di Marcello Gaballo
Il recente riavvio della causa di beatificazione di suor Chiara D’Amato – al secolo Isabella, dei duchi di Seclì – ha riacceso l’interesse verso la figura mistica della clarissa neritina, morta in fama di santità il 7 luglio 1693 e da subito oggetto di grande venerazione.
La sua vita, segnata da estasi, visioni, profezìe, digiuni severi e fenomeni mistici analoghi a quelli di san Giuseppe da Copertino, portò già il vescovo Orazio Fortunato ad avviare un primo processo informativo, rimasto però incompiuto. Tra gli elementi che alimentarono la devozione e la fama sanctitatis vi fu anche un prodigio singolare: l’assenza del cuore nel corpo riesumato pochi anni dopo la morte, fatto che impressionò profondamente la comunità religiosa e civile.
In questo clima di intensa venerazione, e nella convinzione che il corpo della monaca fosse un “tesoro” spirituale da onorare, nei secoli successivi furono compiuti diversi tentativi per rintracciare le sue spoglie, la cui collocazione divenne incerta dopo il trasferimento ordinato dal vescovo Fortunato dalla sepoltura comune alla cosiddetta “sepoltura vecchia”, poi detta Carnara. Un prezioso verbale conservato nella Visita pastorale di mons. Ricciardi offre una testimonianza diretta di questi ripetuti tentativi, avvenuti tra il 1821 e il 1829.
I tentativi del 1821
Nel 1821, durante la visita pastorale del vescovo Leopoldo Corigliano, si decise di procedere alla ricerca della salma. Il 29 aprile il presule entrò nella clausura per ricevere l’obbedienza delle religiose; la ricerca fu fissata per il giorno seguente. Durante la notte intercorse un tremuoto, evento che le suore interpretarono con timore. Il 30 aprile si aprì la Carnara, ma non si trovò alcuna traccia della cassa né del corpo, nonostante alcune religiose affermassero di averlo visto anni prima, accanto alla cassa della consorella Agnese Acquaviva, anch’ella morta in fama di santità.
Il 2 maggio il vescovo fece nuove verifiche nella sepoltura comune, ma ancora senza risultati. Si decise di riprendere le ricerche l’indomani, ma nella notte precedente – alle cinque del mattino – le religiose vicine alla Carnara avvertirono un nuovo tremuoto accompagnato da uno strepito. Il giorno seguente si riaprì il vano, si rimossero ossa e materiale, ma nuovamente senza alcun esito.
Le ricerche del 1829
Otto anni dopo, nel settembre 1829, il vescovo Salvatore Lettieri volle personalmente riprendere le ricerche. Dopo aver celebrato la Messa dello Spirito Santo, entrò nella clausura accompagnato da due canonici deputati alla causa, dal cancelliere e dal vicario. Si aprì ancora la Carnara, senza trovare nulla. Si passò quindi alla sepoltura comune, dove vennero compiute nuove osservazioni.
Il 7 settembre la Carnara fu nuovamente riaperta: venne alla luce un passaggio verso un’altra sepoltura antica, che fu ispezionata fino al fondo, ma tutto risultò vano. Il 9 settembre venne riaperta la sepoltura comune e si esaminarono con attenzione muri e pavimenti. Si scavò persino un canale nel muro che collegava la sepoltura vecchia alla chiesa antica, allora adibita a magazzino del grano. Nessun indizio apparve. Il giorno seguente si svuotò completamente la Carnara dalle ossa, si osservò ogni dettaglio, ma ancora una volta “Dio non volle benignarci di farci trovare un tanto Tesoro”, come conclude con rammarico la firma finale del verbale, datata 14 aprile 1890 e attribuita alla clarissa suor Maria Rachele Grassi.
Il documento restituisce la misura della devozione che, nei secoli, ha accompagnato la memoria di suor Chiara D’Amato. Le ricerche, pur infruttuose, testimoniano quanto la comunità religiosa abbia continuato a percepire il corpo della Serva di Dio come un segno e una presenza viva, tanto da volerlo rintracciare anche dopo decenni, confidando che una nuova scoperta potesse contribuire alla sua canonizzazione.
Nell’ottica della causa oggi riaperta, questi verbali costituiscono un tassello significativo della lunga storia di culto attorno alla clarissa neritina: raccontano una fede semplice e insieme tenace, che ha attraversato i secoli, e mostrano come la memoria delle sue virtù e dei suoi fenomeni mistici fosse rimasta vivissima molto tempo dopo la sua morte.
In attesa che l’iter canonico prosegua secondo le norme ecclesiastiche, queste pagine antiche confermano che il nome di suor Chiara non è mai stato dimenticato e che la sua fama di santità ha continuato a parlare alla comunità, chiedendo di essere custodita e tramandata.
