di Marcello Gaballo
L’arrivo dei Missionari della Consolata a Parabita, nel 1928, segnò l’inizio di una stagione intensa per il Santuario della Madonna della Coltura. Giunti dal Piemonte in un periodo di forte espansione dell’Istituto, essi presero in consegna il convento annesso al Santuario e ne assunsero la cura pastorale con entusiasmo e metodo. I primi a guidare la comunità furono padre Antonio Garello, nominato Superiore, e padre Bartolomeo Giorgis, affiancati da quattro Suore Missionarie della Consolata.
Per oltre venticinque anni, fino al 1954, i missionari si dedicarono alla vita spirituale del luogo sacro, al decoro del Santuario e alla promozione del culto alla Madonna della Coltura, contribuendo a rafforzare la devozione mariana e a coinvolgere attivamente i fedeli nelle celebrazioni. La “Casa Apostolica” di Parabita divenne, in quegli anni, un fertile terreno di vocazioni maschili e femminili, che portarono lo spirito missionario salentino ben oltre i confini d’Italia. Quando nel 1955 subentrarono i Padri Domenicani, i Missionari della Consolata lasciarono alla comunità un’eredità spirituale profonda, ancora oggi viva nella memoria dei parabitani.
Nel clima fervido degli anni in cui i Missionari della Consolata guidavano il Santuario, maturò nel 1937 un gesto singolare che racconta il legame profondo tra la comunità parabitana e le missioni africane.
In quell’anno, infatti, su iniziativa del rettore padre Tommaso Gays e dei sacerdoti del Santuario, venne donata ai confratelli della Consolata ad Addis Abeba una statua della Madonna della Coltura in cartapesta, realizzata gratuitamente dallo scultore leccese Luigi Guacci, come documenta un’altra lettera a firma dell’artista. L’opera, del peso di circa 25 chilogrammi, riproduceva fedelmente l’iconografia dell’affresco venerato nel Santuario parabitano e doveva essere posta nella chiesa che i missionari officiavano nella capitale etiopica.
La spedizione della statua si rivelò subito complessa, sia per le difficoltà logistiche legate al contesto coloniale, sia per le limitazioni nei trasporti via mare. Una lettera conservata negli archivi del Santuario, datata 26 aprile 1937, testimonia come la soluzione si trovò grazie all’interessamento di Achille Starace, allora segretario del Partito Nazionale Fascista e concittadino salentino. Egli si rivolse al Ministro per l’Africa Italiana chiedendo di favorire l’inoltro della statua e il Comando del Deposito Truppe Coloniali di Napoli venne incaricato di provvedere alla spedizione dal porto partenopeo fino ad Addis Abeba. L’opera giunse così ai missionari, in particolare nelle mani di padre Bartolomeo Giorgis, che in quell’anno ne curava la pastorale nella comunità africana.
Questo episodio, apparentemente marginale, restituisce l’immagine di una Parabita missionaria, attenta a sostenere l’opera evangelizzatrice dei figli della Consolata e desiderosa di diffondere oltre i confini d’Italia la devozione alla Madonna della Coltura. Anche attraverso una statua di cartapesta, modellata nel cuore del Salento e affidata a un viaggio non privo di difficoltà, la spiritualità mariana del Santuario raggiunse una terra lontana, divenendo segno di comunione e di speranza per una giovane Chiesa in cammino.
Ringrazio Matteo Milelli per aver segnalato l’evento e per aver fornito i documenti d’archivio.







