Street Art ma non solo. Il percorso di Kabo

 

di Gianluca Fedele

Ho incontrato Gabriele Quarta, in arte Kabo, nella sua Monteroni di Lecce, in un luogo che è già racconto prima ancora di diventare studio. Mi ha accolto nel suo spazio di lavoro, ricavato là dove un tempo batteva un’antica fucina: un posto in cui il ferro veniva forgiato dal fuoco e dal gesto del nonno fabbro, e che oggi continua a plasmare arte attraverso le immagini, le visioni e le ombre del brillante nipote.
Entrare nel suo studio significa attraversare una soglia temporale, dove la memoria artigiana si intreccia con l’urgenza contemporanea dell’arte, inclusa la più moderna street art. Gli spazi conservano ancora incudini, martelli e altri utensili da lavoro, ma solo come monito della fatica di cui deve tenere conto l’artista quando si pone l’obiettivo della perfezione.
È da questo spazio carico di storia e immaginazione che nasce il dialogo con Gabriele Quarta: un confronto sul suo percorso artistico, sul rapporto con un territorio non sempre fertile per l’arte, sul senso profondo di dipingere nel proprio tempo senza l’angoscia dell’immortalità, consacrato piuttosto all’idea d’essere fatti di materia e pensiero deperibile.

 

Gabriele, in questo posto si comprende quanto la creatività ti scorra nelle vene, ma quando hai deciso che sarebbe stata la tua strada?
Difficile indicare di preciso il quando, credo di averlo sempre saputo dentro di me.
L’ho scoperto e confermato quando l’adolescenza bussava alla mia porta e con lei anche tanti problemi familiari, mi sentivo arrabbiato e solo nonostante l’amore della mia famiglia, e in quel periodo smisi di disegnare solo per divertirmi e iniziai a dipingere nel buio e del buio.
Fu come conoscere un amico che non mi avrebbe mai abbandonato e sempre compreso.

Qual è stato il tuo percorso di studi?
Ho frequentato prima il liceo artistico a Lecce, spostatomi a Milano ho fatto poi l’Accademia di Belle Arti di Brera con tanti sacrifici e soddisfazioni. Ma oltre l’Accademia parallelamente studiavo la Street art e la filosofia, ed entrambe le discipline mi hanno portato a fare un percorso non comune a tutti gli altri, sviluppando una sensibilità diversa e un rapporto intenso con quello che poi avrei inteso comunicare attraverso l’arte.

 

Hai scelto di farti chiamare Kabo per indicare la tua identità artistica e connotare la tua produzione, che valore ha questo pseudonimo per te?
Il nome anagrafico lo scelgono per te, e il fatto di scegliere il mio nome è una presa di posizione che include anche una responsabilità riguardo chi sono e cosa faccio.
La mia Tag è tutto ciò che ho fatto fino a ora, senza alcun aiuto o favoritismo.
Questo è il valore che ha.

La Street art ha fatto emergere tue raffinate doti figurative e le ha messe a disposizione di un pubblico vastissimo come solo l’arte urbana può fare. Avverti questa responsabilità?
Assolutamente sì! È indiscutibile che la “Street art” stia vivendo la sua epoca d’oro, ma paradossalmente il suo limite sta proprio nel fatto che sia diventato un fenomeno socio-culturale di massa. Ciò che intendo dire e che se da un lato è soddisfacente l’aspetto remunerativo e una sfida tecnica continua, dall’altro ha snaturato la sua “mission” ossia comunicare alla gente comune, al popolo, in modo diretto, spontaneo, semplice. Tante opere che vedo in giro su commissione per me sono solo mero ornamento.
Siqueiros Orozco e Rivera da pittori da cavalletto qual erano, andarono su muro per fare la rivoluzione con l’arte, per comunicare qualcosa di importante e non per marketing o pubblicità.
E di artisti che abbracciano valori di questo tipo ce ne sono troppo pochi.

 

Per mantenere vivo il senso dell’arte pensi sia necessario trovare una sintesi tra commissione e messaggio, tra decoro urbano e ispirazione?
Certo, credo che sia fondamentale, almeno per come l’intendo io.
L’artista è come un medium, ossia media tra una parte e l’altra, in un certo senso apre gli occhi pur tenendoli chiusi.
Ma senza una solidità economica non si può continuare a farla l’arte, non si potrebbe continuare la propria ricerca ed evolvere. Perciò uno dei conflitti maggiori per molti writers è rappresentato proprio dal “compromesso”. Alcuni cedono e si snaturano fino a perdere persino sé stessi, e io lo so bene perché ci sono andato vicino. Altri lottano per esporsi e valorizzare valorizzandosi. Questa è la nostra realtà.

L’artista riesce a vedere oltre e mette in campo tutta l’empatia di cui è capace con il committente per esporre al meglio la propria visione. La soddisfazione di entrambi è già parte del successo.

 

Ma allora la Street art è libera e spontanea o dobbiamo intenderla soggetta a forme di limitazione?
Bella domanda! Diciamo che negli anni il fenomeno del muralismo si è fortunatamente normalizzato e anche i cittadini hanno imparato a conviverci considerando i murales una forma d’arte. Questa evoluzione ci ha consentito di esprimerci su muro senza essere additati come vandali. Ecco, c’è più tolleranza.
Forse il vero problema non riguarda tanto i “limiti” imposti, ma è l’artista stesso che accettando ogni commissione senza opporsi ha offerto di sé l’immagine di una stampante senza cervello, quando nella realtà è un essere sensibile la cui idea si incarna nella sua opera.
Ribadisco quindi che una delle soluzioni al fenomeno della censura sia quello di aprire una finestra di dialogo serio e costruttivo col committente dell’opera.
In questo contesto il compito dell’artista è quello di indottrinare le amministrazioni pubbliche: se uno ha sempre mangiato pasta al sugo e conosce solo quella come può riconoscere il valore di una frisa, prima deve assaggiarla nel posto giusto e nel momento giusto e con gli ingredienti giusti, e l’artista è colui che fa in modo che tutti questi elementi coincidano.
Dal canto mio col tempo ho imparato a non accettare lavori che non rispettassero chi sono, nonostante magari le difficoltà economiche e le insicurezze, perché fare arte vuol dire anche riconoscere il valore della magia e capire che il piano materiale e quello spirituale valgono allo stesso modo. Se non coincidono l’uno annienta l’altro.

 

Naturalmente non ci sono solo murales a corredo della tua attività. C’è un simbolo, un soggetto o un elemento visivo che senti particolarmente tuo e che ritorna spesso nelle tue opere personali?
Ce ne sono stati diversi in base ai periodi. In passato il mio archetipo era lo smile felice nella prigione, ed era estremamente ricorrente e mimetizzato.
Poi con gli anni è diventato una chiave nascosta che non sempre si riesce a trovare, anche perché l’attenzione nell’arte è una qualità indispensabile.
Riguardo la mia produzione contemporanea non aggiungo dettagli altrimenti sfuma il piacere della ricerca.

 

Ho notato che lavori spesso su supporti recuperati, diciamo così. È l’arte che restituisce loro dignità o sono loro che nobilitano il tuo lavoro?
Sono stato quel pezzo di ferro arrugginito, sono stato quel pannello di legno umido, sono stato quel mobile ammuffito. La società mi ha sempre visto come un pezzo da buttare e non riconosceva il mio valore. Questa consapevolezza mi ha portato a cercare la bellezza dove la massa non guarda, attratta com’è verso la luce folgorante della perfezione.
Io amo sbagliare e il valore che ha la mia arte parte da come guardo le cose e come le nobilito.
Se ci riesco con la ruggine riesco persino con me stesso.

 

 

Qual è l’opera a cui sei maggiormente legato?
Ogni opera per me è come un figlio, un pezzo di anima.
Non ce n’è una in particolare ma ogni particolare di ciascun’opera contiene qualcosa di importante per me.
Non faccio ornamenti, se li facessi forse significherebbe che delle mie opere m’importerebbe solo il livello tecnico. Alla fine ogni opera è come un emozione, non ce ne sta una più importante e una meno, ognuna ha qualcosa da dire, basta saperle ascoltare con gli occhi e l’anima.

 

Che obiettivi ti sei prefissato per il nuovo anno?

Passeggiare di più nella natura, continuare a leggere e a scrivere i miei racconti e in modo spontaneo coltivare le mie opere.
Forse farò la mia prima personale a fine anno e sto lavorando a fuoco lento per mettere in ordine ogni sfaccettatura della mia anima.
Sara come un film di Lars Von Trier.
Per quanto riguarda i muri farò solo quello che mi piace e accetterò solo commissioni che sono nelle mie corde e rispettino la mia anima. Il resto non lo spoilero.

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