di Andrea Micaletto
Una semplice lettera datata 10 dicembre 1946, oggi conservata nei National Archives degli Stati Uniti, apre una finestra straordinaria sul destino di una famiglia europea travolta dalla Seconda Guerra mondiale. Il documento — classificato per decenni e declassificato nel 1978 — porta l’intestazione dell’U.S. Army – Civil Censorship Division, Group “A”, APO 205, uno degli uffici di censura e controllo più sensibili dell’immediato dopoguerra.
Dietro quelle pagine ingiallite emerge un intreccio complesso e drammatico: una casa in Austria sospesa tra confisca e ricostruzione, due genitori profughi trasferiti nel Salento, un figlio che scrive dalla zona americana di Francoforte, e un passato segnato da arresti, internamento, tassazioni discriminatorie e spoliazioni patrimoniali.
La lettera chiarisce subito un punto fondamentale: i genitori del mittente non si trovano in Austria, bensì nel Campo UNRRA n. 39 di Tricase Porto, nel Salento. Questo campo profughi, attivo tra il 1944 e il 1947, era uno dei numerosi Temporary Displaced Persons Camps organizzati dall’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) per far fronte ai milioni di rifugiati, sopravvissuti e sfollati di un’Europa devastata. A differenza dei grandi campi allestiti in ex caserme o baraccamenti, il Campo 39 di Tricase Porto era diffuso in ville private e palazzine signorili del piccolo borgo costiero, requisiti dalle autorità alleate. Questi edifici, affacciati sulla scogliera e sulla piccola insenatura del porto, furono adattati a dormitori, mense, uffici e infermerie.
Il campo ospitò famiglie provenienti da tutta Europa — in particolare dall’Europa centrale, dai Balcani e dall’Austria — spesso persone che avevano perso tutto: case, documenti, beni, e talvolta persino la nazionalità. Era amministrato dall’UNRRA con il supporto delle autorità militari alleate e articolato in settore alloggi, settore sanitario (dove si curavano tifo, malaria, dissenteria e malnutrizione), settore amministrativo, cucine e distribuzione viveri, uffici per documenti, ricongiungimenti familiari e richieste di rimpatrio. Per molti rappresentò una tappa intermedia verso il ritorno in Austria, Polonia, Jugoslavia, Ungheria o Germania; per altri, un punto di passaggio in vista dell’emigrazione verso Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia o America Latina.
Nel dopoguerra, Tricase Porto, minuscolo borgo marinaro del Basso Salento, si ritrovò così al centro della geografia umanitaria internazionale. Le testimonianze d’epoca parlano di lingue diverse udite per strada, di bambini austriaci e polacchi che giocavano sul molo, di corsi di alfabetizzazione improvvisati, di una piccola scuola interna e della distribuzione quotidiana di viveri UNRRA — latte in polvere, scatolame, vestiti. In questo contesto di accoglienza e precarietà, i genitori menzionati nella lettera vivevano in condizioni particolarmente fragili: il documento riferisce che erano malati, debilitati dal tifo e dalla malaria, e del tutto impossibilitati a seguire le questioni burocratiche e patrimoniali legate alla loro casa in Austria.
È su questo sfondo umano e storico che si colloca la vicenda della famiglia Skalla. Heinrich Skalla era un commerciante che gestiva un negozio di articoli misti — generi alimentari, abbigliamento, tessuti e accessori per il letto — situato in Sierninger Straße 39 a Steyr. Oltre alla sua attività commerciale, era una figura di spicco della comunità ebraica locale, dove ricopriva il ruolo di leader della Chewra Kadischa, la società ebraica di sepoltura.
I documenti degli Arolsen Archives permettono di retrodatare con precisione l’inizio della tragedia. Un documento di incarcerazione relativo a Heinrich Skalla lo registra con Häftlingsnummer 27345 ed è classificato nella sezione: Incarceration Documents / Camps and Ghettos / Dachau Concentration Camp. L’indicazione “Unterlassung Datum: 22 dicembre 1938” segnala la cessazione della detenzione, collocando la sua prigionia nel campo di concentramento di Dachau immediatamente dopo la Notte dei Cristalli. Come per migliaia di uomini ebrei austriaci e tedeschi, l’internamento fu seguito dal rilascio condizionato, spesso subordinato all’impegno di abbandonare il paese. Questo passaggio segna la frattura definitiva tra la vita precedente — stabile, radicata, con una casa e un’attività commerciale — e l’inizio dell’esilio.
Il figlio Hans Skalla (anche indicato come Johann/Hans), nato a Steyr nel 1916, frequentò il ginnasio nella città natale e si iscrisse poi alla Facoltà di Medicina dell’Università di Vienna. Anche per lui le leggi razziali furono decisive: fu espulso dall’università, costretto a interrompere gli studi e a fronteggiare difficoltà nel recupero delle tasse universitarie già versate. In seguito risulta residente nella zona americana di Francoforte, prima di emigrare nel Regno Unito.
La famiglia Skalla, compresi i figli Johann (Hans) e Margarete, aveva vissuto a Steyr nella casa di famiglia in Sierninger Straße 39, immobile di proprietà dal 1893, nello stesso edificio che ospitava il negozio di Heinrich.
Il cuore della lettera del 10 dicembre 1946 riguarda proprio questo immobile. Hans Skalla, scrivendo in un momento in cui i genitori erano fisicamente e amministrativamente impossibilitati ad agire, si rivolge alle autorità militari alleate chiedendo verifiche essenziali:
– se la casa esista ancora;
– se sia stata danneggiata;
– se i mobili siano rimasti o siano stati requisiti;
– chi abbia incassato gli affitti durante gli anni di guerra;
– se esista una gestione fiduciaria e da chi sia stata esercitata.
Chiede inoltre la possibilità di nominare un fiduciario privato, per tutelare la proprietà di famiglia e prevenire ulteriori irregolarità.
La lettera cita anche una cifra precisa: 30.000–40.000 scellini sottratti nel 1938. È quasi certo che si tratti di confische legate alla Reichsfluchtsteuer, trasformata dal regime nazista in uno strumento sistematico di persecuzione economica contro ebrei e oppositori. Un’analisi economica consente di stimare che tale somma corrisponderebbe oggi a oltre centocinquantamila euro, indicando una perdita patrimoniale gravissima per la famiglia.
I documenti successivi completano il quadro dell’esilio. Una scheda degli Arolsen Archives registra Heinrich Skalla come profugo assistito dall’UNRRA, con passaggi tra Egitto, Italia e Tricase (IT 39), fino alla migrazione verso l’Inghilterra. Un modulo dell’American Joint Distribution Committee (AJDC), datato 4 dicembre 1947, precisa infine che Heinrich Skalla lasciò Roma il 5 luglio 1947, viaggiando in treno via Parigi e diretto in Inghilterra, confermando il suo inserimento nei circuiti internazionali di assistenza ebraica del dopoguerra.
La forza di questa lettera e dei documenti che la circondano sta nella loro geografia umana: i genitori a Tricase Porto, profughi malati in un campo UNRRA; il figlio a Francoforte, nella zona americana di occupazione; la casa a Steyr, segnata da confische, affitti opachi e gestione forzata. È un filo che unisce Salento, Germania, Austria, Francia e Regno Unito, e che restituisce tutta la complessità del dopoguerra europeo: vite spezzate, proprietà da recuperare, identità da ricostruire.
La lettera del 10 dicembre 1946, rimasta per anni negli archivi americani, racconta molto più di una vicenda familiare. Racconta un’Europa ferita che prova a rialzarsi. Il campo di Dachau nel 1938, il Campo 39 di Tricase Porto, le confische economiche, la casa di Steyr, la burocrazia alleata e il viaggio di un figlio che tenta di proteggere ciò che resta della propria famiglia emergono come tasselli di un’unica storia. Una storia che, a distanza di quasi ottant’anni, continua a parlare con straordinaria potenza storica e umana.







In questo contesto si inseriscono anche gli eventi di Santa Maria di Leuca, che nel febbraio del 1946 divenne uno dei luoghi simbolo delle tensioni legate all’emigrazione ebraica nel dopoguerra. La località pugliese ospitava numerosi profughi ebrei, provenienti in gran parte dall’Europa centro-orientale, in attesa di una soluzione definitiva al loro destino.
Il 27 febbraio 1946 una commissione anglo-americana, composta da rappresentanti britannici e statunitensi, tra cui un ex ambasciatore in Palestina, fece visita ai centri di accoglienza della zona. L’obiettivo era valutare la possibilità di avviare una emigrazione graduale verso la Palestina per gli ebrei presenti a Santa Maria di Leuca, Tricase, Santa Cesarea Terme e Santa Maria al Bagno. La visita suscitò grandi aspettative tra i profughi, che vedevano in essa una possibile svolta dopo anni di persecuzioni e di guerra.
Poco dopo l’arrivo della commissione, circa mille persone inscenarono una manifestazione a Santa Maria di Leuca, chiedendo con forza l’emigrazione immediata in Palestina. Secondo il rapporto, la protesta non fu spontanea ma organizzata, e sarebbe stata promossa dai fratelli Zivic (Fona, Solose e Chaim), attivi nella mobilitazione della comunità. L’episodio testimonia il clima di urgenza e determinazione che animava i profughi ebrei in Italia nel primo dopoguerra, nonché il ruolo del Mezzogiorno come snodo cruciale delle rotte migratorie verso il Mediterraneo orientale.
Le informazioni relative a questi eventi provengono da un rapporto riservato delle autorità di controllo alleate, classificato all’epoca come Secret Control (U.S. Only) e successivamente desecretato, che — come gli altri documenti utilizzati in questo articolo — è conservato presso i National Archives. Redatto nel 1946 dagli apparati di controllo anglo-americani, il rapporto era destinato a monitorare la presenza dei profughi ebrei in Italia e le dinamiche legate all’emigrazione verso la Palestina, offrendo oggi una preziosa testimonianza del punto di vista istituzionale e di intelligence dell’epoca.

