La scomunica ai frati domenicani di Nardò (1610): un episodio dimenticato della storia cittadina

particolare della facciata della chiesa di San Domenico a Nardò

 

di Marcello Gaballo

 

L’episodio della scomunica ai frati domenicani di Nardò del 1610 è rimasto finora del tutto estraneo alla storiografia locale. Eppure, si tratta di un fatto di grande rilievo, perché investe non un convento marginale, ma il complesso domenicano situato nel cuore stesso della città, accanto alla piazza centrale, dove i frati erano stabiliti sin dal XIV secolo.

La scoperta e la pubblicazione di questo documento aggiunge un tassello nuovo alla storia religiosa neritina, mostrando come le tensioni tra vescovo e ordini mendicanti abbiano inciso in profondità sulla vita ecclesiale e civile, e apre nuove piste di ricerca per la ricostruzione delle dinamiche di potere e di devozione nella Nardò del Seicento.

All’inizio del XVII secolo, la vita religiosa di Nardò fu turbata da un episodio che ben riflette le tensioni, frequenti nel Regno di Napoli, tra i vescovi diocesani e gli ordini religiosi.

Un atto notarile del 30 gennaio 1610, conservato presso l’Archivio di Stato di Lecce, documenta la vicenda che coinvolse i frati domenicani del convento di San Domenico, colpiti da scomunica ed interdetto dal vescovo di Nardò mons. Lelio Landi.

Le cause del provvedimento non vengono esplicitamente chiarite nel testo, ma il contesto storico consente di ipotizzare diverse motivazioni.

Anzitutto, vi erano i ricorrenti conflitti di giurisdizione: i domenicani, come altri ordini mendicanti, godevano di privilegi pontifici che li autorizzavano a predicare, confessare e amministrare i sacramenti senza il controllo diretto del vescovo. Tali prerogative spesso urtavano con la volontà degli ordinari diocesani di riaffermare la propria autorità pastorale, soprattutto dopo il Concilio di Trento. Non meno rilevanti erano le questioni economiche, legate alle decime, alle offerte e alle sepolture: quando le famiglie nobili o le confraternite preferivano il convento per i propri riti e la propria memoria, le chiese cittadine vedevano ridursi risorse e prestigio. Infine, non si possono escludere motivi personali e politici, poiché i conventi erano centri di potere e influenza nella vita cittadina, e la personalità di Landi, vescovo noto per fermezza e rigore, poteva aver acuito contrasti già accesi.

Il documento ci porta dentro le stanze del palazzo episcopale, dove, alla presenza di giudici e testimoni, mons. Landi fa leggere una lettera giunta da mons. Giovanni Falces, arcivescovo di Brindisi (in carica dal 4 luglio 1605 fino alla morte nel 1636). Lo scritto, redatto in parte in spagnolo, tradisce un tono insieme affettuoso e deciso, segno della necessità di intervenire per comporre una vertenza che rischiava di turbare non solo i religiosi, ma l’intera città. L’arcivescovo dichiara la sua stima personale per Landi, ma lo invita esplicitamente a porre fine a una situazione che non poteva protrarsi:

«…supplicarle come chi lo ama di tutto cuore per il servizio di Dio, per la quiete di Vostra Signoria e la pace di tutti, che prima si tolgano i cartelli di scomunica e di interdetto dai padri e dal convento dei padri domenicani di costì, e liberare il padre che tenete in prigione…»

Quelle parole ci rivelano l’asprezza del conflitto: i frati non solo erano stati colpiti da censure gravissime, ma uno di loro era stato addirittura incarcerato. La scomunica e l’interdetto erano infatti tra le pene più dure nella disciplina della Chiesa, poiché comportavano l’esclusione dalla vita sacramentale e la sospensione delle celebrazioni pubbliche. L’umiliazione era accresciuta dall’affissione dei cartelli — i cosiddetti ceduloni — sulle porte della chiesa e in luoghi pubblici, perché tutti conoscessero la condanna.

L’atto notarile conserva i nomi di chi era stato colpito: fra Pietro Romano, priore; fra Cosmo di Ceglie, sottopriore; fra Geronimo Gratioso di Bari e fra Pietro Martire di Nardò, tutti appartenenti all’Ordine di San Domenico. Non conosciamo le accuse precise, poiché il documento si limita a parlare delle “cause contenute nell’informazione contro di loro”, ma la dinamica appare tipica delle controversie diocesane di quegli anni, in cui le ragioni spirituali si mescolavano a interessi concreti e alla difesa delle competenze.

Alla fine, per compiacere l’arcivescovo Falces, il vescovo di Nardò decise di allentare la tensione.

L’atto riporta che «semo remasti contenti che il cedulone dell’interdetto posto alla chiesa di Santo Domenico di Nardò et al popolo di questa città, et li ceduloni dell’excomunica contro i frati… si levino dalli predetti lochi dove sono stati affissati». Tuttavia, la formula aggiunta rivela la prudenza e la diffidenza di Landi: la revoca non era definitiva, ma concessa “cum reincidentia… ad nostrum beneplacitum”, cioè con possibilità di ripristinare le censure a suo piacimento.

Il documento, rogato dal notaio alla presenza di giudici e abati, suggella così una tregua fragile, un compromesso più che una soluzione. Del resto, casi analoghi si verificarono in molte altre diocesi del Regno: a Lecce, il vescovo Luigi Pappacoda si scontrò con i frati Predicatori per il controllo delle prediche quaresimali; a Napoli, i conventi domenicani e i collegi gesuitici entrarono più volte in conflitto con l’arcivescovo; in Terra di Bari alcuni conventi furono interdetti a causa di controversie patrimoniali e di disobbedienza ai decreti sinodali. Nardò, dunque, non fu un’eccezione, ma un tassello di un quadro più vasto, in cui i vescovi post-tridentini cercavano di riaffermare l’autorità ordinaria contro i privilegi di cui godevano gli ordini mendicanti.

La vicenda del 1610 ci restituisce l’immagine di una Chiesa attraversata da tensioni sottili, in cui le pene spirituali erano anche strumenti di governo e i conventi diventavano centri di potere contrapposti all’episcopio.

La rimozione dei cartelli di scomunica e interdetto, più che un gesto di riconciliazione, fu dunque un atto politico per ridare pace alla città e salvaguardare l’onore dei religiosi, senza intaccare però la prerogativa del vescovo di intervenire di nuovo.

Dietro le solenni architetture barocche e le devozioni popolari che caratterizzano ancora oggi la memoria del convento di San Domenico, si intravede così la trama nascosta di conflitti, negoziazioni e alleanze che segnarono profondamente la vita religiosa di Nardò nel Seicento.

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