
Gianfranco Mele, Lu fazzulettu mia chinu ti rosi. Il tarantismo a Manduria e a Sava. Note storiche ed etnografiche. Prefazione di Sandra Taveri. Youcanprint, 2024
di Marcello Gaballo
Il nuovo volume di Gianfranco Mele rappresenta un contributo di grande valore nel vasto panorama degli studi sul tarantismo, distinguendosi per rigore metodologico, respiro culturale e capacità di restituire voce e profondità a un patrimonio immateriale spesso ignorato o semplificato.

Lu fazzulettu mia chinu ti rosi nasce da un lungo cammino di ricerca che, come evidenzia l’intensa e partecipe prefazione di Sandra Taveri, non è solo lavoro d’archivio o indagine etnografica, ma un vero processo creativo fondato su intuizione, tenacia, pazienza e capacità di ascolto. Taveri ricorda come ogni scoperta, ogni frammento recuperato, sia frutto di un “dono di tempo ed energie” destinato a strappare il passato all’oblio e a trasformarlo in memoria viva per le generazioni future.
Mele si inserisce in questa traiettoria con una voce limpida e personale. La sua instancabile ricerca, avviata già negli anni Settanta, ha saputo unire documenti rari, testimonianze inedite, narrazioni familiari, strofe di canti popolari e testi dimenticati, componendo un mosaico originale e organico sulla presenza del tarantismo nell’area nord-occidentale della Terra d’Otranto, in particolare Manduria e Sava. Una scelta che colma un vuoto importante: la grande ricognizione demartiniana del 1959, pur meritoria, aveva infatti circoscritto arbitrariamente il fenomeno al Basso Salento, oscurando la varietà di forme rituali e musicali che, per secoli, hanno caratterizzato l’intero territorio tarantino.
Il merito principale di questo volume sta proprio nel restituire dignità storica e complessità antropologica a questi “tarantismi”, al plurale, come ricorda la stessa Taveri. Le pagine scorrono rivelando figure che sembrano emergere dalla penombra degli archivi: violinisti ciechi chiamati a suonare per le tarantate, giovani coinvolti loro malgrado nei processi dell’Inquisizione, musicisti locali, guaritori, testimoni anonimi che tramandano testi rituali rimasti finora sconosciuti. Accanto alle fonti dei celebri studiosi De Simone, Gigli e Greco, Mele introduce materiali rari e spesso inediti, come il testo di una taranta manduriana o brevi resoconti savesi capaci di far riemergere l’atmosfera dei trattamenti domiciliari ancora in uso fino agli anni Cinquanta del Novecento.
La scrittura dell’autore si distingue per chiarezza, ordine e una sorprendente capacità di tenere insieme il rigore della ricerca con la suggestione del racconto. Ne nasce un testo che parla tanto agli specialisti quanto a un pubblico più vasto, curioso delle proprie radici. È un’opera che non si limita a descrivere un rituale terapeutico: ricostruisce un intero mondo simbolico, fatto di paure ancestrali, di animali ctonii, di rimedi musicali, di credenze popolari, ma anche di conflitti comunitari, sensibilità religiose e trasformazioni culturali.
In un tempo in cui la neo-pizzica rischia di banalizzare o distorcere il significato profondo di antiche pratiche, il libro di Mele rappresenta un necessario gesto di “restituzione”. Riporta il fenomeno alla sua verità storica, alle sue specificità territoriali, all’intreccio di storie, persone e linguaggi che lo hanno reso una delle tradizioni più affascinanti e complesse del Mediterraneo.
Lu fazzulettu mia chinu ti rosi è dunque molto più di un contributo erudito: è un atto d’amore verso la propria terra, un ponte gettato tra passato e presente, un invito a guardare oltre i luoghi comuni per riscoprire la ricchezza nascosta nella cultura popolare.
A completamento di questo affresco, un ulteriore capitolo di straordinario interesse arricchisce il volume: quello dedicato al rapporto tra tarantismo, stregoneria, sessualità e peccato nella Manduria del Settecento.
La vicenda di Francesco Malagnino, ricavata dagli atti del Tribunale del Santo Officio di Oria, è un unicum per ricchezza narrativa e potenza simbolica. Attraverso il racconto di questo giovane tarantato, coinvolto in dinamiche di fascinazione erotica, tentazione diabolica e paure interiorizzate, Mele offre una lente preziosa per comprendere come eros, controllo sociale, religione e pratiche rituali si intrecciassero nella cultura contadina. Il tarantismo appare qui come ambivalente dispositivo di contenimento e liberazione, mentre la stregoneria emerge come via alternativa e proibita alla ricerca di una emancipazione impossibile.
Un tassello che conferma, ancora una volta, la capacità dell’autore di illuminare la complessità antropologica del passato, senza mai tradirne la verità profonda.

A chiudere il volume, l’autore offre un articolato indice dei contenuti, che ben rende la ricchezza e la struttura della ricerca:
Dal diario di George Berkeley in visita a Casalnuovo (Manduria) nel 1717: tarantole e frati
Tarantismo, stregoneria, sessualità e peccato: una singolare storia nella Manduria del ’700
Eziologia e cura del tarantismo secondo i medici manduriani (sec. XVII-XIX)
– Flaminio Arnò
– Salvatore Pasanisi
– Gian Leonardo Marugi
Janet Ross, Giacomo Lacaita, Eugenio Arnò e il tarantismo
Il tarantismo secondo Giuseppe Gigli
Cenni sul ruolo dell’acqua nella antica cura del tarantismo
Il tarantolismo nelle osservazioni dello studioso manduriano Michele Greco
“La tarantata” di Leonardo Lacaita
Il testo di una taranta manduriana
Immacolata la tarantata, il violinista manduriano “Peppu cicatu”, e il testo di un’altra taranta manduriana
Tarantismo a Sava
– Un territorio poco indagato
– Daniele Mero, il violinista cieco della Sava di inizi ’800
– Tarantole e scorpioni
– Tarantismo in Sava negli anni ’40 e ’50: resoconti e interviste
• Intervista 1: testo inedito di una taranta locale
• Intervista 2: la tarantata di via Dante
• Intervista 3: “Nunna Teresa” tarantata
• Intervista 4: tarante e laùri
• Intervista 5: “Donna Candida”
– La ricerca del Gruppo Culturale Savese
– Suonatori e strumenti
– Neo-tarantismo: un curioso episodio
Appendice 1 – La tradizione del canto popolare in Sava e dintorni
Appendice 2 – “Sunatùri” di pizziche e tarante, musicanti e cantastorie in Sava dall’Ottocento a metà Novecento.
