
di Gilberto Spagnolo
Nel 1930, Primaldo Coco pubblicava a Taranto presso Ettore e Alberto Cressati, il primo volume della sua rara e documentata opera “I Francescani nel Salento”. Tra i tanti capitoli che compongono il testo, uno tra i più interessanti è certamente quello che raccoglie le varie “tradizioni e leggende” sulla venuta di S. Francesco d’Assisi in Puglia, con particolare riferimento ad alcuni centri della provincia salentina, come Taranto, Brindisi, Lecce, Nardò, Gallipoli, Otranto, ecc1.

Numerose sono quelle che riguardano il nostro capoluogo tanto che lo stesso studioso ebbe a scrivere “a Lecce il Padre S. Francesco pare sia realmente stato, ma la memoria è molto infiorata di leggenda”2 .
Una delle più dettagliate e suggestive è “il miracolo del pane” avvenuto nel 1219, che interessò la nobile famiglia dei “Pirrone” (Perrone) antichissimi patrizi leccesi, che il De Simone attesta come discendenti mitici del protovescovo leccese Oronzo (e il cui palazzo era ubicato vicino alla porta detta di S. Biagio “nell’isola che dal loro cognome traeva denominazione e prestigio”)3, miracolo testimoniato da un’iscrizione riportata dallo stesso Coco a conclusione della narrazione.

L’autore, rifacendosi alla lapide marmorea che fu posta a perpetua memoria dell’avvenimento sull’arco del portone del palazzo narra quanto segue:
“A Lecce, dove era stato accolto con stima e devozione ammirabile dall’intera popolazione, Francesco volle continuare quella vita di mortificazioni e di spregio questuando per le vie della Città il pane per i Religiosi che avea stabiliti nel Convento di S. Giuliano.
Una volta, trovandosi a bussare alla porta del fastoso Palazzo Pirrone, famiglia nobile, pia e generosa avvenne di essere benignato di una vista celestiale che riempì di consolazione l’animo suo e tutta la generosa famiglia. Egli adunque bussò e fu aperto immantinente; detto il saluto a lui famigliare Pace e Bene, chiese, con tutta l’unzione sacra dell’umiltà l’elemosina di un tozzo di pane. La persona che gli aveva aperto la porta si scusò con ogni buona maniera che in quel momento non se ne trovava in casa nemmeno un briciolo; e chiuse senz’altro. Il Santo per nulla conturbato, bussò e chiese per la seconda e terza volta l’elemosina per i suoi figli diletti. Questa, confusa e costernata di non poterlo accontentare, non sapeva in qual modo licenziarsi da un povero troppo dissimile dagli altri poveri; ed obbedì ancora una volta ai segreti impulsi del cuore ritornando a visitare la custodia del pane. Quale stupore non fu per lei e per tutta la casa quando la trovò piena e fumante di quel pane gustosissimo chiamato, volgarmente “pollicastro”! Un angelo era intervenuto a premiare l’umiltà dell’uno e la carità degli altri. La gioia, per questo fatto meraviglioso, si estese a tutta la casa come se fosse, disceso dalle sfere celesti nuovo sole di letizia! Nel consegnare il pane al Santo Poverello pareva che tutti fossero in preda a nuova, sovrumana allegria, ed egli nel ricevere l’offerta alzò gli occhi sereni esclamando: Ecco quanto è buono ed amabile il Signore! Egli che governa gli augelletti del campo non ha voluto che soffrissero i servi che lo amano e che lo pregano! E rivolto alla famiglia devota, che lo circondava di affetto disse: Siate benedetti dal Cielo e da me poverello. Iddio ha veduto la vostra bontà; ha pesate le vostre angustie, ed è venuto in soccorso con l’opera delle Sue misericordie! Io pregherò sempre per voi; il mio spirito aleggerà sempre nella vostra stirpe, e godrete il privilegio di riposare dopo morti all’ombra della Chiesa ufficiata dai miei figli spirituali! E così fu. La serafica benedizione passò, come pegno di pace e di felicità, nella famiglia Pirrone di generazione in generazione, che si mantenne devotissima ai figli di S. Francesco.
Sull’arco del portone del palazzo fu posta a perpetua memoria una lapide marmorea con questa scritta:
Pater Franciscus De Assisio
Novae Religionis Fundator
Quaeritans Pro Fratribus Huc Venit
Tunc Panis Non Erat In Domo
Secundo Et Tertio Quaesivit Et Statim
Rotundus Panis Dittus Patria Lingua
Pollicastrus, Grate Olens, Et Fumans
Inventus Est De Coelo Missus
Viso Miraculo Tota Domus Laetata Est
Et Subito Alessander Pyrronus P. P.
Cum Uxore Aurelia De Claromonte,
Filiabus Et Filiis Aeaco, Leonardo
Ludovico, Stephano Olympia, Et
Laudamia Descenderunt, Et
Reverenter Santo Patri Pollicastrum
Obtulere. Franciscus Capto Pane,
Ecce Dixit, Quomodo In Indigentia
Filis Suis Deus Visitat Annonam
Et Hoc Dicto, Benedixit Omnes
Et Pro Ipsis Et Descendentibus Eorum
Semper Orare, Et In Ecclesia Sui Conventus
Sepulchrum Eis Dare
Promittens Discessit.
Evenit Hoc. A.D. mccxix
Anno Vero Sequenti In Hoc Lapide Miraculumu
Isculpere Fecit Et Angelum De Coelo Panem
Ipsum Terentem In Faciem
Domus Ponere Curavit Idem Alexander,
Qui, In Hoc Anno Mccxx
De Regimine Civitatis Est Primus Et Domino
Ligavit Suis Posteris, Ut Semper Habitarent In Ea4.
A sostegno del singolare avvenimento indica in nota, come fonte, il testo di un certo “P. Gregorio Pio Milesio, Pro vindicanda etc. Appendice vol. II, p. 259” (testualmente così riportata).


La casuale consultazione di questo volume presso una biblioteca privata, ha ora consentito non solo di documentare ulteriormente questo episodio ma anche (e soprattutto) di incrementare quantitativamente la produzione di uno dei tipografi leccesi più rappresentativi del XVIII secolo. Nella sua metodica indagine scientifica fatta negli archivi (specialmente ecclesiastici) il padre P. Coco aveva infatti, a proposito di questa fonte, omesso un elemento certamente oggi per noi interessante e cioè che l’opera in 2 volumi del frate Gregorio Pio Milesio era stata stampata proprio a Lecce negli anni 1752/1754 dal tipografo Domenico Viverito, indicato da A. Laporta (che da tempo cura un’indagine al riguardo), come “il più attivo e il più intrigante per la inconsueta qualità contenutistica dei suoi prodotti tipografici”5.
È bene ricordare che di questa opera si conoscono solo altri 2 esemplari: il primo è conservato presso la Biblioteca Provinciale di Lecce (segnalata dal Laporta)6 e l’altro, invece presso la Biblioteca Piccinno di Maglie (segnalata da Emilio Panarese nella sua “Ricerca nella scuola dell’Obbligo”)7.


In questo nostro fortunato ritrovamento, ciò che va posto soprattutto nel giusto rilievo è che il secondo tomo dell’opera riporta (a conclusione e in appendice) il testo completo dell’iscrizione pubblicata dal Coco, introdotta da una nota esplicativa da cui si evince che la stessa era stata scolpita un tempo sulla porta della casa di “D. Domenico Pyrrhonii” e in quell’anno “in huisce conventus Archivio servatur” (“è conservata nell’archivio di questo convento” ovvero in quello di S. Francesco, luogo in cui l’autore ha vergato la maggior parte delle sue lettere e in particolare l’Appendice epistolare (datata “Licit: Ex Con: S. Francesco Decimo Kal. Majas 1753”) che precede il testo dell’iscrizione).
Va altresì specificato che il fatto miracoloso è pubblicato in chiusura al tomo secondo in quanto è richiamato dall’autore alla pag. 185, allorquando egli cita un altro illustre componente di questa nobile famiglia “… D. Raphaelis Pyrrhonii”, indicato come “exculti Viri, ex optimis inter Lycienses” (uomo onorato, tra i migliori dei Leccesi) e (continuando a tradurre) “che si dedica a rendere un ottimo servizio a Maria Vergine, i cui più lontani antenati resero un ottimo servizio al nostro serafico patriarca (cioè S. Francesco) mentre approdava dalla Siria sulle coste italiche, il cielo stesso sigillando la loro devozione religiosa con insoliti prodigi” (l’asterisco rimanda poi all’iscrizione citata). Un’ultima annotazione va fatta per segnalare infine che Raffaele e Domenico Pirrone, personaggi indubbiamente di un certo rilievo a quell’epoca, figurano tra gli autori della rarissima raccolta di sonetti curata da D. Oronzo Procacci e stampata dallo stesso Viverito nel 1757, sonetti fatti in lode del padre D. Francesco Del Tufo e dedicati al marchese di Matino e Lavello8.
Da “Lu Lampiune” Anno XI . n. 1,2, 1995, Edizioni Del Grifo, pp. 5-8.

NOTE
1 A. Primaldo Coco, I Francescani nel Salento, vol. I, Taranto 1930, pp. 9-35.
2 Ivi, p. 23.
3 L.G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti, a cura di N. Vacca, Lecce 1964, pp. 312-313. Si veda anche M. Cazzato, Spiritualità Barocca al tempo del vescovo Pappacoda, in “…in Praesepio”, Lecce 1993, pp. 13. Sul palazzo avevano fatto apporre “una statua di S. Oronzo a mezzo busto” con un’iscrizione mutilata (riportata dallo stesso De Simone) e attualmente dispersa.

4 A. Primaldo Coco, op. cit., pp. 24-26. Per comodità del lettore trascrivo qui di seguito la relativa traduzione: “Padre Francesco di Assisi. Il fondatore della nuova religione chiedendo (l’elemosina) per i fratelli giunse qui. Allora il pane non c’era in casa: chiese per la seconda e per la terza volta, e subito venne trovato, mandato dal cielo, un pane rotondo, chiamato nella lingua locale Pollicastro, che profumava gradevolmente e fumava. Visto il miracolo tutta la casa fu allietata e subito Alessandro Pirroni P. P. con la moglie Aurelia di Chiaromonte, con le figlie e i figli, Iaco, Leonardo, Ludovico, Stefano, Olimpia e Laudomia vennero, e offrirono con riverenza al Santo Padre il Pollicastro: Francesco, preso il pane, disse: «Ecco come Dio mandò il cibo ai suoi figli nell’indigenza». Detto questo, benedisse tutti e se ne andò promettendo di pregare sempre per gli stessi e per i loro discendenti, e di dare a loro un sepolcro nella chiesa del suo convento. Avvenne questo nell’anno del Signore 1219. In verità nell’anno successivo fece scolpire in una lapide questo miracolo, e, nella facciata della casa curò di porre un angelo che portava dal cielo il pane lo stesso Alessandro, il quale in questo anno 1220 è il primo del governo della città e donò (lett. unì) la casa ai suoi posteri, affinché abitassero sempre in essa”. Il De Simone non fa alcun riferimento a quest’iscrizione. Ricorda invece l’episodio riportando testualmente ciò che aveva scritto N. Fatalò nella sua “La serie dei Vescovi di Lecce”, ms. 37 della Biblioteca Provinciale di Lecce. Si veda anche M. Paone, Palazzi di Lecce, Lecce 1978, p. 123, a proposito della sua nota su “Palazzo Perrone (Via dei Perrone, n. 14)”, dove viene raccontato sinteticamente il fatto miracoloso. Un elemento importante che lo stesso Paone chiarisce riguarda il tipo di pane “mandato dal cielo” detto dal padre Milesio il “Pollicastro” che in vernacolo corrisponde al “puddicasciu” ovvero la “pagnottella di pane di grano, confezionata in casa e cotta al forno insieme alle “fresedde”, ma non biscottata come queste” (cfr. A. Garrisi, Dizionario Leccese-Italiano, volume secondo N-Z, Cavallino 1990, p. 546). La lapide fu poi tolta e conservata nell’archivio del convento di S. Francesco della Scarpa (cfr. G. Paladini, Guida storica e documenti di toponomastica locale, Editrice Salentina, Lecce 1952, p. 276.

5 A. Laporta, Saggi di Storia del Libro, Lecce 1994, p. 81.
6 Idem, Settecento tipografico leccese (note per la storia dell’arte della stampa a Lecce nel ‘700) in Momenti e figure di Storia pugliese. Studi in memoria di Michele Viterbo (Peucezio), vol. II, Galatina 1981, pp. 123 e 124 (sono riportate le caratteristiche tipografiche di entrambi i volumi, Voll. XXI, c. 309).
7 E. Panarese (a cura di), Una ricerca nella scuola dell’obbligo. Visita alla “Biblioteca Piccinno” di Maglie, Maglie 1990, pp. 54-55.
In appendice viene schedato però solo il I volume di cui si pubblica anche il relativo frontespizio a p. 54.
8 L’opera, appartenente alla biblioteca privata di E. Pindinelli è stata segnalata dallo stesso studioso nel suo Settecento Tipografico Leccese (19 schede per un repertorio delle edizioni), estratto da “Nuovi Orientamenti Oggi”, n. 98, Gallipoli settembre-ottobre 1986, pp. 11-12. Quest’edizione riveste particolare importanza in quanto viene riportato un sonetto in dialetto leccese dello stesso Procacci che dovrebbe essere in assoluto “il primo testo pubblicato per le stampe e tra i più antichi conosciuti”.
Si ringraziano, per la collaborazione prestata, M. Antonietta Garrapa, M. Cazzato, M. Rossi.
