L’ipogeo a cellette dei frati cappuccini di Alessano

di Pierluigi Cazzato

Nel territorio alessanese si conservano ancora numerosi esempi di grotte, naturali o artificiali, utilizzate dall’uomo in diverse epoche e per i più svariati scopi: si va dalla tomba a grotticella di Montesardo (età del bronzo)1, passando attraverso il villaggio rupestre di Macurano (Medioevo)2, fino ad arrivare ai 36 frantoi ipogei costruiti a partire dal XV/XVI secolo3, solo per citare i casi più noti. Tra le innumerevoli cavità presenti ad Alessano e dintorni, del tutto peculiare appare l’ipogeo che si trova nei pressi del convento dei frati minori cappuccini. Grazie all’ospitalità dei francescani, di recente ho avuto la possibilità di visitare questo caratteristico e suggestivo ambiente sotterraneo che, a mio modesto parere, merita di essere conosciuto e valorizzato.

ingresso principale

 

La grotta in questione è localizzata nel piccolo parco situato di fronte al convento. L’entrata, posta sul lato est, è costituita da una scalinata che scende per circa 5 m sotto il livello stradale; un altro ingresso, sempre provvisto di scalinata in conci di tufo, si trova sul lato opposto.

L’ipogeo ha pianta sub-rettangolare (circa 20 m x 10 m) con un grande pilastro a sorreggere la volta, le sue pareti sono quasi interamente ricoperte da piccole cellette quadrangolari (solo un lato corto del vano ne è del tutto privo) scavate nel banco di calcarenite assai friabile.

Le cellette sono disposte su file per lo più regolari ed hanno dimensioni non standardizzate, quelle che si trovano nelle file prossime al soffitto sono più piccole rispetto a quelle delle file inferiori; alcune cellette risultano parzialmente interrate segno che l’antico piano di calpestio della grotta è ricoperto da uno spesso strato di terra.

Sul soffitto si trova una grande apertura (oggi chiusa da una tettoia in plexiglass), una seconda apertura è stata creata per la realizzazione di un pozzo.

Il vasto ambiente sotterraneo viene comunemente identificato come un frantoio4 ma in verità esso non presenta nessuna delle caratteristiche principali di questo tipo di struttura: assenti sono la macina e le mangiatoie per gli animali da tiro. Un confronto con altri ipogei simili che si trovano nel Salento, invece, suggerisce che si tratti di un impianto produttivo di tutt’altro genere.

parete orientale, pozzo

 

Iniziamo la nostra rassegna proprio dal feudo alessanese: a poco più di un chilometro dall’ipogeo dei cappuccini viene segnalato una piccola cavità provvista di cellette, ubicata all’interno della masseria fortificata di Macurano, che viene interpretata come una colombaia5.

Un altro ambiente sotterraneo con queste caratteristiche si trova nei pressi del casale medievale di Spiggiano (Presicce). Si tratta di una struttura a forma trapezoidale profonda 4/5 metri le cui pareti sono interamente ricoperte di nicchie. Essa è posta esattamente sotto la torre colombaia di epoca rinascimentale e con ogni probabilità aveva la stessa funzione della struttura sovrastante sebbene sia stata realizzata e utilizzata in epoca precedente6.

A Tiggiano, nei pressi della masseria fortificata di Catti (o Gatta) viene segnalato un “colombaio a pozzo, scavato sotto il livello del terreno, totalmente aperto, con nicchie per i colombi scavate sulle pareti al pari di una scala per la discesa”; il fondo in cui si trovava la cavità prende il significativo nome di palummaru (termine che nel dialetto salentino indica la colombaia) mentre l’adiacente masseria è conosciuta anche con l’appellativo di Palombaro7.

Spostandoci nell’agro di Ugento, esattamente in località Cupa, nei pressi dell’omonimo villaggio rupestre, incontriamo la così detta “Grotta di Polifemo”, un’ampia grotta a pianta ovale con le caratteristiche cellette (oltre un centinaio) scavate lungo tutte le pareti e una grande apertura sul soffitto; anche questo ipogeo viene interpretato come un colombaio8.

All’interno del medesimo insediamento in rupe s’incontra un ulteriore ipogeo scavato nel costone roccioso e con una copertura in blocchi di tufo. Sul lato occidentale dell’edificio si trovano 60 cellette, o loculi, quadrangolari disposte su 5 file, tutte intonacate e di dimensioni standardizzate; il singolare edificio è stato interpretato in passato come un colombarium funerario di epoca tardo romana, ma alcune caratteristiche della struttura rendono più plausibile che si tratti di un apiario ipogeo9.

Nel territorio di Otranto si contano diverse ipogei a cellette: quello di “Masseria Torre Pinta” formato da un lungo corridoio (30 m circa) che conduce ad una stanza circolare collegata ad altri tre ambienti voltati a botte, le pareti di tutti i vani sono ricoperte da nicchie quadrangolari, come a Spiggiano, sull’ipogeo è stata costruita una torre colombaia di epoca più tarda10; a poca distanza dal precedente troviamo un altro ipogeo a cellette, ubicato all’interno del villaggio rupestre della Valle delle Memorie, anch’esso interpretabile come colombaio11; nella Valle dell’Idro invece si trova una “piccionaia a muro” costituita da una parete rocciosa su cui sono state scavate sei file di nicchie quadrangolari12; nei pressi di masseria Santa Barbara è localizzato un altro ipogeo caratterizzato da due vani circolari con nicchie destinate all’allevamento di piccioni13. Nel tarantino sono documentati due altri casi: a Massafra la così detta “Farmacia del Mago Greguro“, vasto ipogeo con cellette situato nella Gravina di Madonna della Scala (secondo la tradizione orale la grotta era abitata da un mago/guaritore che conservava le sue erbe officinali negli incavi scavati sulle pareti, tuttavia anche questa struttura, secondo gli studiosi, era probabilmente adibita a piccionaia); a Grottaglie, nella Gravina di Riggio, un’ampia sala scavata nella parete della gravina abbastanza simile alla grotta precedente14.

ingresso occidentale

 

Da un raffronto con i casi elencati, appare plausibile che anche l’ipogeo di Alessano sia stato usato, almeno per un certo periodo di tempo, come colombaio. Alcune caratteristiche della struttura avvalorano questa ipotesi: la grande apertura sul soffitto della grotta che consentiva ai colombi di uscire verso l’esterno; le cellette scolpite in modo rozzo e irregolare molto simili a quelle della “Grotta di Polifemo” di Ugento15; la presenza sulle pareti di piccoli fori idonei ad alloggiare i trespoli con funzione di posatoi al servizio dei piccioni. La grotta dei cappuccini è stata, dunque, utilizzata per la colombicoltura, tuttavia la sua destinazione d’uso è sicuramente cambiata nel corso del tempo, ciò risulta evidente dalle modifiche strutturali che ha subito: la sistemazione dei due ingressi con scalinate in conci di tufo appare piuttosto recente come anche la trivellazione del pozzo; inoltre si nota come diverse cellette siano state parzialmente distrutte con colpi di piccone. Alcuni di questi lavori sono probabilmente da mettere in relazione con la data 1899 graffita su una delle pareti.

parete occidentale

 

Il colombo, o piccione, (Columba livia) è stato il primo volatile addomesticato dall’uomo, la sua domesticazione avvenne probabilmente in Medio Oriente o in Egitto, nei primi insediamenti umani di carattere stabile. Sin da quando l’uomo ha cominciato a praticare l’agricoltura, i colombi sono stati allevati per la loro carne, per scopi rituali (sacrifici animali e pratiche di divinazione) o semplicemente per diletto.

Nell’Antico Egitto i colombi erano già rappresentati nei geroglifici e nelle tavolette della V dinastia (2550-2350 a. C.). Di colombi domestici si parla anche nell’Antico (Genesi, Levitico) e nel Nuovo Testamento (alla nascita di Gesù, la sua famiglia offrì in sacrificio una coppia di colombi, Luca 2:24). In Siria, e in diverse altre aree del Mediterraneo, il colombo era considerato sacro, mentre in Grecia si allevava già al tempo di Omero.

La colombicoltura ebbe vasta diffusione nel mondo ellenistico e soprattutto in quello romano. Diversi scrittori latini trattano dell’argomento: Varrone, Columella, Palladio e Plinio. Attraverso questi autori sappiamo che, in epoca romana, l’allevamento dei colombi era molto redditizio e che esistevano piccionaie le quali potevano ospitare sino a 5000 volatili16.

nicchie

 

La pratica di allevare i colombi in grotte o cavità artificiali è molto antica, basti pensare che sia il colombo selvatico occidentale (Columba livia) sia il colombo selvatico orientale (Columba livia rupestris) in natura nidificano regolarmente sulle falesie rocciose, sia costiere che interne, e negli anfratti e grotte che si aprono su di esse. I primi esempi databili con una certa sicurezza sono dislocati in Medio Oriente (Palestina, Giordania, Iraq); nel sito di ‘Ain al-Baida (Giordania), per esempio, è stato indagato un colombaio a pozzo, interamente scavato nella tenera roccia calcarea, caratterizzato da circa trecento nicchie destinate ad alloggiare i colombi; tale struttura viene datata tra VIII e VI secolo a. C. sulla base della ceramica rinvenuta durante lo scavo archeologico17.

In Italia i colombai (o colombaie) rupestri sono abbastanza diffusi seppur ancora poco studiati. Oltre che in Puglia, sono attestati nella Sicilia centrale (Enna, Calascibetta), in Basilicata (Matera), nell’appennino emiliano e soprattutto nel Lazio settentrionale (Viterbo, Tarquinia, Orte, ecc…)18. In genere essi si trovano in prossimità di insediamenti rupestri di età medievale19 “il che potrebbe ragionevolmente far supporre che la loro realizzazione sia avvenuta in quell’epoca”20.

Di certo l’allevamento dei colombi ha avuto un ruolo importante nell’economia medievale. La carne di piccione garantiva un elevato apporto calorico e proteico anche alle classi sociali più povere; inoltre il guano prodotto nelle colombaie era un prezioso fertilizzante agricolo.

Sempre nelle colombaie, in condizioni di elevata umidità e scarsa ventilazione unita all’accumulo di guano, si formava il salnitro (o nitrato di potassio), che veniva raccolto e utilizzato come conservante per gli alimenti e a partire dal XV secolo come componente della polvere da sparo. Ampiamente attestati durante il Medioevo, i colombai in rupe sono rimasti in uso ben oltre il XVIII secolo, fin quasi all’ età contemporanea21.

Anche ad Alessano l’allevamento dei colombi è stata sicuramente un’attività molto praticata, anche se mancano le attestazioni per l’età medievale. Alla periferia settentrionale del paese è ancora in piedi una torre colombaia di probabile età rinascimentale e nel vicino centro di Montesardo fino al secolo scorso erano ancora visibili addirittura tre torri destinate alla colombicoltura22. Appare così evidente che l’allevamento dei piccioni non era una pratica marginale nell’economia della zona.

Graffito

 

Per quanto riguarda l’ipogeo alessanese, non abbiamo certezze circa la sua datazione, però è facile constatare che, nel Salento, diversi colombai in grotta sono stati costruiti nei pressi di abitati medievali abbandonati in età moderna: la cavità di Macurano, probabilmente pertinente all’omonimo villaggio rupestre; quella di Spiggiano, anch’esso casale di epoca medievale; quella di masseria Gatta, nei pressi del casale abbandonato di Movigliano; la “Grotta di Polifemo”, nel villaggio rupestre della Cupa. Una datazione di queste strutture all’età medievale appare dunque ragionevole.

Tuttavia alcuni di questi ipogei potrebbero essere stati realizzati in epoca precedente: il colombaio di Spiggiano, ad esempio, sorge nei pressi di un insediamento rurale di età romana e al suo interno è stata rinvenuta della ceramica della stessa epoca23; a masseria Gatta l’ipogeo è ubicato nelle vicinanze (una cinquantina di metri) di un’area di frammenti fittili di età romana imperiale. Non è da escludere, dunque, la possibilità che la realizzazione del colombaio di Alessano risalga al periodo romano imperiale o al Tardo Antico.

Nella speranza che in futuro un’indagine più approfondita riesca a chiarire meglio la datazione e l’utilizzo del colombaio in grotta dei frati cappuccini, ci auguriamo che esso possa essere tutelato e debitamente valorizzato come una delle poche testimonianze architettoniche, seppur “in negativo”, che ci restano dell’Alessano medievale.

Censimento dei trappeti

 

Articolo comparso su Controcanto, Periodico di Informazione Culturale, anno XXI, numero 4, Alessano Dicembre 2025.

 

Note

1 D. Ammassari, Carta archeologica del territorio a sud di Alessano I.G.M. 223 I SE) e analisi strutturale della chiesa di Santa Barbara a Montesardo, Tesi di laurea in Topografia Antica, Lecce anno academico 2005-2006, p.24.

2 C. D. Fonseca, A. R. Bruno, V. Ingrosso, A. Marotta, Gli insediamenti rupestri medievali nel Basso Salento, Galatina (Le), 1969, pp. 49-51; M. Sammarco, M. Parise, G. P. Donno, S. Inguscio, E. Rossi, Il sistema rupestre di località Macurano presso Montesardo (Lecce, Puglia), Atti VI Convegno Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali – Napoli, 30 maggio – 2 giugno 2008, Opera Ipogea 1/2 – 2008; S. Calò, Paesaggio di pietra. Gli insediamenti rupestri delle Serre Salentine, Roma 2015, pp. 101-108.

3 Censimento ed ubicazione dei trappeti a grotta, delibera della giunta comunale n° 379 del 20.08.1997, allegato n° 2: Ubicazione planimetrica, a cura di G. Grande Musio, N. Pacella, R. Puce. Da notare che tra i trappeti censiti si contano solo 2 costruzioni sub divo rispetto alle 36 in grotta.

4 Esso viene indicato come “trappeto a grotta di Giuseppe Sangiovanni” nel censimento dei frantoi alessanesi (vedi nota 3).

5 Purtroppo non mi è stato possibile visitare il luogo, tuttavia una foto di questa struttura è visibile sul sito Salento a colory (https://www.salentoacolory.it/macurano-tracce-di-storia-al-capo-di-leuca/).

6 S. Calò, E. Santucci, Hypogea with niches of southern Apulia. Examples of rural economy in medieval cave settlements of Salento, in Hypogea 2017, Proceedings of International Congress of speleology in Artificial Cavities, Cappadocia 6/8 Marzo 2017, pp. 22-23. Un ampio repertorio fotografico di questa struttura si trova online: https://www.salentoacolory.it/lipogeo-villaggio-medievale-spiggiano/.

7 G. De Francesco, Tiggiano a memoria, appunti per la storia del paese, Castiglione (Le) 2020, pp. 58-59. Tracce dell’allevamento dei colombi si trovano anche all’interno della masseria, dove sulla parete di un caseggiato di servizio ci sono le caratteristiche nicchie destinate ad ospitare i volatili.

8 S. Calò, op. cit., pp. 90-98; S. Calò, E. Santucci, op. cit., p. 22. Anche le foto di questo ipogeo si trovano sul web: https://www.salentoacolory.it/il-villaggio-rupestre-di-ugento/.

9 S. Calò, op. cit., pp. 96-98; S. Calò, E. Santucci, op. cit., pp. 25-27. Tutte le cellette di questa grotta hanno sul fondo un piccolo foro, il così detto “foro di volo”, che consentiva alle api di uscire all’esterno, inoltre l’ipogeo era esposto al sole ma riparato dalle precipitazioni e dal vento, quindi doveva essere abbastanza asciutto e protetto dalle escursioni termiche.

10 S. Calò, E. Santucci, op. cit., pp. 23-24.

11 Ibidem, p. 24.

12 Ibidem, p. 25.

13 Ibidem, p. 25. Anche per gli ipogei otrantini si trova un ampio repertorio fotografico alla pagina web: https://www.salentoacolory.it/lenigma-delle-costruzioni-cellette/.

14 Vedi: https://www.salentoacolory.it/lenigma-delle-costruzioni-cellette/. In realtà in provincia di Taranto sono segnalati numerosi colombai rupestri a Laterza, Castellaneta, Crispiano, Grottaglie e Massafra (cfr. S. Calò, E. Santucci, op. cit., p. 21.

15 Inoltre la disposizione delle nicchie in file ravvicinate invalida l’ipotesi che si tratti di una struttura di tipo funerario; cellette così accostate e file tanto serrate non lasciano spazio ad alcuna manifestazione tangibile della pietà umana, fatto che non trova raffronti con l’organizzazione interna dei monumenti funerari (colombaria) che si conoscono.

16 R. Kakish, Evidence for dove breeding in the Iron Age: a newly discovered dovecote at ‘Ain al-Baida/ ‘Amman, in Jordan Journal for History and Archaeology, vol. VI, n° 3, University of Jordan 2012, pp. 186-188; S. Quilici Gigli, Colombari e colombaie nell’Etruria rupestre, in Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte, serie III, anno IV, Roma 1981, pp. 110-111. Nel mondo romano i colombi venivano allevati principalmente per scopi alimentari e per il guano usato come fertilizzante, ma Varrone (De re rustica) e Plinio (Naturalis historia) ci informano che molti romani li allevavano per diletto e alcuni impazzivano per l’amore verso i colombi tanto da spendere cifre esorbitanti per assicurarsi gli esemplari più belli e con il pedigree migliore.

17 R. Kakish, op. cit., pp. 175-186.

18 S. Quilici Gigli, op. cit., pp. 106-175; G. Moscatelli, G. Mazzuoli, Dove volano i colombi, in “Archeo” n° 474, Agosto 2024, pp. 48-63; C. Bonanno, S. A. Cugno, Colombaie rupestri nella Sicilia centrale: nuove proposte di interpretazione, in Nelle terre dei Sicani, Atti del Convegno di studi sulla Sicilia Antica, a cura di S. Modeo, S. D’Angelo, S. Chiara, Caltanissetta 2022, p. 193.

19 Di solito si trovavano in aree poco urbanizzate e poco frequentate per evitare che la presenza umana recasse disturbo agli uccelli, infatti se disturbato il colombo tende ad allontanarsi e cambiare il luogo della cova.

20 G. Moscatelli, G. Mazzuoli, op. cit., p. 61.

21 Ibidem, pp. 61-62.

22 M. Bonfrate, Torri colombaie a Montesardo, articolo disponibile online su: https://www.fondazioneterradotranto.it/2024/01/04/torri-colombaie-a-montesardo/.

23 S. Calò, E. Santucci, op. cit., p. 23. Le pareti di questo ipogeo sono rivestite di calce per impedire la scalata ai predatori (topi e serpenti) proprio come raccomanda l’autore latino Columella.

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