
di Marcello Gaballo
La notte del 22 gennaio 1815 rimase impressa nella memoria della città di Nardò come una di quelle in cui la natura si abbatte con tutta la sua furia e insieme lascia spazio al racconto del prodigio. Erano le quattro del mattino quando dal ponente si scagliarono due fulmini, figli di un temporale cupo e minaccioso, che colpirono in pieno il campanile della Cattedrale.
La saetta, penetrando all’interno della sagrestia, andò a urtare contro lo stipone della tesoreria che custodiva, tra l’altro, la settecentesca statua d’argento della Vergine Immacolata (oggi esposta nel Museo Diocesano).
L’impatto fu tale da ridurre in schegge il rivestimento ligneo, eppure la statua rimase illesa, come se il metallo prezioso fosse stato immune al fuoco che per natura avrebbe dovuto liquefarlo.
La mattina seguente la città era ancora percorsa da un sentimento di sgomento misto a gratitudine. Alcuni devoti, convinti che la Madonna avesse deviato su di sé i fulmini destinati a distruggere Nardò, proposero un triduo di ringraziamento. Nei giorni 23, 24 e 25 gennaio la Cattedrale si riempì di popolo, in un clima di commozione che divenne testimonianza collettiva di fede e di riconoscenza verso la Vergine, considerata protettrice e scudo della città.
Ma la vicenda non si esaurì con la preghiera. Terminata la funzione del 25, prevalse la preoccupazione che il campanile, già gravemente lesionato, potesse crollare da un momento all’altro. Per precauzione si decise di trasferire la statua miracolata in un luogo sicuro. La scelta si rivelò provvidenziale: quella stessa notte, verso l’una, le prime pietre cominciarono a staccarsi, e alle quattro del mattino – esattamente ventiquattr’ore dopo la caduta dei fulmini – l’intera struttura cedette fino a metà della sua altezza, precipitando una massa enorme di materiale proprio nel punto in cui poco prima si trovava la statua.
Il crollo travolse parte del presbiterio e devastò la zona adiacente, ma lasciò intatto l’altare maggiore al centro del quale era collocata la settecentesca statua in legno policromo della Vergine Assunta. Anche questo particolare contribuì a rafforzare la percezione di una protezione soprannaturale, quasi un secondo miracolo a suggellare l’intera vicenda.
Le conseguenze pratiche furono pesanti: il campanile, distrutto per metà, rese necessaria una lunga e impegnativa ricostruzione che gravò sulle finanze della Chiesa e della comunità. Per anni i fedeli videro svettare solo la parte superstite della torre, monca e ferita, simbolo visibile di quella notte di terrore e insieme della grazia ricevuta. I lavori di consolidamento e rifacimento si protrassero a lungo, tra difficoltà economiche e tentativi di restituire dignità e sicurezza all’edificio sacro.
Da allora quell’episodio entrò a far parte della memoria religiosa e civile di Nardò, ricordato come segno della protezione speciale della Vergine nei momenti in cui la natura e la sorte sembravano accanirsi contro la comunità. Una notte di tempesta, dunque, si trasformò in un racconto di salvezza, destinato a superare il tempo e a rafforzare il legame dei neritini con la loro Cattedrale e con le due immagini mariane che, in modi diversi, sembrarono vegliare sulla città.

