino, in cui la ricorrenza del 17 febbraio viene anticipata di circa 20 giorni e completamente laicizzata; infine, anche in piena estate il 13 giugno a Calimera i “fuochi” ardono per S. Antonio di Padova (Cfr., C. Pellegrino, Le focare, il valore di un rito, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 17-1-1986).

La “Focara” alla fine dell’800 davanti al Santuario (coll. G. Spagnolo).

 

La “Focara” nel 1909” davanti al santuario (coll. L. Mazzotta).

 

La “Focara” negli anni ’20 (coll. G. Spagnolo).

 

2 P.D.L. (Pietro De Leo), S. Antonio Eremita, protettore di Novoli, note e documenti, Galatina 1971.

3 Archivio Curia Vescovile Lecce, Novoli, Instrumenta miscellanea, s. sig., in

P.D.L. (Pietro De Leo), op. cit., documento n. III, p. 21. Il sindaco (Andrea di Marso Ricciato), gli Uditori, gli Ordinati e gli Eletti di reggimento della terra di Novoli, con il consenso del Luogotenente della stessa terra, Domenico Saracino, avevano già deliberato in tal senso il 20 dello stesso mese, mentre il Capitolo giorno 22 (Ivi, documenti n. I e II, pp. 14-20).

5 Archivio Curia Vescovile Lecce, Visite Pastorali, v. 8, ff. 152v-153r. Si tratta della prima visita pastorale di mons. Luigi Pappacoda (1639-1670) in cui si registra la ricognizione canonica della nuova Ecclesia S (anc) ti Antonii in via di costruzione sul tempietto votivo preesistente: “… olim sacellum nunc ampliatum…” (in P.D.L. (Pietro De Leo), op. cit., documento n. V, p. 26); “… et fuitex elemosinis fidefium constructa… (Ivi, documento n. VII, p. 28. S. Visita del 3 giugno 1662 di Mons. L. Pappacoda.

6 Cfr., O. Mazzotta, Novoli nei secoli XVII-XVIII, Novoli 1986, pp. 148-149.

7 La rivista “PM” di Arnoldo Mondadori Editore, la ricorda nel suo “1986. Gli appuntamenti da non mancare” a cura di Monica Mascheroni, pp. 19-20. Se ne parla anche in un recente saggio dello studioso di storia delle religioni e di simbolismo A. Cattabiani, Sotto il velo di un Santo. Sant’Antonio e i suoi misteri, pubblicato nella prestigiosa rivista “Abstracta. Curiosità della cultura e cultura della curiosità”, Roma, gennaio 1988, a. III, n. 22, pp. 51-57.

A Novoli, i giorni di festeggiamento in onore del Santo, sono ricchi di celebrazioni religiose e civili: la benedizione degli animali e degli autoveicoli, la processione con la reliquia e il simulacro del taumaturgo, la bengalata sul piazzale antistante il santuario, più comunemente conosciuta con il termine “la strascina”, la suggestiva accensione della “focara “, le gare dei fuochi pirotecnici. Decine di migliaia di forestieri accorrono da tutto il Salento occupando permanentemente la chiesa di S. Antonio Abate e tutte le vie di accesso al santuario o ritrovandosi appunto intorno all’enorme falò, che consumandosi offre uno spettacolo unico mentre il chiarore delle sue fiamme e delle sue “fasciddre” che si alzano nel cielo è visibile da tutti i paesi circostanti.

8 O. Madaro, Per il 25° anniversario della traslazione delle Reliquie di S. Antonio Abate (1924-1949), in “Santuario di S. Antonio Abate in Novoli. Bollettino Parrocchiale”, a. V, n. 7-8, luglio-agosto 1949, pp. 1-3.

9 A Tricarico la festa di S. Antonio Abate significa anche inizio di Carnevale. La mattina del 17 gennaio infatti, come vuole la tradizione, alle prime luci dell’alba si radunano nella piazza principale del paese tante maschere, fra le quali spiccano sopratutto quelle delle “vacche” e dei “tori”. La vacca è rappresentata da “Mutandoni di lana e corpetto chiari, un fazzolettone colorato in vita, cappello a falde larghi in testa, con veletta chiara per coprire il viso e tanti nastri colorati che scendono dal capello”. Il toro invece è simboleggiato da “un costume completamente nero e da un cappello dal quale si dipartono solo nastrini rossi”. Le due maschere si distinguono poi per il campanaccio che è più lungo per il toro, appena fuoriuscente quella della vacca. Le figure del carnevale di Tricarico, in realtà simboleggiano la transumanza ed è per questo che insieme a loro vi sono anche pastori, massari, guardie campestri asini (veri) e un calesse con il conte e la contessa, unica donna del gruppo.

Dopo il raduno in piazza il corteo si reca alla periferia del paese, sull’Appia verso Potenza, dove si trova la chiesa di S. Antonio Abate. Il corteo fa quindi tre giri intorno al tempio per “purificarsi” e poi si assiste alla messa, durante la quale si benedicono gli animali. Al termine della cerimonia religiosa inizia il giro per le vie del paese annunziando l’inizio del Carnevale (Cfr., I fuochi di S. Antonio: è carnevale, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 17-1-1986, p. 10 – Le notizie su Tricarico sono di Vicenzo De Lillo). È interessante notare che un rito simile (i tre giri intorno al tempio con gli animali come a Tricarico) risulta già praticarsi, agli inizi del 1800, dai monaci della “Chiesa Badiale di S. Antonio di Vienna. In un saggio storico sugli ordini cavallereschi si legge infatti: “La Chiesa Badiale di S. Antonio di Vienna volgarmente detta S. Antuono è Commenda Costantiniana. (…). È a tutti notissimo e pur dimostrato dall’Engenio, dal Summonte e da altri autori, che Giovanna I° fondata avesse quella Chiesa e casa, coll’autorità del Pontefice Gregorio XI, circa l’anno 1371, e che fu conceduta a’ monaci del Tau’ di S. Antonio di Vienna, coll’obbligo di dovervi mantenere uno spedale pe’ lebbrosi; ma per giusti motivi ne’ tempi appresso dismessi i monaci, fu il pio luogo ridotto in Abbadia, e dato in Commenda coll’obbligo dello spedale, e l’Abbate Commendatario a’ tempi che vivea lo stesso Engenio, verso l’anno 1623, godeva un’annua rendita di quattromila scudi, e riconosceva per suo capo il Gran Maestro dell’Ordine di Vienna. Manteneva per lo culto divino in questa chiesa otto sacerdoti e quattro chierici, e lo spedale pe’ poveri bruciati di fuoco, detto volgarmente di S. Antuono. Il solo atto religioso, da moltissimi anni introdotto ed oggi si esercita nel giorno festivo del Santo, è quello di menar tre volte in giro attorno dell’Edifizio e nell’atrio della chiesa, cavalli, somari, muli, ed ogni altro animale da fatica, lasciando limosina per la chiesa medesima (Saggio storico degli Ordini Cavallereschi Antichi e Moderni estinti ed esistenti istituiti nel Regno delle Due Sicilie sotto le varie dinastie con annotazioni storiografiche e tavole incise in rame di Raffaele Ruo, in Napoli, nella stamperia della Società Filomatica, 1832, pp. 47-48, arch. priv. M. Rossi – Novoli.

10 O. Madaro, Per 25° cit., p. 2.

11 Ivi.

12 Già all’epoca in cui scriveva, la lapide marmorea (come afferma lo stesso Madaro) non c’era più e il sacerdote auspicava “che sarebbe tempo che rivedesse la luce in questa ricorrenza venticinquennale” (p. 3). Le reliquie del santo, furono trasferite eccetto un braccio, sulla fine del quattordicesimo secolo nella Badia Montmajour les Arles, ove sono rimaste fino al nove gennaio 1491; dopo furono trasportate di nuovo e deposte nella Chiesa parrocchiale di S. Giuliano d’Arles, ove sono ancora rinchiuse in un bel reliquiario d’argento (v. in questo stesso testo Albano Butler, S. Antonio Patriarca e i Cenobiti).

13 Dal 1983, don Franco Frassanito, attuale parroco del santuario di S. Antonio Abate, ha voluto ricordare solennemente quell’avvenimento. Da quell’anno infatti nella quarta domenica di luglio, le reliquie vengono portate in processione ed esposte.

Focara 2026. Mattina del 16 gennaio, “la cerimonia della Bardatura” (foto G. Spagnolo).

 

Accensione “Focara 2026” (foto G. Spagnolo).

 

Accensione “Focara 2026” (foto G. Spagnolo).

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