di Paolo Vincenti
Riassunto. Il saggio si occupa di un periodo di grande fervore culturale nel Salento, fra fine Ottocento e inizi Novecento, quando si infittiscono gli scambi fra vari studiosi di storia antica. Nello specifico, si ricostruiscono i rapporti fra due illustri bizantinisti francesi, Charles Diehl e Gustave Schlumberger, e l’erudito salentino Luigi Giuseppe De Simone, nel contesto della riscoperta della cultura greca ad Otranto. In Appendice, viene riportata la corrispondenza epistolare fra i tre intellettuali succitati grazie alla trascrizione e traduzione dal francese, a cura di Marcella Leopizzi, di alcune lettere inedite conservate nel Fondo manoscritti della Biblioteca Bernardini di Lecce.
Abstract. The essay deals with a period of great cultural fervor in Salento, between the late nineteenth and early twentieth centuries, when exchanges between various scholars of ancient history intensified. Specifically, the relationships between two illustrious french byzantinists, Charles Diehl and Gustave Schlumberger, and the Salento erudite Luigi Giuseppe De Simone are reconstructed, in the context of the rediscovery of Greek culture in Otranto. In the Appendice, the epistolary correspondence between the three aforementioned intellectuals is reported thanks to the transcription and translation from French, by Marcella Leopizzi, of some unpublished letters preserved in the manuscript collection of the Biblioteca Bernardini in Lecce.
Quando nel 1884 venne rappresentata per la prima volta a Parigi la pièce Theodora, di Victorien Sardou, con musiche di Massenet, il successo di pubblico fu immediato. L’opera era ispirata alla Storia segreta di Procopio di Cesarea (490-560), che all’epoca era stata appena tradotta in Francia. L’imperatrice di Costantinopoli Teodora (500-548) era la potente moglie dell’Imperatore Giustiniano (432-565). Giunta al trono da un passato poco edificante, era stata una prostituta, tanto che già i contemporanei la indicavano come “l’Imperatrice venuta dal bordello”. La fonte antica più importante è proprio l’opera di Procopio di Cesarea, Storia Segreta, un violento pamphlet mosso da sentimenti di rancore personale e malanimo da parte dell’autore[1]. Lussuriosa, spudorata, falsa, megera, approfittatrice: Procopio si profonde nei più infamanti epiteti rivolti alla sovrana e non risparmia nemmeno l’Imperatore, che anzi viene descritto come un demonio, avido di potere e di denaro. Pervertiti e corrotti come li ritiene, il retore si dice convinto che con Giustiniano e Teodora il genere umano abbia toccato il fondo dell’abiezione o almeno è abile a farcelo credere.
Ma anche se la sua opera non può essere presa dai moderni lettori come un documento scientifico del tutto fededegno, essa è importante non solo per l’indiscusso valore letterario, ma perché ci aiuta ad entrare nell’ambiente della corte orientale bizantina con il suo apparato di paludati cerimoniali, intrighi, cospirazioni e strategie. Con tutte le donne più virtuose e nobili a cui l’Imperatore avrebbe potuto aspirare, lamenta Procopio, nel suo ritratto a fosche tinte della corte bizantina, il sovrano scelse quella che il retore definisce come una pubblica rovina dell’umana stirpe, una donna sozza e rea di ogni colpa. Teodora in effetti visse nel lusso più sfrenato, non seppe rinunciare a nulla di ciò che il sontuoso apparato imperiale della corte le metteva a disposizione. Chiaro che alla sua figura, così scandalosa ed interessante, non potessero restare indifferenti non solo gli storici ma anche i letterati.
In realtà, come annota Silvia Ronchey, l’opera di Sardou si ispirava fino a rasentare il plagio al testo di Augustin Marrast, La vie byzantine au VI siècle (ed. postuma1881)[2]. Questo dramma teatrale diffuse l’immagine di Teodora femme fatale che tanto successo avrebbe avuto poi nell’immaginario collettivo. Una buona parte del successo fu dovuta all’attrice che la impersonava, Sarah Bernhardt. Ma il vero ispiratore di Sardou era stato un importante bizantinista francese, Gustave-Léon Schlumberger, che gli aveva consigliato il testo di Marrast su cui documentarsi. Theodora andò in scena in tutta Europa e fu rappresentata ben trecento volte a Londra. Nel generale tripudio però l’opera teatrale incontrò l’opposizione del rigoroso studioso Charles Diehl il quale, divenuto il primo cattedratico di storia bizantina alla Sorbona di Parigi, lanciò i suoi strali contro l’“intollerabile deformazione letteraria” che dell’Imperatrice era stata fatta dal Sardou e dal suo ispiratore, il quale pure aveva dichiarato di basarsi su documenti storici che invece, secondo Diehl, tali non erano affatto[3]. Si apriva così una delle memorabili querelle di cui si alimenta la storia della letteratura, rinfocolata certamente da una buona dose di antipatia personale fra i due protagonisti della controversia.
Schlumberger era “nato a Guebwiller il 17 ottobre 1844, morto a Parigi nel 1929. Si laureò in medicina nel 1872, ma si dedicò quasi subito agli studî di storiografia bizantina, alla cui rinascita in Francia ha efficacemente contribuito insieme con A. Rambaud e Ch. Diehl. Fu membro (1877), poi presidente, della Société des Antiquaires de France e dell’Académie des Inscriptions (1884). Si occupò anche, con rara competenza, di sigillografia”[4]. Fra le sue opere, Les Principautés franques du Levant au moyen âge (1877); Numismatique de l’Orient latin (1878); Sigillographie de l’Empire byzantin (1884); Les îles des Princes (1884); nel 1889 pubblicò il suo capolavoro, Un empereur byzantin au Xe siècle: Nicéphore Phocas; e poi l’altro capolavoro, L’épopée byzantine à la fin du Xe siècle, in 3 volumi, 1896-1903, che era una riscrittura della Cronografia di Michele Psello. L’opera su Niceforo Foca, recensita sul «Figaro» da Guy de Maupassant, gli diede grande fama e anche se era detestato da Proust, Schlumberger divenne da allora uno dei più quotati bizantinisti viventi.
Tenuto in gran conto dall’accademia ma anche dai circoli mondani della capitale francese, di cui era assiduo frequentatore, pubblicò: Renaud de Châtillon, prince d’Antioche (1898); Le siège, la prise et le sac de Constantinople par les Turcs en 1453 (1913, 7ª ed. 1935); Recits de Byzance et des croisades (2 volumi, 1916-22); Mes souvenirs (1844-1928, 2 volumi, 1934, postumo). La sua attività di numismatico fu premiata nel 1903 con l’assegnazione della medaglia della Royal Numismatic Society. “Per festeggiare il suo ottantesimo compleanno fu pubblicato nel 1924 un volume onorario: Mélanges offerts à L.G. Sch. (voll. 2, Parigi 1924)”[5].
Di tutt’altra fatta era Charles Diehl, nato nel 1859; “un normalista un po’ moralista”, come lo definisce la Ronchey[6], egli era un rigoroso e severo studioso nonché benemerito degli studi di bizantinistica, di cui in vita venne reputato uno dei massimi esperti al mondo. Appassionato archeologo, ricoprì la prima cattedra di Storia bizantina alla Sorbona, che mantenne fino al 1934. Pubblicò numerose edizioni di testi bizantini con traduzione francese, come la Cronografia di Michele Psello curata da È. Renauld, con una Prefazione dello stesso Diehl, nel 1928[7], e i Monuments de l’art byzantin, il cui primo volume, dedicato alla pittura, vide la luce nel 1932[8]. Collaboratore di svariate riviste, agli studi accademici affiancò saggi di più vasta divulgazione, sempre con quel gusto per l’aneddoto, il dettaglio curioso, l’introspezione psicologica dei personaggi che contribuirono a creare una “moda” che permeò la cultura europea del primo Novecento. Gli vennero conferite lauree honoris causa dalle Università di Atene, Belgrado, Bruxelles e Harvard. Morì nel 1944[9].
Diehl volle riaprire il dossier della Teodora “storica” correggendo e censurando, in una sua pubblicazione, “con le armi di un’erudizione venata di perbenismo, l’immagine erotica e decadente che Sardou aveva creato, Sarah Bernhardt interpretato e Schlumberger accortamente avallato”[10]. E così, quasi a ristabilire la verità sull’Imperatrice Teodora la cui figura era stata troppo romanzata da coloro che Diehl riteneva praticamente dei falsari, pubblicò la sua monografia, intitolata Thèodora, impératrice de Byzance[11]che poi avrebbe rimaneggiato per inserirla nell’opera maggiore, Figures byzantines[12].
La pièce di Victorien Sardou si collocava in un clima di crescente interesse verso Bisanzio da parte della cultura francese dell’epoca, anche se gran parte del successo si doveva, come già detto, a Sarah Bernhardt. “Fu nella sua interpretazione di Teodora e sotto le sue spoglie che, al passaggio del Novecento, l’opinione pubblica occidentale conobbe Bisanzio”, scrive Silvia Ronchey[13]. “Il personaggio di Teodora era diventato famigliare nei salotti borghesi, aristocratici, artistici”[14], nonostante “il moralismo perbenista di un austero studioso intenzionato a difendere l’onore della sua imperatrice dalle fantasticherie del letterato, introducendo però su Teodora nuove fantasie, non meno sconvenienti sul piano storico e intellettuale”[15]. La polemica era ormai avviata e i termini sessuofobici e moralistici adottati da Diehl in contrapposizione a Sardou saranno all’origine dell’immagine stereotipata che di Bisanzio si formerà il Novecento: un regno vacuo e decadente di intrighi insensati[16].
Ma perché ci occupiamo di Diehl e Schlumberger? La riposta è presto data. Infatti, gli interessi di studio di entrambi, l’arte e la cultura bizantina, legano i personaggi da noi trattati ad uno studioso ottocentesco di Terra d’Otranto: Luigi Giuseppe De Simone (1835-1902), il magistrato umanista di Arnesano, che si occupò di storia, archeologia, arte, letteratura e folklore. “Membro della Commissione Consultiva per la conservazione dei Monumenti Storici e di Belle Arti di Terra d’Otranto (1868, poi Commissione Conservatrice dei monumenti ed oggetti d’arte ed antichità per la provincia d’Otranto, 1876)”[17], il giudice De Simone fondò il periodico «Il Filosofo Barba bianca» e collaborò con moltissime riviste salentine e nazionali. Erudito, nel senso ottocentesco del termine, De Simone coltivava interessi plurimi e immensa è la mole delle sue pubblicazioni[18], ma noi estrapoliamo, fra le sue conoscenze, quella tematica che lo congiungeva ai succitati Diehl e Schlumberger, ovvero la storia bizantina, con particolare riferimento ad Otranto e alla cultura greca nei secoli X-XIII. Dobbiamo per questo rivolgerci al suo epistolario.
Ma prima, facciamo una rapida panoramica sulla storia di Otranto nel periodo preso in esame.
Diciamo subito che Otranto era zona ellenofona ma in tutta l’area l’elemento greco si presentava molto più radicato rispetto al resto della Puglia, fin dal regno di Basilio I (867–886) e Leone VI (886-912), quando era avvenuta la colonizzazione bizantina dell’Italia meridionale ad esclusione della Sicilia.
Per esempio, Marco, arcivescovo di Otranto, nell’879 fu l’unico prelato pugliese a partecipare al Concilio di Costantinopoli convocato dal Patriarca Fozio. Un altro Marco, poeta e successivo arcivescovo di Otranto, quand’era nel monastero di S. Mocio a Costantinopoli, fu protagonista di un episodio eroico in quanto salvò la vita all’Imperatore Leone VI da un attentato ordito contro di lui e fu per questo merito che venne promosso ad arcivescovo di Otranto. Ce ne informa la von Falkenhausen riportando come fonte Cesaretti[19] e portando a conferma della notizia anche un passo dell’opera del teologo Nilo Doxapatres, Taxis ton patriarkikon Tronon, del 1142-43, dedicata a Ruggero II di Sicilia[20]. Secondo Pietro Marti invece si tratterebbe dello stesso Marco, arcivescovo di Otranto e valente innografo[21].
Terra di transito, Otranto è toccata da viaggiatori, pellegrini, diplomatici e regnanti nel corso dei secoli. Dopo il Mille, nonostante la presa dei Normanni e la latinizzazione del territorio, Otranto rimase città fieramente bizantina, riaffermando il rito greco.
Già nell’830, scrive Jacob, Otranto è diocesi bizantina, il cui titolare è fautore dell’iconoclastia[22], ricordato nell’episodio dei maltrattamenti da parte dei saraceni ricevuti dal monaco Gregorio Decapolita di passaggio nel suo viaggio dalla Sicilia alla Grecia[23]. Infatti, nonostante i provvedimenti iconoclasti nella parte occidentale dell’impero bizantino fossero accolti generalmente con ostilità, in Terra d’Otranto vi fu chi alla politica religiosa degli imperatori isaurici riservò una tiepida accoglienza. E si può anche cogliere la presenza di un gruppo artistico di pitture aniconiche, segnalate da M. Falla Castelfranchi non solo in Terra D’Otranto[24], ma pure in Calabria, nella zona fra Seminara e l’Aspromonte[25].
L’influenza greco ortodossa è evidente dalla cospicua bibliografia sulla produzione letteraria locale di quei tempi, tutta fortemente improntata alla cultura greca, ed è confermata dalla fondazione del Monastero di Casole ad opera del monaco Giuseppe nel 1098-99[26], dalla fondazione della Cattedrale di Otranto e ancor più dallo spettacolare pavimento musivo commissionato dal metropolita Gionata, attestato tra il 1163 e il 1179.
Il Monastero di Casole, a detta del Gregorovius, conservava la biblioteca claustrale più antica d’Occidente, dunque precedente anche a quella di Vivarium in Calabria, fondata da Cassiodoro[27]. Nei secoli scorsi fu vivo il dibattito fra gli studiosi sulle origini del monastero stesso, cioè se esso fosse una realizzazione normanna oppure se fosse stato ricostruito su un precedente insediamento religioso. Oltre che importante snodo viario[28] e commerciale, soprattutto per via del suo porto, in ambito culturale, Otranto si segnalava in questi secoli per la presenza di dotti e sapienti[29].
Si deve al copista Galaktion nel 1177 l’eucologio greco del cod. Ottobr. gr. 344[30]. Nel 1195 Nicola-Nettario viene incaricato dall’Arcivescovo di Otranto Guglielmo di tradurre in latino la liturgia di san Basilio[31]. “La scrittura di Terra d’Otranto ha proprie peculiarità paleografiche e codicologiche che permettono di riconoscere i numerosi manoscritti vergati negli scriptoria locali e il ruolo del monastero di Casole sarà di significativa rilevanza in questo come in altri settori della cultura”[32].
Il numero di manoscritti greci prodotti fino al Cinquecento attesta la grande vivacità culturale ed il fervore che si respirava a Casole e ad Otranto[33]. Pensiamo appunto a Nicola di Otranto (1160-1235), settimo igumeno, col nome di Nettario, del celebre monastero, grammatico, esperto di latino e greco, inviato come ambasciatore più volte a Costantinopoli in qualità di interprete al seguito del Cardinale Benedetto di S. Susanna e del Card. Pelagio Galvani. Divenuto abate di Casole nel 1214-15, fu anche a Nicea, dove era stata trasferita la corte di Costantinopoli dopo la Quarta Crociata, come ambasciatore dell’Imperatore Federico II[34].
Importante la sua produzione letteraria, fra cui spicca un trattato contro gli Ebrei, Katà Iudaion, sotto forma di dialogo, in cui si discutono vari temi relativi a Cristo, alla Trinità, alla circoncisone degli ebrei, alla loro alimentazione, alla festività del sabato, ecc. Scrisse poi svariati trattati teologici e dogmatici su temi che erano al centro dello scisma d’Oriente, come la processione dello Spirito Santo, il matrimonio dei preti, il pane azzimo, il digiuno del sabato, la celebrazione della messa in tempo di Quaresima.
Da intellettuale grecofono, egli difendeva l’ortodossia orientale, quindi il rito greco contro quello latino, prendendo parte a varie discussioni teologiche a Tessalonica, Atene, Costantinopoli[35]. L’opera più importante è sicuramente i Tria Syntagmata, tre trattati nei quali affronta le questioni che dividevano la chiesa latina da quella greca[36]. Da segnalare il suo commento alle pitture della casetta della fontana nel monastero dell’Evergete a Costantinopoli, opera dell’otrantino Paolo[37]. Quest’ultimo dipinse il Battesimo di Gesù nel fiume Giordano e il passaggio del popolo ebreo attraverso il Mar Rosso, come informa Nicola di Casole[38], il quale al pittore otrantino dedica il carme X, in cui accosta l’artista suo connazionale addirittura a San Paolo di Tarso[39].
Altra importante figura di intellettuale greco salentino è quella di Giovanni Grasso di Otranto, notaio imperiale alla corte di Federico II, di cui fu uno degli esecutori testamentari. Fu autore di poemi in onore del sovrano svevo, come la poesia sul tradimento di Parma e sul trionfo di Federico del 1247[40].
Fra gli intellettuali degni di nota, si ricordano Nicola Grasso, figlio di Giovanni, anch’egli notaio imperiale, attestato a Seminara in Calabria[41]; Nicola, giudice otrantino, amico di Nettario[42]; un altro Giovanni, anch’egli notaio, di cui parla tra gli altri A. Jacob[43], e Palagano d’Otranto, autore nel 1201 del codice Heidelberg, Palat. gr. 45, contenente anche l’Odissea e la Batracomiomachia di Omero[44]. Poi Ruggero di Otranto, autore di un poema in forma di dialogo fra le città di Otranto e Taranto[45].
L’attività intellettuale è testimoniata anche dalla fitta corrispondenza fra Otranto e Costantinopoli e più in generale fra Occidente e Oriente dei vari studiosi che intrattenevano stretti rapporti letterari: questo ha portato a parlare di un vero umanesimo ante litteram[46]. Da citare ancora il poeta Guglielmotto d’Otranto, monaco cistercense, secondo Houben, attestato tra il 1217 e il 1219 nell’abbazia calabrese di S. Angelo de Frigilo, legata a Federico II[47].
Torniamo ora al De Simone e al suo epistolario. Consultiamo la pubblicazione Guida al carteggio di L.G. De Simone (con le Lettere Casulane di G. Cozza-Luzi), di Mario Muci[48]. Nella sua Guida al carteggio, Muci scrive: “La prima cosa che colpisce e un poco spaventa chi si appresta a consultare l’epistolario è la sua vastità, non solo formale, ma anche contenutistica. Riflettendo la mentalità di un poliedrico erudito quale egli era, non vi sono limiti alle sue curiosità scientifiche e nelle lettere si trova di tutto, dall’epigrafia al folklore, dall’archeologia alla filologia. […] Nella rosa dei corrispondenti, molti dei quali di grande spessore culturale, è possibile individuare tre livelli che rispondono ai parametri della sua formazione scientifica e della sua disponibilità al dialogo. Giacomo Arditi, Cosimo De Giorgi, Giovanni Tarantini possono rappresentare degnamente la Terra d’Otranto che è il naturale bacino di riferimento del Nostro. Giovanni Flechia, una delle principali autorità del tempo nel campo della glottologia, Cesare Cantù, Ariodante Fabretti, archeologo ed epigrafista d’eccezione, Agenore Gelli, direttore dell’Archivio Storico Italiano dove apparivano gli articoli a firma Ermanno Aar, Michele Amari, il grande storico della Sicilia musulmana, Antonio Stoppani, geologo e geografo lombardo che aveva percorso in lungo e in largo l’Italia ma non conosceva il Salento, Giustiniano Nicolucci, direttore del Museo di armi antiche di Torino e studioso della preistoria, sono gli interpreti di un dialogo a più voci […] Gregorovius, con cui si erano incontrati a Lecce, De Sassenay storico dei Brienne, Diehl bizantinista, Omont conservatore dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Parigi, i carissimi Lenormant e Yriarte, Schlumberger ed Henzen, rappresentano i punti di riferimento in un ampio dibattito che coinvolgeva, al di là dei confini nazionali, specialisti di fama europea”[49]. E nell’Indice dei corrispondenti leggiamo infatti, tra i nomi più altisonanti, quelli di Filippo Bacile, Emanuele Barba, Nicola Bernardini, Cosimo De Giorgi, Gaetano Brunetti, Achille Bruni, Filippo Cardone, Sigismondo Castromediano, Angelo De Gubernatis, Gaetano Filangeri, Pietro Palumbo, Oronzo Gabriele Costa, Francesco Villani, Leonida Flascassovitti, Giuseppe Gigli, Giacomo Lacaita, e tanti altri[50].
Questa fitta corrispondenza del De Simone è stata citata in diverse pubblicazioni da parte dei nostri studiosi, dai già citati Nicola Vacca e Alessandro Laporta, fino ad Eugenio Imbriani.
Fra le varie lettere, Muci pubblica l’intero corpus delle Lettere Casulane di Giuseppe Cozza-Luzi e questo costituisce il valore aggiunto del libro perché si tratta di un carteggio conosciuto e citato da tutti gli studiosi che si sono occupati del De Simone, o di storia di Otranto bizantina, meritoriamente ripubblicato nella sua versione integrale.
Curiosamente, è in un libro dedicato a Gerolamo Marciano che Muci dà ampia testimonianza del carteggio di De Simone[51]. Questo carteggio venne organizzato dallo stesso autore in varie sezioni: Lettere erudite, Lettere varie, Lettere dirette, Lettere casulane. In totale, si tratta di millecinquecento lettere, con ben cinquecentonovantanove corrispondenti. Il carteggio è conservato presso la Biblioteca Provinciale Bernardini di Lecce[52].
Quanto alle Lettere casulane, Muci rende in riproduzione anastatica la versione originale dell’opera che il religioso Cozza-Luzi pubblicò a Reggio Calabria nel 1900[53].
Giuseppe Cozza-Luzi (1837-1905), monaco dell’ordine basiliano, Abate del monastero di Grottaferrata (Roma), il 30 marzo 1882 ricevette la carica di vicebibliotecario di Santa Romana Chiesa. Trasferito a Roma alla procura dell’Ordine basiliano e nominato consultore della Congregazione di Propaganda Fide per gli affari di rito orientale, fu autore di opere come Il Tuscolano di M. Tullio Cicerone. Ricerche di d. G. Cozza–Luzi, Roma, 1866; De corporea assumptione b. Mariae Deiparae testimonia liturgica Graecorum selecta, Romae, 1869; De Romani Pontificis auctoritate disciplinari testimoniis Ecclesiae Graecae comprobata disquisitio, Romae, 1870; De Romani Pontificis auctoritate doctrinali testimonia liturgica Ecclesiae Graecae selecta, Romae,1870; Epistolario del card. A. Mai. Primo saggio di cento lettere inedite, Bergamo, 1883; La cronaca siculo–saracena di Cambridge con doppio testo greco scoperto in codici contemporanei delle Biblioteche Vaticana e Parigina, Palermo, 1890; Historiae et laudes ss. Sabae et Macarii Siculorum a patriarcha Oreste Hierosolymitano graece et latine, Romae, 1893.
Uomo di profonda fede e grandissima erudizione, si occupò di importanti manoscritti come, fra gli altri, il codex purpureus di Rossano o il Typikón greco dell’abbazia di San Nicola di Casole, conservato alla Biblioteca nazionale di Torino finché fu distrutto dalle fiamme. Come scrive Vittorio Peri, nella voce che a lui dedica nel Dizionario Biografico degli Italiani, per il codex calabrese trattò a Rossano un suo possibile trasferimento alla Vaticana di Roma su interessamento del papa Leone XIII, mentre si interessò al secondo grazie agli studi sui Typika del suo maestro Teodoro Toscani, il quale nell’opera de Typicis Graecorum aveva descritto il codice[54], ma anche perché gli fu segnalato dal De Simone – “segnalatogli anche direttamente da uno storico pugliese nel 1880”, scrive Peri, che poco oltre menziona fra i corrispondenti di Cozza Luzi, “l’avv. L. De Simone di Lecce”, credendo dunque trattarsi di due diverse persone -, e ne ottenne la consultazione a Roma. Ebbe rapporti con mons. R. Cotroneo e mons. A. De Lorenzo a Reggio Calabria, con professori universitari come C. Cantù, O. Zuretti e C. Cipolla di Torino, G. Cugnoni di Roma, M. Mandalari di Catania, ed altri[55]. Si occupò di filologia e di storia soprattutto bizantina e fu collaboratore di svariate riviste fra le quali «Il Bessarione», titolo che richiama il nome del Cardinale che tanta parte ebbe negli avvenimenti che stiamo narrando. “Ma quella che considerò la sua maggiore gloria letteraria fu la lunga illustrazione dei frammenti di Strabone, conservati dai palinsesti di Grottaferrata e in quelli vaticani del Mai, continuata in varie pubblicazioni (1875, 1887, 1889), che confluirono nelle sette parti del volume Del più antico testo della geografia di Strabone. Frammenti scoperti in membrane palinseste, Roma, 1884-1898”[56].
Oggetto della trattazione delle Lettere Casulane è il famoso Typikón Taur. gr. CCXVI, un prezioso codice che ci parla di quello che fu il Monastero di San Nicola di Casole, in Otranto, da tanti definito fondamentale centro di cultura del Medioevo salentino e, un po’ enfaticamente, crogiolo d’intelletti, nonché prima “Casa dello Studente della storia”. Il Typikón casulano, noto appunto come “Codice Torinese C 11117”, Taur. gr. CCXVI, giaceva sconosciuto nella Biblioteca di Torino fino a quando non venne scoperto dal De Simone, il quale chiese nel 1890 al Ministero della Pubblica Istruzione di potere disporre del Codice per ragioni di studio e di poterlo depositare, per tutto il tempo sufficiente ad analizzarlo, presso la Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma. In questa biblioteca, l’Abate Cozza-Luzi lo tradusse in latino e lo trascrisse in greco; dopo, il Codice ritornò nella sua sede naturale.
Le lettere che compongono il carteggio sono in tutto ventuno e sono state scritte dal Cozza-Luzi dal luglio 1886 al novembre 1888. Il numero delle Lettere nell’edizione a stampa di Cozza Luzi però non corrisponde a quello delle lettere effettivamente presenti nel Fondo De Simone “non solo per la tanta documentazione di varia natura aggiuntavi da De Simone, ma anche perché le stesse Lettere casulane qui manoscritte presentano varianti testuali notevoli e, assai singolarmente, sono di numero inferiore a quelle stampate”[57], come informa Delle Donne. Infatti, “Nel ms. 200 le Lettere casulane sono 18, mentre quelle stampate sono 21. Nel ms. mancano le lettere XII, XV, XVII. Non coincide l’ordine di successione: nel ms. sono invertite le lettere quarta e quinta; dopo la decima-prima seguono le Lettere XIV, XVI e XIII. Infine, non sempre nel ms. compaiono i titoletti dati alle lettere (mancano ad es. nelle sue lettere prima, quarta, quinta, sesta, XIX) e non sempre le date delle lettere coincidono con le corrispondenti a stampa (ad es.: lettere quarta e quinta, XVIII). Si segnala infine che nel ms. le lettere non hanno mai i testi in greco che invece sono presenti nella loro edizione a stampa, tanto nel ms. quanto nella versione a stampa invece compaiono le corrispondenti traduzioni in latino”[58].
Il religioso, in pratica, informava l’amico De Simone dei risultati ottenuti nella esegesi della fonte che lo studioso leccese gli aveva messo a disposizione. Cozza Luzi pubblicò i risultati, potremmo dire dello stato avanzamento lavori, in alcuni articoli in rivista, fra il 1898 e il 1899 ma alla fine del lavoro, fu lo stesso De Simone a consigliare al Cozza-Luzi di pubblicare i suoi risultati in volume, cosa che puntualmente avvenne con il libro stampato a Reggio Calabria nel 1900.
Quello in cui Cozza Luzi e De Simone scrivono è un periodo di grande fervore di studi e, anche nel Salento, di riscoperta della storia antica del territorio. Gli intellettuali illuminati, come De Simone, non solo coltivano questi interessi eruditi, ma si collocano in una temperie culturale di vasto respiro, allacciando rapporti epistolari con corrispondenti da tutta Europa. Si viene così a creare un circolo virtuoso di scambi di libri e di informazioni, una comunicazione circolare in cui gli studiosi si ragguagliano reciprocamente sui risultati delle proprie analisi e pionieristiche indagini. Prendiamo ad esempio una lettera di De Simone, riportata nel libro di Muci, e indirizzata al bizantinista Omont. A lui scrive De Simone da Trani il 9 marzo 1891:
Illustre amico e signore H. Omont, ho ricevuto i due vostri pregevolissimi opuscoli Les Mss. de Pacius e Le Typicon de S. Nicolas di Casole e vi ringrazio delle belle parole scritte all’indirizzo mio. Gli estratti del Typicon che voi avete pubblicati avevo anch’io pronti per le stampe; ma io sono un erudito orecchista e dilettante e non un professore di erudizione e di paleografia […] Mi riserbo di profittare del vostro opuscolo e di illustrarlo quando potrò fare la mia pubblicazione; e tanto più quanto che tra il Reverendo Padre Cozza Luzi pubblicherà lo intero testo del Typicon. Avendo occasione di incontrare il vostro collega, nell’Istituto, Mr. Gustave Schlumberger, mi farete sommo favore di salutarmelo e così vi prego, ove occasione vi si presenti, di praticare a mio nome col venerando Mr. Alfred Maury. Io ho avuto il piacere e l’onore di avere spronato a venire nella Terra d’Otranto il Lenormant ed altri amici vostri di gran fama: potrei tentare di spronare la Signoria Vostra a venirci nelle prossime ferie autunnali per osservare molte reliquie e molti avanzi aploellenici (sic) che man mano vanno sparendo nelle nostre contrade? […] P.S. Potreste farmi il favore di spedirmi quattro altre copie del vostro Le Typicon de S. Nicolas di Casole? Ve ne sarei obbligatissimo[59].
Ciò che salta agli occhi, oltre alla grandissima umiltà di De Simone, è l’assenza del minimo risentimento nei confronti del grande studioso francese che, in qualche modo, lo ha “bruciato” sul tempo, pubblicando per primo i risultati delle sue stesse ricerche. De Simone infatti non avrebbe pubblicato il codice nonostante egli volesse impegnarsi personalmente nel suo studio ma solo le lettere dell’Abate Cozza-Luzi. Vi è inoltre nella missiva sopra citata un riferimento anche allo Schlumberger.
Tornando al nostro Codice, i Typica erano quel complesso di regole che ogni monastero si dava e che doveva scrupolosamente seguire. Nel manoscritto casolano, nelle carte dall’1 al 5 vi sono annotazioni varie di cronologia e di amministrazione del convento negli anni 1125-1267; nelle carte dalla 6 alla 14, vi è la regola monastica; nelle carte 15-172, è contenuto il Rituale del Convento, vale a dire il Typicon vero e proprio; nelle carte 173-181, è esposta l’Hypotyposis, cioè le prescrizioni a cui i monaci dovevano attenersi; nelle carte 182-183, preghiere varie.
Nel 1904, a causa di un incendio nella Biblioteca di Torino, il Codice fu seriamente danneggiato ed oggi è disponibile compromesso in più parti[60]. Il codice, in pergamena, conta 183 fogli, ossia 266 pagine, misura mm 225 x 188, ma in più momenti successivi sono stati aggiunti degli altri fogli all’inizio e alla fine. Del Codice Torinese si sono interessati, oltre al De Simone nei suoi Studi storici in Terra D’Otranto, vari studiosi come il Diehl, in Le Monastère de Saint Nicolas de Casole près d’Otrante, su cui torneremo, l’Omont, nel già citato Le Typikòn de S.Nicolas de Casole, près d’Otrante[61], il Battifol[62] e nel Novecento Parlangeli[63], Cezzi[64], Apostolidis[65], Mazzotta[66] e Andrè Jacob in più riprese. Grazie a questo Codice, si è potuta anche ricostruire la lista degli abati di Casole fino al 1469.
Nella storia di Otranto e quindi anche del Monastero di Casole si colloca il capitale evento storico della presa della città da parte dei Turchi nel 1480[67]. Molti libri bruciarono ed altri rischiarono di andare distrutti.
A questo punto si inserisce la figura del Cardinale Bessarione (1403-1472) che con l’intento di salvare il cospicuo patrimonio librario del distrutto monastero si impossessò di una grande quantità di documenti. In realtà, nella distruzione del monastero di Casole, una figura fondamentale fu quella dell’umanista greco Sergio Stiso di Zollino il quale mise in salvo molti manoscritti ma soprattutto avviò negli anni seguenti un’opera di trascrizione degli stessi anche grazie agli allievi della sua avviata scuola di copisti[68].
Ben prima del saccheggio operato dai Turchi in effetti nella biblioteca di Casole, come denunciato dal Galateo, era iniziata una lenta spoliazione che la aveva portata ad un sostanziale impoverimento; dunque se anche questi preziosi documenti non fossero andati distrutti dai Turchi nel 1480 e nei successivi attacchi, comunque non sarebbero sopravvissuti all’incuria e al degrado in cui venne abbandonata Casole nei secoli successivi.
Quanto al Bessarione, gli studiosi nel tempo si sono divisi fra chi ha ritenuto il Cardinale un benefattore e chi, come il Galateo (nel famoso De situ Japigae), lo ha ritenuto né più né meno un ladro. Fatto sta che, dopo aver recato i manoscritti a Venezia, Bessarione fece dare alle stampe i preziosi codici che avrebbero costituito il nucleo fondante della veneziana Biblioteca Marciana[69]. Oggi i manoscritti casulani sono conservati in varie biblioteche europee, dalla Vaticana di Roma alla Ambrosiana di Milano, dalla Medicea di Firenze alle biblioteche di Napoli, Torino e Madrid, a quelle di Londra, Berlino e Kiev[70].
Nella lettera prima, Cozza Luzi dice che da poco il Diehl aveva pubblicato Le monastere de S. Nicolas de Casole près d’Otrante d’apres un manuscript ined.[71] e riferisce anche dell’opera dell’Omont, Le Typicon de S. Nicolas di Casole près d’Otrante[72]. Nella seconda lettera spiega che del codice torinese si erano occupati anche Leone Allazio, riferito dal Fabricio nella Bibliotheca graeca, il Montfaucon e soprattutto il suo maestro Toscani nell’opera de Typicis Graecorum già citata e si profonde nella descrizione del codice stesso. I primi sei fogli del manoscritto contengono Gli Annali del monastero di Casole con la serie degli abati dal 1099 al 1469 ed hanno quindi grande importanza storica. Sul fronte del libro è presente il nome di colui che possedette il manoscritto dopo la distruzione del monastero ad opera dei Turchi ma il Cozza Luzi non è d’accordo con l’Omont che legge “Zaccaria Megagianni” e propende per “Zaccaria di maestro Giovanni”[73].
Nella Lettera Terza, Cozza-Luzi dà notizia di un altro Codice del Typikón di Casole conservato nella Biblioteca dei Barberini a Roma. Oggi noi sappiamo che questa è la copia più antica del prezioso documento ed è quella fatta da Ieroteo, monaco casolano, per volere dell’abate Nicola, e conosciuta come Vat. Barb. gr. III 69, che è altra copia del Typikón di Casole realizzata nel 1205, perché dedicata al Cardinale Barberini (e infatti il codice reca l’arme dei Barberini sulla copertina in pelle rossa) da Francesco Arcudio, arcipresbiterio di Soleto, appunto in quell’anno[74].
Questo Codice, come spiega Cozza-Luzi nella Lettera Quarta, pervenne all’arciprete di Soleto Pietro Arcudi, il cui successore Francesco Arcudi portò il codice a Roma e ne fece omaggio ai suoi mecenati, i Barberini. Un’altra copia del Codice è il Vat. Barb. gr. N. III 102 di cui riferisce Cozza-Luzi nella Lettera Quinta, allora conservato nella Biblioteca Barberiana ed oggi nella Vaticana, copiato da Stefano Ripa, arciprete di Soleto, nel 1583, un codice cartaceo, questo, che si compone di 148 pagine. Ancora, un altro Codice è conservato nella Biblioteca Vallicelliana di Roma; come riferisce Gianfreda, il Codice venne regalato alla biblioteca romana da Pietro Polidori che lo acquistò sul mercato di Nardò all’inizio del XVIII secolo, ma questo documento, noto come “D 61”, di cui non si conosce l’autore, è comunque autonomo rispetto alle altre copie del manoscritto[75].
Dal Codice apprendiamo che il monastero fu eretto nel 1098 o nel 1099, su una preesistente costruzione, per una precisa volontà politica da parte dei nuovi governanti normanni di queste terre, cioè accaparrarsi la benevolenza del popolo, ancora legato al rito greco. Nella Lettera Nona di Cozza-Luzi, Di una congettura sull’origine di Casole, apprendiamo che venne conservato il vecchio nome di “San Nicola”, o meglio “San Nicolò”, a cui fu aggiunto “Casole”, che voleva dire “tenda, capanna”[76].
Veniamo dunque alla cronologia degli abati. Giuseppe fu il primo Abate che nel 1098-99 fondò il Monastero (o lo riedificò), di cui Cozza-Luzi parla nella Settima Lettera. Il secondo Abate di Casole fu Vittore (1124-1152) a cui è dedicata la già citata poesia di Nettario, il terzo Abate fu Nicola (1152-1174), l’autore del Typikón, da Nettario proclamato «Santissimo Nicola P. N., uomo di azione e forbito parlatore», di cui Cozza-Luzi riferisce nella Lettera Ottava. Quarto Abate fu Callinico (117-1195), da Nettario immortalato come uomo «di vita austera e celebre per opere». Quinto Abate fu Ilarione (1195-1201), esaltato per la sua umiltà tanto da essere paragonato ai padri del deserto e il cui corpo nel 1249 venne esumato per la pubblica venerazione; sesto Abate fu Nicodemo (1201 -1220): essi sono trattati nella Lettera
Decima. Il settimo abate, dal 1219 al 1235, fu Nettario, di cui Cozza-Luzi riferisce nelle Lettere Decimaprima e Decimaseconda, e del quale abbiamo già parlato[77]. Nella Lettera XIII Cozza-Luzi si occupa del pittore Paolo di Gallipoli. Nella Lettera XV si occupa dell’identità di Nettario di Casole e ipotizza che ci possano essere stati più personaggi, per l’esattezza tre, che operarono in epoche diverse. Continua poi con la cronologia degli abati casulani. Poimene fu Abate dal 1235 al 1256, quindi successore di Nettario. Poi Filoteo, Abate dal 1256 al 1259. Del suo igumenato non sappiamo nulla. Quindi dal 1259 al 1267, Basilio, il quale venne trasferito a S. Vito del Pizzo, vicino a Taranto. Morì fuori del suo monastero perché incorse in una sentenza di scomunica nel 1268, poi revocata nel 1274[78]. Giacomo I fu Abate dal 1266 al 1274[79]. Poi fu la volta di Gregorio, Abate dal 1275 al 1306[80]. Gli abati successivi sono Filoteo II, dal 1306 al 1342, e Biagio, dal 1342 al 1363[81]. È poi la volta di Giacomo II, Abate dal 1363 al 1392, e Pietro, igumeno dal marzo 1378, probabilmente perché Giacomo quando morì non era più Abate di Casole o per dimissioni o per trasferimento[82]. Quindi Giacomo III, Giorgio e Matteo. Si giunge così a Zaccaria, Abate dal 1438 al 1469. Con lui finisce l’elenco degli Abati, né abbiamo notizie di un suo successore alla guida del Monastero[83].
Dalla XVIII Lettera del Cozza-Luzi apprendiamo di un’attività importantissima del monastero, vale a dire il prestito dei libri: nelle prime pagine del Typicon infatti, è segnato il nome di chi prelevava i vari libri dalla cospicua biblioteca. Nella XIX Lettera Cozza-Luzi si occupa di Giorgio di Corfù e ancora di Nettario Casulano sulla cui identità cerca di sgomberare il campo dai tanti errori che erano stati fatti dagli studiosi precedenti e riporta nella Lettera XX la testimonianza del Galateo che gli pare l’unica ad essere esatta, distinguendo così il Niceta, che prima di farsi monaco si chiamava Nicola, da un altro Nicola Idruntino, o Tarantino, scrittore. A “Niccolò Idruntino Vescovo di Modone” dedica la XXI Lettera[84].
Certamente le Lettere Casulane contribuirono a creare intorno al Monastero di Casole, col suo Scriptorium, la scuola e la Biblioteca, quell’alone di leggenda che lo ha accompagnato fino ad oggi per cui esso ha assunto un ruolo centrale nella poesia, nella prosa, nell’arte, ed è stato considerato il luogo in cui si realizzò una mirabile fusione fra Oriente ed Occidente. Vi è stata una enorme mole di studi[85], anche maggiore di quella sulla Cattedrale di Otranto[86], e di quella sul mosaico pavimentale[87]. L’edificio più emblematico dell’influenza bizantina ad Otranto comunque resta la Basilica di San Pietro, piccolo gioiello incastonato fra le mura della città vecchia[88]. Come già detto, ad Otranto, la tradizione e la religiosità bizantina permanevano più forti e radicati rispetto ai costumi e al rito latini, con i quali comunque convivevano[89].
L’opera dell’abate di Grottaferrata ebbe il merito importantissimo di fare chiarezza in una materia, quella della storia di Casole, in cui c’era stata fino ad allora molta confusione, soprattutto a causa di studiosi che, senza ricercare le fonti, avevano ripetuto quanto già era stato scritto da altri, errori o imprecisioni comprese. È lo stesso Cozza-Luzi che, nella parte finale della sua ultima lettera, afferma:
vari scrittori di cose di Terra di Otranto riportarono di peso le parole ed i giudizii di quelli autori; e, resero per tal modo non raro ad avvenire, ancor più difficile l’estricamento di sì arruffata matassa, di cui ora mi pare così trovato il bandolo[90].
Un anno dopo il fatale attacco dei Turchi del 1480, il monaco Marco, che riuscì miracolosamente a scampare all’eccidio, tornò a Casole al seguito di Alfonso D’Aragona. È grazie ai manoscritti di Casole, oltre alle tracce iconografiche, architettoniche e artistiche in genere, che studiosi come il Diehl, l’Omont e il Bertaux hanno potuto produrre i loro studi sull’enorme patrimonio di cultura greca bizantina custodito nelle nostre contrade. «Va considerato», scrive Ronconi, «che ovunque i libri profani si dispersero più facilmente dei cristiani, conservati in biblioteche cenobitiche ed ecclesiastiche, più durevoli delle collezioni private. Gli umanisti che “predarono” l’Italia meridionale ne asportarono inoltre – in parte favorendone la dispersione – i rari testi profani più che quelli cristiani. L’idea che questa regione abbia conservato recensioni testuali antiche e tardoantiche di opere profane non può essere esclusa»,[91] e cita a supporto J. Irigoin[92].
Come già detto, gli studiosi stranieri comunicavano con quelli locali in un proficuo rapporto. Nel 1888 De Simone pubblicò gli Studi storici di Terra d’Otranto, con lo pseudonimo di Ermanno Aar. Si trattava della raccolta di tutti i pezzi che erano usciti con lo stesso titolo sulla rivista «Archivio storico italiano», dal 1878 al 1887[93]. Sia Omont[94] che Diehl[95] citano nei loro saggi il lavoro di De Simone e utilizzano molta parte dei suoi risultati, così come fa il Battifol[96]. Possiamo dire che “Diehl Omont Batiffol con le ricerche effettivamente pubblicate e Cozza-Luzi e Luigi G. De Simone, per le ricerche solo parzialmente o niente affatto date alla stampa, sono stati i veri protagonisti della vicenda della scoperta del codice Taur.gr. CCXVI e del Typikón di Casole con tutta la sua ulteriore documentazione annessa. E questa vicenda si è svolta negli ultimi due decenni del XIX secolo con ideale chiusura costituita dalle Lettere Casulane di Cozza-Luzi e De Simone in volume unitario, apparso nel 1900. Rispetto a tutto questo, però, gli scritti di Diehl, Omont, Batiffol e Cozza-Luzi da una parte hanno fatto constatare […] che proprio De Simone arrivò per primo nella scoperta ed anche nella promozione del codice di Torino e non buon ultimo, come invece farebbe pensare il suo ruolo di interlocutore di Cozza-Luzi nelle Lettere casulane. Dall’altra, suggeriscono con forza che De Simone non fu solo lo scopritore del codice come nemmeno solo colui che sull’onda dell’entusiasmo coinvolge esponenti della comunità scientifica più competenti di lui, per farsi da parte. Egli aveva inteso invece anche studiarlo nei contenuti e persino pubblicarlo in una edizione mirata fornita anche di traduzione latina”[97].
Grazie a intellettuali come De Simone, a questi rapporti epistolari e di scambio di libri ed informazioni, si ravviva una stagione culturale molto importante per la cultura di Terra d’Otranto. In particolare il Diehl, con L’art byzantin dans l’Italie Méridionale[98], fornisce uno dei primi saggi sull’arte italo greca nel Salento, cui si dedicheranno poi eminenti studiosi successivi. Fra i vari siti su cui il Diehl si sofferma, anche quello ruffanese della cripta di San Marco[99]. Si occupa poi di Soleto[100], di Carpignano Salentino[101], di Brindisi[102], e di altri dell’Italia meridionale. Quanto alle testimonianze bizantine, per restare alla nostra provincia di Lecce, oltre ad Otranto più volte citata in questo saggio, occorrerebbe aggiungere almeno Casarano[103] e Gallipoli[104].
Numerosi sono i siti e tante e ancora preziose le testimonianze che riconfermano la Terra d’Otranto culla della cultura greca, come già gli eruditi otto-novecenteschi avevano inteso dimostrare attraverso le loro comunicazioni [105].
In questo rapporto di interscambio vogliamo riportare alla fine di questo saggio alcune lettere inedite scritte al De Simone che sono rimaste fuori dai carteggi già pubblicati. Si tratta di tre lettere scritte da Charles Diehl ed una scritta da Schlumberger a De Simone.
POSTILLA. Il presente saggio è stato steso quasi due anni fa ma per ragioni editoriali vede la luce soltanto ora. Le tre lettere di Diehl nel frattempo sono state edite anche in S. Delle Donne, Il cod. Taur. gr. CCXVI (Typikón di Casole) tra Diehl, Omont, Batiffol e Luigi G. De Simone, cit., pp. 475-508, che però non le traduce, anche se aggiunge un commento specifico, al quale si rinvia.
LETTERE A DE SIMONE
Trascrizione dei manoscritti e traduzione dal francese in italiano a cura della Prof.ssa Marcella Leopizzi
LETTERE DI CHARLES DIEHL A DE SIMONE
Testo 1
Fondo “De Simone”, ms. 190, nr. 15
Lettere memorabili a L. G. De Simone
Charles Diehl a De Simone, 3 dicembre 1883


Pompéi, 3 décembre 1883
Cher Monsieur,
Je dois dans quelques jours
retourner dans la Terre d’Otrante
et je serai très heureux de
causer avec vous. Je pense donc
m’arrêter quelques heures à
Bari, pour vous saluer et vous
remercier encore une fois de
toute l’obligeance que vous m’avez
témoignée. Je pense arriver le 12
dans l’après-midi à Bari,
et je viendrai tout aussitôt chez
vous à moins que vous ne
préfériez me fixer un rendez-
vous pour le soir. J’ai beau-
coup à vous parler de Lenor-
mant, et si vous le voulez
nous dirons quelques mots
aussi de certain baron de votre (I)
connaissance dont je vous apporte
les œuvres comme je vous l’ai
promis.
Agréez cher monsieur l’as-
surance de mes meilleurs senti-
ments
Charles Diehl
(I) [annotation au crayon illisible écrite par De Simone]
Oserai-je vous prier de me
dire par un mot adresse
poste restante à Naples. Si vous
serez à Bari à la date dont
je parle et où je pourrai vous
rencontrer sans vous déranger.
——————
[De Simone]
6 dec. scrittogli- che lo attendo
a Bari, in casa dalle 2 p. m.
a mezzanotte, nel giorno 12 corr.
Pompei, 3 dicembre 1883
Caro Signore,
Devo ritornare tra qualche giorno nella Terra d’Otranto e sarò molto felice di conversare con voi. Credo dunque di fermarmi alcune ore a Bari, per salutarvi e ringraziarvi ancora una volta di tutta la gentilezza che mi avete testimoniato. Penso di arrivare il 12 nel pomeriggio a Bari, e verrò direttamente a casa vostra a meno che voi non preferiate fissarmi un appuntamento per la sera. Ho molto da dirvi su Lenormant, e se volete diremo qualcosa anche su un certo barone di vostra (I) conoscenza di cui vi porto le opere come promesso.
Vogliate gradire caro signore i miei più cari saluti
Charles Diehl
(I) [annotazione illeggibile scritta a matita da De Simone]
Oserò pregarvi di dirmi con un messaggio indirizzato al fermoposta a Napoli se voi sarete a Bari nella data di cui parlo e dove potrò incontrarvi senza disturbarvi.
——————
[De Simone]:
6 dec. scrittogli- che lo attendo a Bari, in casa dalle 2 p. m. a mezzanotte, nel giorno 12 corr.
Testo 2
Fondo “De Simone”, ms. 190, nr. 16
Lettere memorabili a L. G. De Simone
Charles Diehl a De Simone, 18 novembre 1884



Athènes, 18 novembre ’84
Cher Monsieur et ami,
Vous recevrez par le même
courrier que cette lettre le
fascicule du Bulletin de Corres-
pondance hellénique contenant
l’article dont je vous avais en-
voyé le tirage à part. Excusez-
moi de vous l’avoir fait si long-
temps attendre, j’étais absent
d’Athènes quand j’ai reçu votre
lettre, et j’y suis rentré depuis
quelques jours seulement. Je
prends sur moi, en l’absence
de mon directeur, de vous faire
cet envoi qui n’est point dans
les habitudes de l’École : mais
vous avez été toujours si
aimable pour moi que je
tiens à le reconnaître dans
la mesure du possible. Soyez
assuré que dans mon pro-
chain article je me ferai un
plaisir de citer votre nom et
de vous remercier des indications
si utiles que vous m’avez
fournies. Je m’étais d’ailleurs
acquitté de ce devoir dès l’an
passé dans mon rapport manuscrit
à l’Institut, et M. Dumont dans
son rapport, lu dans la séance
du 10 août 1883 à l’Académie
des Inscriptions, avait cité votre
nom parmi ceux des personnes
dont les conseils m’avaient été
le plus utiles. Je voudrais même
à ce propos vous demander une
chose. L’an passé, à Messine,
le P. Matranga m’a communi-
qué la copie du manuscrit
relatif à S. Nicolas di Casole,
découvert par vous, il m’a
vivement intéressé. Verriez-vous
quelque enconvenient à ce que
je fisse dans les Mélanges
de l’École de Rome une
petite note à ce sujet ? Il
me semble que en appelant
un peu l’attention sur votre
manuscrit, on en pourrait
hâter la publication si désira-
ble et qui serait si bien
faite par vous.
J’ai fait dans le compte
rendu des fouilles de l’Altis
d’Olympia la recherche que
vous me demandez : on n’y
a rien trouvé concernant les
Messapiens et vérifiant le
texte de Pausanias
Le successeur de Lenormant
à la Bibliothèque nationale
est M. Rayet, malheureuse-
ment je ne le connais point
et ne puis à cet égard vous
rendre service : mais M. Maury
vous mettra facilement en
relation avec lui.
Croyez cher monsieur à
mes meilleurs sentiments
Charles Diehl
École française.
Atene, 18 novembre ’84
Caro Signore e amico,
Riceverete insieme a questa lettera il fascicolo del Bulletin de Correspondance hellénique contenente l’articolo di cui vi avevo inviato la tiratura separata. Scusatemi per avervi fatto attendere così tanto tempo, ero assente da Atene quando ho ricevuto la vostra lettera, e sono rientrato soltanto pochi giorni fa. In assenza del mio direttore, mi occupo io di farvi questa spedizione che non rientra nelle abitudini dell’École: ma voi siete sempre stato così amabile con me che io ci tengo a riconoscerlo nella misura del possibile. Siate certo che nel mio prossimo articolo sarà un piacere per me citare il vostro nome e ringraziarvi delle indicazioni così utili che voi mi avete fornito. Mi ero infatti affrancato da questo dovere sin dall’anno scorso nella mia relazione manoscritta all’Istitut, e il Signor Dumont nella sua relazione, letta nella seduta del 10 agosto 1883 all’Académie des Inscriptions, aveva citato il vostro nome tra quelli delle persone i cui consigli erano stati per me fra i più utili. Vorrei a questo proposito chiedervi anche una cosa. L’anno scorso, a Messina, il Padre Matranga mi ha trasmesso la copia del manoscritto relativo a S. Nicola di Casole, scoperto da voi, che mi ha fortemente interessato. Vedreste qualche inconveniente se io facessi nei Mélanges dell’École di Roma una piccola nota a tal riguardo? Credo che richiamando un po’ l’attenzione sul vostro manoscritto, se ne potrebbe affrettare la pubblicazione tanto desiderata e la quale sarebbe molto ben fatta da voi. Ho fatto nel resoconto degli scavi dell’Altis di Olimpia la ricerca che voi mi chiedete: non si è trovato nulla circa i Messapi e controllando il testo di Pausanias. Il successore di Lenormant presso la Bibliothèque nationale è il Signor Rayet, sfortunatamente io non lo conosco e non posso a questo riguardo esservi di aiuto: ma il Signor Maury vi metterà facilmente in contatto con lui. Vogliate gradire caro signore i miei più cari saluti
Charles Diehl
École française.
Testo 3
Fondo “De Simone”, ms. 190, nr. 17
Lettere memorabili a L. G. De Simone
Charles Diehl a De Simone,13 maggio 1886




Nancy, 13 mai 1886
Cher Monsieur,
Je vous envoie en même temps
que cette lettre un petit travail
dont je vous ai jadis parlé sur
le monastère de S. Nicolas di Casole.
C’est à vous que je tiens à l’envoyer
tout d’abord, puisque aussi bien c’est
à votre aimable autorisation
que je dois de pouvoir donner
ces indications. Je souhaite que
ces quelques pages fassent sentir
à la municipalité d’Otrante
l’intérêt qu’il y aurait à voir
le manuscrit intégralement publié
par vous : c’est pourquoi je
pense vous être agréable en
vous adressant plusieurs exemplaires
de mon travail : vous pourrez
si vous le jugez utile les
communiquer à qui de droit.
Puis-je maintenant, cher
monsieur recourir à votre obli-
geance et vous demander quel-
ques renseignements sur la
découverte d’un important dépôt
de parchemins grecs faite récem-
ment à Bari. Pour moi, qui
m’intéresse vivement à l’Italie
byzantine, la chose peut être
de première importance. Je vous
demanderai donc de me dire, au-
tant qu’on peut se démêler jus-
qu’ici dans un si vaste dépôt
de quelle époque sont ces
chartes, surtout à quelle date
approximative remontent les
plus anciennes, si elles sont
byzantines ou normandes etc.
En second lieu, les publie-
ra-t-on bientôt et par les
soins de qui ? Je vous serai
très reconnaissant de me tenir
un peu au courant.
Laissez-moi vous dire en
terminant quel beau souvenir
je garde des quelques jours
passés en votre compagnie
et croyez-moi
votre bien dévoué
Charles Diehl
6 rue Jeanne d’Arc, Nancy
[Annotation en italien :
Il Prof. Carlo Diehl
venne li 28 Maggio 1883
in Bari per conferir meco
sulle cose aploelleniche. Per
gli cfr. ⁓]
Nancy, 13 maggio 1886
Caro Signore,
Vi invio insieme a questa lettera un piccolo lavoro di cui vi ho già parlato sul monastero di S. Nicola di Casole. È a voi che desidero inviarlo innanzitutto, poiché è anche grazie alla vostra amabile autorizzazione che io posso dare queste indicazioni. Desidero che queste poche pagine facciano sentire alla municipalità di Otranto l’interesse che ci sarebbe nel vedere il manoscritto interamente pubblicato da voi: ecco perché io penso di farvi piacere inviandovi diverse copie del mio lavoro: potrete se lo ritenete utile trasmetterle a chi di dovere. Posso adesso, caro signore ricorrere alla vostra gentilezza e chiedervi qualche informazione sulla scoperta di un importante deposito di pergamene greche fatta recentemente a Bari. Per me, che sono molto interessato all’Italia bizantina, la cosa può essere di primaria importanza. Vi chiederò dunque di dirmi, nei limiti di quanto ci si possa districare in un così vasto deposito, di che epoca sono queste carte, soprattutto a quale data approssimativa risalgono le più vecchie, se esse sono bizantine o normanne ecc. In secondo luogo, saranno pubblicate presto e a cura di chi? Vi sarò molto grato di tenermi un po’ al corrente. Lasciatemi dirvi terminando che bel ricordo serbo dei pochi giorni trascorsi in vostra compagnia e credetemi vostro devotissimo
Charles Diehl
6 rue Jeanne d’Arc, Nancy
[Annotazione in italiano :
Il Prof. Carlo Diehl
venne li 28 Maggio 1883
in Bari per conferir meco
sulle cose aploelleniche. Per
gli cfr. ⁓]
LETTERA DI SCHLUMBERGER A DE SIMONE
Testo 4
Fondo “De Simone”, ms. 191, nr. 105
Lettere memorabili a L. G. De Simone
Schlumberger a De Simone, 10 ottobre 1890


10 Xbre 1890
Paris, 140 Faubourg S. Honoré
à Paris
Monsieur,
Je m’occupe d’histoire byzantine.
Mon ami M. l’abbé
Batiffol a bien voulu me
communiquer le beau livre
Gli Studi Storici in Terra d’Otranto
qui m’a vivement intéressé.
Mon grand désir serait
de le posséder. L’abbé
Batiffol m’affirme que
je puis sans trop d’indiscrétion,
tant votre accueil est toujours
gracieux, m’adresser
directement à vous pour
obtenir ce don qui me serait
précieux. Veuillez, Monsieur,
excuser au nom de la science
mon emportement et croire
à l’expression de mes
sentiments les plus distingués.
Gustave Schlumberger
de l’Institut de France
P.S. Je prends la liberté de
joindre à ma lettre quelques
mémoires sur des antiquités
byzantines qui peut-être
vous intéresseront.
105
10 Xbre 1890
Parigi, 140 Faubourg S. Honoré
a Parigi
Signore,
Mi occupo di storia bizantina. Il mio amico Abbate Batiffol è stato così gentile da trasmettermi il bel libro Gli Studi Storici in Terra d’Otranto che mi ha molto interessato. Il mio grande desiderio sarebbe di possederlo. L’abbate Batiffol mi dice che posso senza troppa indiscrezione, dato che la vostra accoglienza è sempre benevola, rivolgermi direttamente a voi per ottenere questo dono che per me sarebbe prezioso. Vogliate, Signore, scusare in nome della scienza il mio trasporto e gradire i miei più distinti saluti.
Gustave Schlumberger
dell’Istitut di Francia
P.S. Mi permetto di allegare alla mia lettera alcune memorie sulle antichità bizantine che forse vi interesseranno.
Note
[1] Il titolo originale di quest’opera, variamente nominata, è Anècdota, ossia “Scritti inediti”, in greco, e Arcana historia, in latino. Per un’edizione moderna: Procopio, Storie segrete, a cura di Fabrizio Conca, versione italiana di Paolo Cesaretti, Milano, Bur, 2018.
[2] S. Ronchey, Charles Diehl, o del bizantinismo, in C. Diehl, Figure bizantine, Torino, Einaudi, 2007, pp. VII-VIII.
[4]Voce, a cura di Nicola Turchi, in Treccani, Enciclopedia Italiana, 1936 (on line) https://www.treccani.it/enciclopedia/leon-gustave-schlumberger (Enciclopedia-Italiana)/
[6] S. Ronchey, Charles Diehl, o del bizantinismo, in C. Diehl, Figure bizantine, cit., p. IX.
[7] Michel Psellos, Chronographie ou Histoire d’un siècle à Byzance, 976-1077, t.I, texte établi et traduit par É. Renauld, Parigi, 1928.
[8] C. Diehl, La peinture byzantine, Parigi, 1932.
[9] Su Diehl si veda almeno la Voce in Treccani, Enciclopedia Italiana, 1931 (on line) https://www.treccani.it/enciclopedia/charles-diehl/. Per la sua sterminata bibliografia: T. Braccini, Charles Diehl: nota biografica, in C. Diehl, Figure bizantine, cit., pp. XV-XL.
[10] S. Ronchey, Charles Diehl, o del bizantinismo, cit., p. IX. Si veda anche S. Ronchey, Teodora e i visionari, in «Humana sapit». Etudes d’antiquité tardive offertes à Lellia Cracco Ruggini, a cura di J.-M. Carrié e R. Lizzi Testa (“Bibliothèque de l’antiquité tardive” 3), prefazione di P. Brown, Turnhout, Brepols, 2002, pp. 445-453.
[11] C. Diehl, Thèodora, impératrice de Byzance (con le illustrazioni di M. Orazi), La Librarie d’art, Paris, 1904 (Teodora imperatrice di Bisanzio, traduzione italiana di G. Bertoni, Firenze, Beltrami, 1939).
[12] Idem., Figure bizantine, cit., pp. 44-63.
[13] S. Ronchey, Charles Diehl, o del bizantinismo, cit., p. VIII.
[14] Eadem, Teodora e i visionari, in “Humana sapit”, cit., p. 451.
[16] S. Ronchey, Charles Diehl, o del bizantinismo, cit., p. XIII. “Sugli elementi sessuofobici del revisionismo moralizzatore di Diehl e il suo ambivalente ruolo di mediazione tra gli stereotipi del bizantinismo letterario fin de-siècle e la storiografia scientifica novecentesca”, si veda, della stessa Ronchey, Teodora Femme Fatale, in Aa.Vv., La Decadenza, Palermo, Sellerio, 2002, pp. 19-43.
[17] De Simone, Luigi Giuseppe (Ermanno Aar), in C. Stasi, Dizionario Enciclopedico dei Salentini Tomo I (A-L), Lecce, Grifo Editore, 2018, p. 362.
[18] Su di lui si vedano, fra gli altri, i fondamentali contributi di P. F. Palumbo, Profili salentini. Luigi Giuseppe De Simone (1835-1902), in «Studi salentini», nn. XLIII-XLIV, marzo-dicembre 1973, pp. 95-102 (Con Bibliografia degli scritti), e di Nicola Vacca in L. G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti descritti e illustrati, a cura di Nicola Vacca, Lecce, Centro Studi Salentini, 1964, pp. VII-XXI (Con Bibliografia degli scritti); inoltre Pochi proverbi salentini raccolti e ordinati da Luigi Giuseppe De Simone, a cura di Michele Paone, Galatina, Editrice Salentina, 1992; Ermanno Aar (pseudonimo), Gli studi storici di Terra d’Otranto, ristampa anastatica, con Presentazione di Alessandro Laporta, «Quotidiano Di Lecce», Lecce, 1995; L. G. De Simone, La vita della Terra d’Otranto, Premessa di Michele Paone, Introduzione di Eugenio Imbriani, Lecce, Edizioni Grifo, 1996; La vita della Terra d’Otranto con capitoli inediti, a cura di Eugenio Imbriani, Lecce, Edizioni Grifo, 1997; Luigi Giuseppe De Simone cent’anni dopo, Incontro di studio, Arnesano, 31 V 2002, a cura di Eugenio Imbriani, Lecce, Amaltea Edizioni, 2004 (con saggi di Mario Marti, Vittorio Zacchino, Eugenio Imbriani, Mario Spedicato, Alessandro Laporta, Lorenzo Carlino). L’opera Lecce e i suoi monumenti descritti e illustrati è stata recentemente ristampata, a cura di Mario Cazzato, Lecce, Edizioni Grifo, 2024.
[19] P. Cesaretti, Da ‘Marco d’Otranto’ a Demetrio. Alcune note di lettura su poeti bizantini del Salento, in «Rivista di studi bizantini e neoellenici», n. 37, 2000 (ma 2001), pp. 184-194, cit. in V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente: Otranto in epoca bizantina, in Otranto nel Medioevo tra Bisanzio e l’Occidente, a cura di Hubert Houben, Galatina, Congedo, 2007, p. 38, nota 91.
[20] Nilo Doxapatres, Taxis ton patriarkikon Tronon, a cura di F.N. Finck, Marburg, 1902, p. 28, in V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente: Otranto in epoca bizantina, cit., p. 39, nota 93. Nel suo trattato, Nilo Dossopatre sosteneva il primato di Costantinopoli, “nuova Roma” da quando nel 330 la capitale dell’Impero era stata trasferita nella città sul Bosforo, nonché, conformemente alle disposizioni del Concilio di Calcedonia del 451, il conseguente primato del patriarca bizantino su tutta la Chiesa.
[21] P. Marti, Origine e fortuna della Coltura salentina (Dallo Stabilimento delle Colonie Greche fino a tutto il secolo XVI), Lecce, Tipografia Cooperativa, 1893, p. 59. Grazio Gianfreda riporta l’Inno di Quattro Odi in Magnum Sabathum, rifacimento dal poeta greco “Cosimo o Casimiro” e tradotte in italiano dal Prof. Giuseppe Ferrari: G. Gianfreda, Il Monachesimo italo-greco in Otranto, Lecce, Grifo Editore, 1994, pp. 41-45.
[22] A. Jacob, Gallipoli bizantina, in Paesi e figure del Vecchio Salento, a cura di Aldo de Bernart, Volume Terzo, Galatina, Congedo, 1989, p. 281. A. Jacob- J. M. Martin, La Chiesa greca in Italia (c. 650- c. 1050), in Aa.Vv., Vescovi, monaci e imperatori (610-1054), IV, Roma, 1999, p. 374.
[23] G. Makris, Ignatios Diakonos Und Die Vita Des Hl. Gregorios Dekapolites, Byzantinische Archiv, De Gruyter, 1997, pp. 96-98. Cfr. V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente: Otranto in epoca bizantina, cit., p. 30.
[24] M. Falla Castelfranchi, Pitture “iconoclaste” in Italia meridionale? Con un’appendice sull’oratorio dei Quaranta Martiri nella catacomba di Santa Lucia a Siracusa, in Aa. Vv., Bisanzio e l’Occidente: arte, archeologia, storia. Studi in onore di Fernanda de’ Maffei, Roma, Viella, 1996, pp. 409-422.
[25] Eadem, La pittura bizantina in Italia meridionale e in Sicilia, in Histoire et culture dans l’Italie byzantine: acquis et nouvelles recherches, a cura di A. Jacob, J.M. Martin, G. Noyé, Collection del l’Ècolie Francaise de Rome – 363, Roma, 2006, pp. 205-235. Cfr. Eadem, Sul Bosforo d’Occidente: la cultura artistica ad Otranto in epoca tardoantica e medievale, in Otranto nel Medioevo tra Bisanzio e l’Occidente, cit., p. 294.
[26] H. Omont, Le typicon de Saint Nicolas di Casole prés d’Otrante (notice du ms. C. III. 17 de Turin), in «Revue des études grecques», n. 3, 1890, p. 384.
[27] F. Gregorovius, Nelle Puglie, Firenze, Barbera Editore, 1882, p. 374, che scrive “San Nicolò”.
[28] Sugli insediamenti delle città, le vie di comunicazione, le distanze nel Medioevo, cfr. D. Novembre, Per una geografia del Salento medievale, in Salento Porta d’Italia, Atti del Convegno Internazionale (Lecce, 27-30 novembre 1986), Galatina, Congedo, 1989, pp. 235-265. Più in generale, D. Herlihy, Società e spazio nella città italiana del Medioevo, in La storiografia urbanistica. Atti del I convegno internazionale di storia urbanistica “Gli studi di Storia urbanistica: confronto di metodologie e risultati”. Lucca 24-28 settembre 1975, Lucca, 1976, pp. 174-190; F. Remotti, P. Scarduelli, U. Fabietti, Centri, ritualità, potere. Significati antropologici dello spazio, Bologna, 1989; P. Scarduelli, La morfologia dell’organizzazione simbolica del territorio, in Antropologia dello spazio, a cura di B. Fiore, in «La ricerca folklorica», n. 11, 1985, pp. 5-12; P. Zumthor, La misura del mondo. La rappresentazione dello spazio nel Medio Evo, trad. it. di S. Varvaro, Bologna, 1993.
[29] La grecità di Otranto rimase fortemente radicata nonostante l’avvento della dinastia normanna e sveva. Anzi, “la grecità bizantina”, scrive Gino Pisanò, “dette i suoi frutti più consistenti e tangibili sul piano socio-linguistico, artistico, culturale nei secoli X e XI: la sua eredità fu raccolta dall’età normanna e sveva e durò anche in età angioina fino a quando non prevalsero il processo di latinizzazione, sia del rito che della lingua, e la diaspora dei sacerdoti, dei monaci e dei codici bizantini”: G. Pisanò, Aradeo, in Paesi e figure del Vecchio Salento, cit., Volume Terzo, pp. 25-26. Successivamente “la zona culturalmente più attiva alla fine del XIII secolo e all’inizio del XIV […] si deve collocare nel cuore stesso del Salento meridionale, attorno a Galatina e Aradeo”: A. Jacob, La formazione del clero greco nel Salento medievale, in Ricerche e studi in Terra d’Otranto, II, a cura del Centro studi «Albino Guerrieri Magi», Campi Salentina, 1987, p. 224, cit. in G. Pisanò, Aradeo, cit., p. 29. “I veri protagonisti della cultura greca nel Salento non sono, come si è creduto a lungo, i monaci, bensì i sacerdoti diocesani, di cui molti appartengono a vere e proprie dinastie sacerdotali all’interno delle quali i libri, la cultura e l’arte della calligrafia si tramandano di padre in figlio”: A. Jacob, La formazione del clero greco, cit., p. 226, cit. in Ivi, p. 29. La grecità di origine bizantina e non magnogreca del territorio è oggi un dato accertato. Fondamentali sono stati in questo senso gli studi di A. Jacob, Culture grecque et manuscrits en Terre d’Otrante, in Atti del III Congresso Internazionale di Studi Salentini e del I Congresso Storico di Terra d’Otranto (Lecce, 22-25 ottobre 1976), Lecce, 1980, pp. 53-77; Id., La culture byzantine dans l’Italie méridionale, in La cultura in Italia fra Tardo Antico e Alto Medioevo. Atti del Convegno tenuto a Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche, dal 12 al 16 Novembre 1979, Roma, 1981, pp. 587-603, e molti altri che citeremo nel corso del saggio.
[30] P. Hoffmann, La lettre de Drosos d’Aradeo sur la fraction du pain (Athos, Iviron 190, AD 1297-98), in «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici», nn. 22.23, 1985-86, pp. 245-284; si veda anche A. Jacob, Les écritures de Terre d’Otrante, in La paléographie grecque et byzantine, Paris, 21-25 octobre 1974 (Colloques internationaux du C.N.R. S. 559), Paris, 1977, p. 278.
[31] A. Jacob, La traduction de la liturgie de saint Basile par Nicolas d’Otrante, in «Bulletin de l’Institut historique belge de Rome», n. 38, 1967, pp. 49-107. Inoltre si veda Idem, Fragments peu connus d’euchologes otrantais, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», n. 42, 1972, pp. 99-108.
[32] M. Falla Castelfranchi, Sul Bosforo d’Occidente: la cultura artistica ad Otranto in epoca tardoantica e medievale, in Otranto nel Medioevo tra Bisanzio e l’Occidente, cit., p. 323.
[33] Cfr. A. Jacob, Les écritures de Terre d’Otrante, cit., pp. 269-281.
[34] Su di lui: J. M. Hoeck – R. J. Loenertz, Nikolaos-Nektarios von Otranto, Abt von Casole. Beitrage zur Geschichte der ost-westlichen Beziehungen unter Innozenz III und Friedrich II (Studia Patristica et Byzantina, 11), Ettal, 1965, e K. Haidú -P. Schreiner, Nikolaos von Otranto und ein angeblicher Plagiator im Cod graec 262 der Bayerischen Staatsbibliothek Mit einem Anhang zur Provenienz der griechischen Handschriften aus der Sammlung Johann Albrecht Widmannstetters, in «Codices Manuscripti», n. 87-88, 2013, pp. 25-52. Inoltre M. Gigante, Poeti bizantini di Terra d’Otranto nel secolo XIII (Byzantina et neo-hellenica Neapolitana, 7), Napoli, 1979, pp. 71-97 (ristampa Galatina, Congedo, 1985); A. Lanza, Il carattere etico-politico della poesia italobizantina della Magna Curia, in «La Rassegna della Letteratura Italiana», n. 93, 1989, pp. 65-67; A. Garzya, Un proemio di Nicola d’Otranto alla sua “Arte dello scalpello”, in Bisanzio e l’’Italia. Raccolta di studi in memoria di Agostino Pertusi, Milano, Vita e Pensiero, 1982, pp. 117-129. A. Acconcia Longo – A. Jacob, Poesie di Nicola d’Otranto nel Laur. gr. 58, 2, in «Byzantion», n. 54, 1984, pp. 371-379;
[35] Cfr. A. Jacob, La traduction de la liturgie de saint Basile par Nicolas d’Otrante, cit.
[36] Sull’argomento si veda: M. D. Muci, Il terzo Syntagma di Nicola Nettario di Otranto, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia», n. 62, 2008, pp. 449-505; Eadem, Il terzo Syntagma di Nicola Nettario e la difesa delle tradizioni liturgiche bizantine dai Greci della Terra d’Otranto, in «Itinerari di ricerca storica», Università del Salento, Dipartimento di Studi Storici dal Medioevo all’Età contemporanea, n. XIX, 2005, pp. 25-47; Eadem, Spiritualità monastica e gioco letterario nella Terra d’Otranto ellenofona: il caso di Nicola-Nettario, Ivi, n. XX-XXI, Primo Tomo, 2006-2007, pp. 71- 79.
[37] P. Magdalino, The Evergetis Fountain in the Early Thirteenth Century: an Ekphrasis of the Paitings in the Coupola, with an additional note by L. Rodley, in Work and Workshop in the Theotokos Evergetis 1050-1200, a cura di M. Mullet e A. Kirby, Belfast, 1997, pp. 442-446; M. Hoeck – R. J. Loenertz, Nikolaos-Nektarios, cit., p. 114; M. Gigante, Poeti bizantini di Terra d’Otranto, cit., pp. 77, 93; citati anche da V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente: Otranto in epoca bizantina, cit., p. 59, nota 179. Su questo pittore, N. G. Sola, Paolo d’Otranto, pittore (sec. XIII), in «Roma e l’Oriente», n. 7, 1917, pp. 86-89, e Idem, Versi che illustrano la figura di Niccolò Nettario, Ivi, n.13, 1917, pp. 143-148.
[38] La descrizione delle pitture, opera di Paolo di Otranto, contenuta nell’ekphrasis è riportata dal codice della Biblioteca Laurenziana di Firenze gr. 5, 10: M. D. Muci, Spiritualità monastica e gioco letterario, cit., p. 76; G. Gianfreda, Iconografia di Otranto tra Oriente e Occidente, Lecce, Grifo Editore, 1994, p. 36, nota 16.
[39] Per l’epigramma di Nettario: M. Hoeck – R. J. Loenertz, Nikolaos-Nektarios von Otranto, Abt von Casole, cit., p. 141; M. Gigante, Poeti bizantini di Terra d’Otranto nel secolo XIII, cit., p. 94. Cfr. G. Gianfreda, Iconografia di Otranto tra Oriente e Occidente, cit., p. 38. Alla bibliografia su Nettario occorre aggiungere: S. G. Mercati, Sul testo dei tetrastici di Nettario di Casole in lode dei suoi predecessori nella direzione del monastero, in Idem, Collectanea byzantina, Bari, 1970, Vol. II, pp. 358-360; L. Bréhier, Notes sur l’histoire de l’enseignement supérieur à Costantinople, in «Byzantium», n. 3, 1926, pp. 73-94, 78-79; A. Jacob, Une épigramme autographe de Nectaire de Casole dans le Parisinus gr. 3, in «Helikon», n. 29-30, 1989-1990, pp. 373-379; Iem., Autour de Nicolas-Nectaire de Casole, in Vaticana et Medievalia. Ètudes en l’honneur de Louis Duval-Arnauld, a cura di J. M. Martin, B. Martin-Hisard, A. Paravicini Bagliani, Firenze, Sismel, Edizioni del Galluzzo, 2008, pp. 231-251.
Al pittore Paolo, attivo a Costantinopoli negli anni della visita di Nicola-Nettario, si attribuisce anche la decorazione del battistero nella Basilica di Santa Sofia: M. Falla Castelfranchi, Sul Bosforo d’Occidente: la cultura artistica ad Otranto in epoca tardoantica e medievale, cit., pp. 306-307.
[40] M. Gigante, Poeti bizantini, cit., pp. 103-144; B. Vetere, Brindisi, Otranto, in Itinerari e centri urbani nel Mezzogiorno normanno-svevo. Atti delle decime giornate normanno-sveve. Bari, 21-24 ottobre 1991, a cura di Giosuè Musca, Bari, Edizioni Dedalo, 1993, pp. 446-447; C. M. Mazzucchi, Diodoro Siculo fra Bisanzio e Otranto (cod. Par. grec. 1665), in «Aevum», n.73, 1999, pp. 385-421.
[41] M. Gigante, Poeti bizantini, cit., pp. 147-161; A. Jacob -A. Acconcia Longo, Une anthologie salentine du XIVe siècle: le Vaticanus gr. 1276, in «Rivista di studi bizantini e neoellenici», n.s.17-19 (XXVII-XXIX), 1980-1982, pp.149-228; V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente: Otranto in epoca bizantina, cit., p. 57.
[42] M. Hoeck – R. J. Loenertz, Nikolas – Nektarios von Otranto Abt. von Casole, cit., pp. 128, 200-203.
[43] A. Jacob, Une épigramme autographe de Nectaire de Casole dans le Parisinus gr. 3, cit.
[44] Idem, Une épigramme de Palaganus d’Otrante dans l’Aristénète de Vienne et le problème de l’Odyssée de Heidelberg, in «Rivista di Studi bizantini e neoellenici», n. 25, 1988, pp. 185-203.
[45] C. O. Zuretti, ITALOELLENIKA II. Contrasto fra Taranto e Otranto, in Centenario della nascita di Michele Amari, Vol. I, Palermo, Stab. Tip. Virzì, 1910, pp. 173-184, e G. Mercati, Note critiche al “Contrasto fra Taranto e Otranto” di Ruggiero di Otranto, in «Rivista degli Studi orientali», n. 9, 1921, pp. 38-47, anche citati da V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente: Otranto in epoca bizantina, cit., p. 50, nota 174.
[46] Cfr. A. Acconcia Longo, Per la storia di Corfù nel XIII secolo, in «Rivista di Studi bizantini e neoellenici», n. 22-23, 1985-1986, pp. 209-229, cit. in V. von Falkenhausen, Tra Occidente e Oriente, cit., p. 60, nota 181.
[47] H. Houben, Comunità cittadina e vescovi in età normanno-sveva, in Otranto nel Medioevo, cit., p. 69, nota 42.
[48] M. Muci, Guida al carteggio di L.G. De Simone (con le Lettere Casulane di G.Cozza-Luzi), pubblicato dalla Provincia di Lecce, nella Collana “Quaderni della Biblioteca N. Bernardini”, Presentazione di Alessandro Laporta, Castrignano dei Greci, Amaltea Edizioni, 2006.
[51] M. Muci, Umanesimo e fede nella Descrizione di G. Marciano, in Girolamo Marciano salentino illustre, a cura di Giovanna Rosato, Provincia di Lecce, nella Collana “Leverano nel tempo”, Castrignano dei Greci, Amaltea Edizioni, 2006, pp. 29-31.
[52] Sul Fondo «L. G. De Simone» conservato presso la Biblioteca Bernardini di Lecce, oltre ai lavori di Nicola Vacca, L. G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti descritti e illustrati, cit., pp. VII-XXI, di Michele Paone, Pochi proverbi salentini raccolti e ordinati da Luigi Giuseppe De Simone, a cura di Michele Paone, cit., pp. 25-28 e al libro di Mario Muci, ormai datati, si veda la dettagliata analisi fatta da Saulo Delle Donne in un recentissimo contributo: S. Delle Donne, Il cod. Taur. gr. CCXVI (Typikón di Casole) tra Diehl, Omont, Batiffol e Luigi G. De Simone. Lettere e documenti editi ed inediti, in «Commentaria Classica», 11, 2024, pp. 451-455.
[53] G. Cozza-Luzi, Lettere Casulane, Reggio Calabria, 1900, in M. Muci, Guida al carteggio di L.G. De Simone, cit., pp. 77-154.
[54] Ad typica Graecorum ac praesertim ad typicum Cryptoferratense S. Bartholomaei abbatis animadversiones Theodori Toscani Hieromonachi, Roma, Propaganda Fide, 1864. L’opera è stata pubblicata nel 2010: Kessinger’s Legacy Reprints, Ad typica Graecorum ac praesertim ad typicum Cryptoferratense…, U.K., Kessinger Publishing, 2010
[55] Giuseppe Cozza-Luzi, a cura di Vittorio Peri, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 30, 1984 (on line). https://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-cozza-luzi_%28Dizionario-Biografico%29/
[57] S. Delle Donne, Il cod. Taur. gr. CCXVI (Typikón di Casole) tra Diehl, Omont, Batiffol e Luigi G. De Simone. Lettere e documenti editi ed inediti, cit., p. 454. Dello stesso autore si veda: Filippo Matranga lettore del Typikón di Casole (Taur. gr. CCXVI = C.III.17). Documenti inediti dal ms. 200 del fondo “De Simone” a Lecce, in «Medioevo Greco», n. 25, 2025, pp. 177-207.
[59] M. Muci, Guida al carteggio di L.G. De Simone, cit., p. 45. La scoperta del manoscritto di Casole viene attribuita a “Carlo Diehl, verso il 1887, nella Biblioteca dell’Università di Torino”, da Pietro Marti, in Note storiche e statistiche sulla Biblioteca Provinciale di Lecce, Lecce, Stab. Tip. Scorrano e C.I., 1929, p. 5, e in Idem, La Biblioteca Provinciale di Lecce, in «Il Salento. Rassegna annuale della vita e del pensiero Salentino», vol. IV, Lecce, Primario Stab. Tip. “La Modernissima”, 1930, p. 163.
[60] Sul regolamento del Typikón: G. Colacicco, Il regolamento dello scrittorio e della biblioteca di S. Nicola di Casole (Note di cultura medievale greco-latina), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Roma, discussa nell’A.A. 1985-86, riportata da D. Arnesano, San Nicola di Casole e la cultura greca, in La conquista turca di Otranto (1480) tra storia e mito. Atti del Convegno internazionale di studio (Otranto – Muro Leccese, 28-31 marzo 2007), a cura di Hubert Houben, I, Galatina, Congedo, 2008 (Saggi e Testi, 41), p. 112, nota 15. Nello stesso libro, H. Houben, La conquista turca di Otranto: il problema delle fonti salentine, Ivi.
[61] H. Omont, Le Typicon de S. Nicolas di Casole près d’Otrante, cit., pp. 381-391.
[62] P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano. Contribution à l’histoire de la Vaticane, Paris, 1891.
[63] A. e O. Parlangeli, Il Monastero di S. Nicola di Casole – Centro di Cultura Bizantina in Terra d’Otranto, in «Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata», vol. V, 1951, pp. 30-45.Si veda anche O. Parlangeli, La «predica salentina» in caratteri greci, in Romanica. Festschrift fur G. Rohlfs, Halle, 1958, pp. 336-360.
[64] F. Cezzi, Il metodo teologico nel dialogo ecumenico. Uno studio su Nicola d’Otranto abate italo-greco del sec XIII, Roma, Città Nuova, 1975. Dello stesso autore, Otranto dai Bizantini ai Normanni, in «Studi di storia e cultura salentina», n. 4, 1978, pp. 45ss.; Idem, Una notizia italo-greca sui fatti otrantini del 1480-1481, in «Rassegna salentina», n. 5, 1980, pp. 43-48.
[65] A. Apostolidis, Il Tipikòn di San Nicola di Casole secondo il Codice Taurinense, Gr. C. III 17. Tesi di Dottorato, Università Ecumenica Bari, 1983, anche cit. in G. Gianfreda, Il Monachesimo, cit., p. 167.
[66] O. Mazzotta, Monaci e libri greci nel Salento medievale, Novoli, 1989 (Scriptorium 2), p. 34.
[67] Infatti il riferimento al Typikón negli studi di molti autori del Novecento si colloca all’interno di saggi relativi alla presa di Otranto. Negli ultimi anni Duemila alcuni studiosi di filologia classica hanno dedicato al Typikón degli studi specifici. Alcuni sono stati già citati e altri ne citeremo.
[68] Sull’umanista salentino, vissuto fra fine Quattrocento ed inizi Cinquecento, e sulle sue opere: D. Speranzi, Per la storia della libreria medicea privata Giano Lascaris, Sergio Stiso di Zollino e il copista Gabriele, in «Italia medioevale e umanistica», n. 48, 2007, pp. 77-111; A. Jacob, Sergio Stiso de Zollino et Nicola Petreo de Curzola À propos d’une lettre du Vaticanus gr. 1019, in Bisanzio e l’Italia. Raccolta di studi in onore di Agostino Pertusi, cit., pp. 154-168; P. Pellegrino, Sergio Stiso tra Umanesimo e Rinascimento in Terra d’Otranto, Galatina, Congedo, 2012.
[69] Sull’inventario dei Mss. regalati da Bessarione a Venezia: H. Omont, L’inventaire des manuscrits grecs et latins donnés à Saint Mare de Venise par le Cardinal Bessarion en 1468, Paris, 1894, pp. 21-51.
[70] Sul Typikón anche A. Jacob, La lettre patriarcale du Typikón de Casale et l’éveque Paul de Gallipoli, in «Rivista di studi bizantini e neoellenici», n.s. 24 (XXXIV), 1987, pp.143-163, e A. Luzzi, Il calendario eortologico per il ciclo delle feste fisse del tipico di S. Nicola di Casole, in «Rivista di storia della Chiesa», n. 39, 2002, pp. 229-261.
[71] C. Diehl, Le monastere de S. Nicolas de Casole près d’Otrante d’apres un manuscript ined, in «Mélanges d’archeologie et historie» t. VI, Scuola francese di Roma, 1886, pp. 173-188. A questo scritto si rifa il Maggiulli per la sua pubblicazione: Otranto: Ricordi del Cav. Maggiulli Luigi, Lecce, Tipografia Cooperativa, 1893.
[72] H. Omont, Le typicon de Saint Nicolas di Casole prés d’Otrante, cit.
[73] M. Muci, Guida al carteggio di L.G. De Simone, cit., pp. 80-87.
[74] Su questo codice si veda: P. Canart, S. Lucà, A. Jacob, L. Perria, Facsimili di codici greci della Biblioteca Vaticana, Roma, 1988, (Exempla Scripturarum 5), 1, Tavole, n. 100, tavola 72.
[75] G. Gianfreda, Il Monachesimo, cit., pp. 95-96.
[76] Sul monastero di Casole, fra gli altri, G. Muscatello, La chiesa dell’abbazia di San Nicola di Casole: analisi storico-architettonica, in Bisanzio sulle due sponde del Canale d’Otranto, a cura di Marina Falla Castelfranchi, Manuela De Giorgi, CISAM, Spoleto, Byzantina Lupiensia 3, 2021, pp. 165-179; Eadem, L’ abbazia di San Nicola di Casole. La chiesa, il complesso e il contesto topografico, Monteroni, Esperidi, 2022.
[77] G. Gianfreda, Il Monachesimo, cit., pp. 194-195. Cfr. J. M. Hoeck – R. J. Loenertz, Nikolaos-Nektarios von Otranto, Abt von Casole, cit., pp. 178-179.
[84] Di un altro copista posteriore si occupa A. Jacob, Un copiste du monastère de Casole: le hiéromoine Thomas, in «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici», n. 26, 1989, pp. 203-210.
[85] Il Marciano scrive: “Quivi poco infra terra, si vede sopra la schiena del Monte Idro l’antico monastero di S. Nicola di Casole, edificato nei tempi di Teodoro Imperatore”. G. Marciano, Descrizione, Origine e Successi della Provincia di Otranto, Napoli, 1855, p. 375. “Gli studiosi hanno pensato per molto tempo, impressionati dalla profonda cultura di NicolaNettario, igumeno del monastero di S. Nicola di Casole a partire dal 1219-1220, che quel monastero fosse stato il centro dal quale si era irradiata tutta la cultura, compresa quella profana, nel Salento”, scrive P. Hoffmann, Aspetti della cultura bizantina in Aradeo dal XIII al XVII secolo, in Paesi e figure del Vecchio Salento, cit., III, p. 68. In realtà, “Vedere l’articolo «emblematico» di A. e O. Parlangeli, Il monastero di San Nicola di Casale, centro di cultura bizantina in Terra d’Otranto, cit. Vedere anche M. Petta, Codici greci della Puglia trasferiti in biblioteche italiane ed estere, in «Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata», n.s. 26, 1972, p. 124 e G. Cavallo, La cultura italo-greca nella produzione libraria, in Aa. Vv., I bizantini in Italia, a cura di Guglielmo Cavallo, Vera von Falkenhausen, Milano, Garzanti-Scheiwiller, 1982, p. 602: il cenno del De situ Japigiae di Antonio de Ferrariis ha contribuito non poco ad una sopravalutazione del ruolo culturale del monastero (questo testo è commentato con prudenza da N. G. Wilson, The libraries of the Byzantine World, studio ripreso in Griechische kodikologie und Textiiberlieferung, raccolta pubblicata da D. Harlfinger, Darmstad,1980, vedere pp. 295-299”: Ivi, p. 85, nota 37.
[86] La cattedrale, consacrata nel 1088, sotto il pontificato di Urbano II (1088-1099), venne edificata su committenza dell’arcivescovo Ugo e del successore Guglielmo. Secondo il Maggiulli, la cattedrale fu consacrata fra luglio ed agosto 1088 dal legato pontificio Roffrido, arcivescovo di Benevento, alla presenza del duca Ruggero Borsa e degli arcivescovi di Bari, Taranto e Brindisi. L. Maggiulli, Otranto, cit., p. 372. Houben (che sottolinea i grossolani errori commessi da Maggiulli nella sua monografia, primo fra i quali aver recepito documenti palesemente falsi) sostiene però che gli stessi prelati sono attestati in un atto emanato dal duca Ruggero Borsa nell’agosto 1088 a Venosa e che la seconda parte del documento riportato dal Maggiulli in cui venivano concesse delle indulgenze a coloro che avessero visitato la cattedrale nell’anniversario della consacrazione, è sicuramente falsa, soprattutto per la sospetta presenza come “pubblico notaio” del chierico Reginaldo. H. Houben, Comunità cittadina e vescovi in età normanno-sveva, in Otranto nel Medioevo, cit., p. 75. Maggiulli ricevette una copia del documento della Biblioteca Apostolica Vaticana dall’abate Cozza-Luzi, al quale scrisse in data 8 luglio 1892, come riporta A. Marra, Il fondo manoscritto della biblioteca “Maggiulli-Cacciatore”, in Morciano di Leuca, Università degli Studi di Lecce, Facoltà di Beni Culturali. Tesi di Laurea in Bibliografia e Biblioteconomia, A.A. 2000/2001 (Relatore Donato Valli), p. 382 (La biblioteca Maggiulli è di proprietà della famiglia Simone-Marra di Morciano di Leuca). Houben, che riporta questa lettera, afferma di non aver potuto reperire il documento originale nell’Archivio Segreto Vaticano o nella Biblioteca Apostolica Vaticana: H. Houben, Comunità cittadina e vescovi in età normanno-sveva, cit., p. 76, nota 67. Sebbene il documento relativo alla consacrazione possa farci confermare la data del 1088 – riportata anche dall’Ughelli in Italia sacra, Venetiis, Apud Sebastianum Coleti, 1672 (2° ediz. 1722), col. 76 – probabilmente la costruzione avvenne in due momenti, una prima fase nell’XI secolo ed una seconda fase nel pieno XII. Sulla cattedrale, fra gli altri: J. Rapi Serra, Sculture tardoantiche, paleocristiane ed altomedievali di Otranto, in «Bollettino d’arte», n. 57, 1972, pp. 138-143; Eadem, Lo schema basilicale in Puglia in relazione alle cattedrali di Otranto e Taranto, in «Cenacolo serafico», n. 19, 1973, pp. 49-68; P. Belli D’Elia-T. Garton, La cripta della Cattedrale di Otranto, in Alle sorgenti del Romanico. Puglia XI secolo, Catalogo della mostra, Bari, 1975, pp. 160-173; M. Falla Castelfranchi, L’inedita tomba ad arcosolio presso la cripta della Cattedrale di Otranto, in «Vetera Christianorum», n. 21, 1984, pp. 373-380; Eadem, Sul Bosforo d’Occidente: la cultura artistica ad Otranto in epoca tardoantica e medievale, in Otranto nel Medioevo tra Bisanzio e l’Occidente, cit., pp. 310-312; P. Vergara, I capitelli di spoglio nella cripta del Duomo di Otranto, in «Prospettiva», n. 22, 1980, pp. 60-67; Idem, Elementi tardoantichi e altomedievali nella cripta della Cattedrale di Otranto, in «Rivista dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte», n. 3, 1981-1982, pp. 71-103; P. Belli D’Elia, Il Romanico, in La Puglia fra Bisanzio e l’Occidente, a cura di Pina Belli D’Elia, Milano, Electa, 1980, pp. 147-148; G. Bertelli, Arte bizantina nel Salento Architettura e scultura (secc. IX-XIII), in Ad ovest di Bisanzio. Il Salento medioevale. Atti del Seminario Internazionale di Studio (Martano, 29-30 aprile 1988), a cura di Benedetto Vetere, Galatina, Congedo, 1990, pp. 229-231.
[87]Sul mosaico di Pantaleone, tra gli altri: C. Settis-Frugoni, Per una lettura del mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto, in «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medio evo e Archivio Muratoriano», n. 80, 1968, pp. 213-256; Eadem, Il mosaico di Otranto, modelli culturali e scelte iconografiche, Ivi, n. 82, 1970, pp. 243-270; Eadem, Il mosaico della cattedrale di Otranto, in La Puglia fra Bisanzio e l’Occidente, cit., pp. 197ss; C.A. Willemsen, L’enigma di Otranto. Il mosaico pavimentale del presbitero Pantaleone nella Cattedrale, Galatina, Congedo, 1980; L. Pasquini, Una nuova lettura iconografica del presbiterio di Otranto alla luce delle fonti scritte: notizie preliminari, in Aiscom, Atti del IX Colloquio dell’Associazione italiana per lo studio e la conservazione del mosaico, Aosta 20-22 febbraio 2003, a cura di C. Angelelli, Ravenna, Edizioni del Girasol, 2004, pp. 529-540: M. Castineiras, L’Alessandro anglonormanno e il mosaico di Otranto: una ekprasis monumentale?, in «Troianalexandrina», n. 4, 2004, pp. 41-86; C. Gelao, Un capitolo sconosciuto di arte decorativa. «Tecta depicta» di chiese medievali pugliesi, Bari s.d. (ma 1982), pp. 33ss.; oltre ai numerosi lavori di Grazio Gianfreda.
[88]Sulla chiesa di S. Pietro che rappresenta l’emblema della grecità di Otranto: V. Von Falkenausen, San Pietro nella religiosità bizantina, in Bisanzio, Roma e l’Italia meridionale nell’Alto Medioevo, Settimane del CISAM, XXXIV, Spoleto, 1988, p. 628; F. D’Andria, Ricerche archeologiche a S. Pietro, in Le aree omogenee della civiltà rupestre nell’ambito dell’impero bizantino: la Cappadocia, Atti del V Convegno sulla Civiltà rupestre medievale del Mezzogiorno, Lecce-Nardò 1979, a cura di Cosimo Damiano Fonseca, Galatina, Congedo, 1981, pp. 223-225; C. D. Fonseca, Istituzioni e cultura nell’alto Medioevo, in Storia della Puglia, Volume I, Antichità e Medioevo, a cura di Giosuè Musca, Rai, sede regionale Puglia, Bari, Adda Editore, 1979, p. 212; R. Farioli Campanati, La cultura artistica in Italia Meridionale, in Aa. Vv., I bizantini in Italia, cit., pp. 249-251 e schede nn. 113-114; H. Teodoru, Eglises cruciformes dans l’Italie mèridionale: S. Pietro d’Otranto, in «Ephemeris Dacoromana», n. 5, 1932, pp. 22-24; E. Bertaux, L’Art dans l’Italie meridionale, Paris, 1904 (poi Roma, 1978), p. 336; L. Maroccia, L’Edicola Bizantina di S. Pietro in Otranto, Lecce, 1925; G. Gianfreda, Basilica bizantina di San Pietro. Storia e Arte, Galatina, Editrice Salentina, 1985; L. Safran, San Pietro ad Otranto. Arte bizantina in Italia meridionale, Roma, Edizioni Rari Nantes, 1992; G. Bertelli, Arte bizantina nel Salento Architettura e scultura (secc. IX-XIII), in Ad ovest di Bisanzio. Il Salento medioevale, cit., pp. 222-225; M. Falla Castelfranchi, La pittura bizantina in Salento (secoli X-IX), in Ivi, pp. 132-133.
[89] Girgensohn ha parlato di uno scisma locale: D. Girgensohn, Dall’episcopato greco all’episcopato latino nell’Italia meridionale, in La Chiesa greca in Italia dall’VIII al XVI secolo. Atti del Convegno storico interecclesiale (Bari, 30 aprile-4 maggio 1969), Vol. 1, Padova, 1973, p. 38. Houben sostiene che non si trattò di uno scisma ma che più semplicemente dalla conquista normanna in poi gli arcivescovi otrantini furono latini mentre il clero rimase prevalentemente greco. H. Houben, Comunità cittadina e vescovi in età normanno-sveva, cit., p. 74. Sul passaggio dal dominio bizantino al dominio normanno e sul tema della convivenza fra rito greco e latino, una vasta bibliografia. Tra gli altri, P. Herde, Il papato e la Chiesa Greca nell’Italia meridionale dall’XI al XIII secolo, in La Chiesa greca in Italia dall’VIII al XVI secolo, cit., pp. 213-255; N. Kamp, Vescovi e diocesi nell’Italia meridionale nel passaggio dalla dominazione bizantina allo stato normanno, in Il passaggio dal dominio bizantino al dominio normanno nell’Italia meridionale. Atti del secondo Convegno internazionale (Taranto-Mottola, 31 ottobre – 4 novembre 1973) (Convegni di studio sulla civiltà rupestre medioevale nel Mezzogiorno d’Italia, 2), Taranto, 1977, pp. 165-187; A. Jacob, Deux copies salentines de l’inscription byzantine de la cathédrale de Bari (Ambrosianus B 39 sup. et Laurentianus 59, 45), in «Quellen und Forshungen aus Italienischen Archiven und Bibliotheken», n. 73, 1993, pp. 1-18; G. De Gregorio, Tardo medioevo greco-latino: manoscritti bilingui d’Oriente e d’Occidente, in Libri, documenti, epigrafi medievali: possibilità di studi comparativi. Atti del convegno internazionale di studio dell’Associazione Italiana dei Paleografi e Diplomatisti (Bari, 2-5 ottobre 2000), a cura di F. Magistrale, C. Drago, P. Fioretti, Spoleto, 2002 (Studi e Ricerche, 2), pp. 94-101; A. Jacob, Épigraphie et poésie dans l’Italie méridionale hellénophone, in L’épistolographie et la poésie épigrammatique: projets actuels et questions de méthodologie. Actes de la 16e Table ronde organisée par W. Hörandner et M. Grünbart dans le cadre du XXe Congrès international des Études byzantines, Paris, 19- 25 Août 2001, Paris, 2003 (Dossiers byzantins, 3), pp. 161-176; P. Radiciotti, Il problema del disgrafismo nei rapporti fra cultura latina e greca nel Medieovo, in Ampelokepion. Studi di amici e colleghi in onore di Vera von Falkenausen, III, in «Néa Rhóme», I, Roma, Università degli Studi Tor Vergata, 2004, pp. 27-29; D. Arnesano, La minuscola «barocca». Scritture e libri in Terra d’Otranto nei secoli XII e XIV, Galatina, Congedo, 2008. Sul tema più generale della coesistenza fra etnia greca ed etnia latina e sulla reciproca percezione dei due popoli, fra gli altri: H. Hunger, Graeculus perfidus / Ἰταλὸς ἰταμός. Il senso dell’alterità nei rapporti greco-romani ed italo-bizantini (Unione internazionale degli istituti di archeologia, storia e storia dell’arte in Roma, 4), Roma, 1987, e il più recente G. Strano, La campagna antinormanna per la riconquista di Corfù (1149): schemi ideologici e contingenza storica nelle fonti letterarie bizantine, in La Sicilia e Bisanzio nei secoli XI e XII. Atti delle X Giornate di studio della Associazione Italiana di Studi Bizantini (Palermo, 27-28 Maggio 2011), a cura di Renata Lavagnini – Cristina Rognoni, Palermo, 2014 (Byzantino-Sicula, 6), pp. 75-94.
[90] G. Cozza-Luzi, Lettera XXI, in M. Muci, Guida al carteggio di L.G. De Simone, cit., p. 150. Sul Cozza Luzi si veda: L’abate Giuseppe Cozza-Luzi archeologo, liturgista, filologo. Atti della giornata di studio: Bolsena, 6 maggio 1995, a cura di S. Parenti e E. Velkovska, Grottaferrata, 1998.
[91] F. Ronconi, Per speculum in aenigmate. Incontri di culture nel Mezzogiorno normanno-svevo. Considerazioni nel riflesso dei manoscritti, in Civiltà a contatto nel Mezzogiorno normanno svevo. Economia Società Istituzioni. Atti delle ventunesime giornate normanno-sveve, Melfi, Castello federiciano, 13-14 ottobre 2014, a cura di Maria Boccuzzi e Pasquale Cordasco, Centro di Studi Normanno-Svevi Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” (Atti, 21), Bari, Adda Editore, 2018, p. 330, nota 38.
[92] J. Irigoin, L’Italie méridionale et la tradition des textes antiques, in «Jahrbuch der ôsterreiehischen Byzantinistik», n. 18, 1969, pp. 37-55; Idem, La culture byzantine dans l’Italie méridionale, in La cultura in Italia fra Tardo Antico e Alto Medioevo, cit., pp. 587-603; Idem, L’Italie méridionale et la transmission des textes grecs du VIIe au XIIe siècle, in L’ellenismo italiota dal VII al XII secolo. Alla memoria di Nikos Panagiotakis. Atti dell’VIII Convegno Internazionale organizzato dall’Istituto Ellenico di Studi Bizantini e Postbizantini di Venezia, Istituto di Ricerche Bizantine (Atene-Venezia, 13-16 novembre 1997), Athènes, 2001, pp. 83-98; Idem, L’apport de l’Italie méridionale à la transmission des textes classiques, in Histoire et culture dans l’Italie byzantine: acquis et nouvelles recherches, a cura di A. Jacob, J.M. Martin, G. Noyé, Roma, 2006, pp. 5-20.
[93] Gli studi storici di Terra d’Otranto, del Sig.re Ermanno Aar, frammenti estratti dall’Archivio storico italiano (Serie IV), a cura di Luigi G. De Simone, Firenze, 1888 (ristampato nel 1995 come supplemento di «Il Quotidiano di Lecce», a cura di A. Laporta, cit.).
[94] H. Omont, Le typicon de Saint Nicolas di Casole prés d’Otrante, cit. Esattamente, come ricostruisce Saulo Delle Donne: “1) Omont 1890, 381 e n. 1 con rimando a De Simone – Aar 1880, 318-319 [segnalazione del codice di Torino, ma anche dell’uscita del volume unitario De Simone – Aar 1888 (1995)]; 2) Omont 1890, 382 con rimando a De Simone – Aar 1888 (1995), 23 (il nome San Nicola di Casole come nome del monastero che compare anche in un testo dell’egumeno San Nicola di Casole pubblicato nel Νέον Ἀνθολόγιον di Tafuri nel 1568); 3) Omont 1890, 387 con rimando De Simone – Aar 1880, 309 (a proposito del Cardinale Rodolfo di Cheuriéres visitatore apostolico per il papa Clemente VII a Nardò nel 1267)”. S. Delle Donne, Il cod. Taur. gr. CCXVI (Typikón di Casole) tra Diehl, Omont, Batiffol e Luigi G. De Simone. Lettere e documenti editi ed inediti, cit., p. 459, nota 17.
[95] C. Diehl, Le monastere de S. Nicolas de Casole près d’Otrante d’apres un manuscript ined, cit.
[96] P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano. Contribution à l’histoire de la Vaticane, cit. Anche il Battifol, di cui Delle Donne pubblica una lettera al De Simone, si serve più volte in modo esplicito o implicito degli Studi Storici di De Simone, ed esattamente: “per l’uso in modo esplicito delle ricerche di De Simone, vd.: 1) Battifol 1891, XL: all’interno della bibliografia di riferimento inserisce De Simone – Aar 1888 (1995) indicato come equivalente di De Simone – Aar 1880]; 2) Battifol 1891, XXVIII: riguardo la presenza dell’epitaffio greco di un prete di Antiochia nella cripta dei «Santi Stefani» a Vaste [Battifol menziona De Simone, ma non riporta il relativo rimando bibliografico; si tratta di De Simone – Aar 1880, 317 = De Simone – Aar 1888 (1995), 146); 3) Battifol 1891, 23 e nr. 3: a proposito del contratto di amfiteusi tra il monastero di Rossano e Goffredo detto Ursello di Corigliano d’Otranto, contratto per il quale De Simone aveva proposto molte correzioni alla precedente edizione del Müller [rimando a De Simone – Aar 1882, 238 = De Simone – Aar 1888 (1995), 138-139]. In modo tacito, di certo Batiffol si è servito degli Studi Storici di De Simone almeno: 1) per il quadro del monasteri così detti greco-basiliani in Terra d’Otranto (Battifol 1891, XXVIII-XXIX); 2) per le informazioni sul cod. Taur. gr. CCXVI del Typikon (Battifol 1891, 95), per il quale rimanda solo alle pagine del catalogo settecentesco di Pasini, ma di certo aveva letto l’articolo di Diehl 1881, ma anche la segnalazione della scoperta in De Simone – Aar 1880, 319 = De Simone – Aar 1888 (1995), 147”. S. Delle Donne, Il cod. Taur. gr. CCXVI (Typikón di Casole) tra Diehl, Omont, Batiffol e Luigi G. De Simone. Lettere e documenti editi ed inediti, cit., p. 460, nota 22. Delle Donne spiega con una puntuale cronologia come De Simone venne a conoscenza dell’esistenza del Typikón ed avviò i suoi studi, indicandone tappe, pubblicazioni e varia corrispondenza.
[97] S. Delle Donne, Il cod. Taur. gr. CCXVI (Typikón di Casole) tra Diehl, Omont, Batiffol e Luigi G. De Simone. Lettere e documenti editi ed inediti, cit., p. 473.
[98] C. Diehl, L’art byzantin dans l’Italie Méridionale, Paris, Librarie de l’Art, 1894.
[99] Ivi, p. 87. Si vedano: A. de Bernart, Pagine di storia ruffanese, Parabita, 1965, pp. 21-24; Idem, L’antico assetto urbanistico di Ruffano e la chiesa di San Marco, Ruffano, Tipografia Inguscio, 1996; S. Tanisi, La chiesa del Carmine di Ruffano. Guida alla visita e all’immagine, prefazione di Aldo de Bernart, Ugento, Domus Dei, 2008; C. V. Morciano, Un esempio di illustrazione libraria bizantina nell’affresco di san Marco della cripta della chiesa del Carmine di Ruffano, in I Bizantini del XXI secolo, Atti dei convegni di studi nel Salento Meridionale, a cura di Stefano Tanisi, Introduzione Giovanni Giangreco, Ugento, Domus Dei, 2013, pp. 123- 133; S. Cortese, La cripta bizantina di san Marco a Ruffano, Ivi, pp. 135-144; S. Tanisi, Aspetti storico-artistici della chiesa del Carmine di Ruffano, Ivi, pp. 145-158; V. Vetruccio, Il tempio di san Marco in Ruffano, Ivi, pp. 159-175; ecc.
[100] C. Diehl, Peintures byzantines de l’Italie méridionale. I, La chapelle de San Stefano à Soleto, in «Bulletin de Correspondance Hellénique», n. 8,1884, pp. 264-281. Su Soleto si possono consultare, fra gli altri: M. Berger, Un inédit italo-grec de la passion légendaire de Saint-Etienne: les peintures murales de l’église Santo Stefano a Soleto, en Terre d’Otrante, in La Chiesa greca in Italia dall’VIII al XVI secolo, Atti del Convegno storico interecclesiale, Bari 30 aprile-4 maggio 1969, Padova,1972-1973, pp. 1377-1388; Idem, Les peintures de l’abside de S. Stefano à Soleto. Une illustration de l’anaphore en Terre d’Otrante à la fin du XIVe siècle, in «Mélanges de l’Ecole Française de Rome. Moyen Age – Temps Modernes», n. 94, 1982, pp. 121-170; A. Jacob, Notes sur quelques inscriptions byzantines du Salento méridional (Soleto, Alessano, Vaste, Apigliano), in «Mélanges de l’Ecole Française de Rome», n.95, 1983, pp. 65-88; M. S. Calò Mariani, La chiesa dal XII al XV secolo, in Il tempio di Tancredi. Il monastero dei SS. Niccolò e Cataldo in Lecce, a cura di Bruno Pellegrino – Benedetto Vetere, Cinisello Balsamo (MI), 1996, pp. 82-110 e fg. 47-48 (f. 31v, 16v); S. Ortese, Sequenza del lavoro in Santo Stefano a Soleto, in Dal giglio all’orso. I principi d’Angiò e Orsini del Balzo nel Salento, a cura di Antonio Cassiano – Benedetto Vetere, Galatina, Congedo, 2006, pp.336-396; M. Berger- A. Jacob, La chiesa di S. Stefano a Soleto. Tradizioni bizantine e cultura tardogotica (Terra d’Otranto bizantina 1), Galatina, Congedo, 2007; L. Manni, La chiesa di Santo Stefano di Soleto (Biblioteca di cultura pugliese, serie II 184), Galatina, Congedo, 2010; R. Durante, Immagini della Tenerezza. La Vergine Eleousa del manoscritto Borgiano greco 7 e la pittura monumentale salentina, in «Iconographica», n. 10, 2011-2012, pp.57-69; E. Elba, Miniatura in Terra d’Otranto tra XIV e XV secolo: l’Eucologio Vat. Borg. gr. 7, in Il codice miniato in Europa. Libri per la chiesa, per la città, per la corte, a cura di Giordana Mariani Canova-Alessandra Perriccioli Saggese (Biblioteca di arte 6), Padova, 2014, pp. 425-443; F. G. Giannachi, Una nota sull’istruzione grammaticale bizantina in Terra d’Otranto: lo schedografo Nicola da Soleto, in Circolazione di testi e scambi culturali in Terra d’Otranto tra Tardoantico e Medioevo, a cura di Alessandro Capone, con la collaborazione di Francesco G. Giannachi e Sever J. Voicu, Città del Vaticano, 2015 (Studi e Testi, 489), pp. 107-120; R. Durante, Tradizioni bizantine e preziosismi tardogotici. Soleto e Carpignano: alcuni esempi e nuovi tasselli, in D. Capone, P. Pascali, L’eco di Bisanzio. Galatina e la Grecìa Salentina, Società Storia Patria Puglia sezione Lecce, Castiglione, Giorgiani Editore, 2021, pp. 413-426; G. Vallone, Sull’origine della prima e della seconda Contea di Soleto, in Idem, L’età orsiniana, Roma, Istituto storico italiano per il Medioevo, 2022, pp.333-347; F. G. Giannachi, Dai Vranàs ai De Toucy (XII-XIII sec.): Anseau de Toucy comes Soleti e la comunità ellenofona del Salento nella prima età angioina, in Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, Il regno, il principato, l’Adriatico. Secc. XII-XV. Studi in memoria di Andreas Kiesewetter, Quaderni di Polygraphia 8, 2024, a cura di Serena Morelli e Francesco Somaini, Santa Maria Capua Vetere, DiLBeC Books, 2024, pp. 45-56.
[101] Idem, Peintures byzantines de l’Italie méridionale. Les fresques de Carpignano, in «Bulletin de Correspondance Hellénique», n. 9, 1885, pp. 207-219.
[102] Idem, Les grottes érémitiques de la région de Brindisi, in Ivi, n. 12, 1888, pp. 441-459. Si faccia riferimento alla già citata Bibliografia del Diehl a cura di T. Braccini.
[103] Si vedano: A. Haseloff, I musaici di Casaranello, in «Bollettino d’Arte del Ministero della Pubblica Istruzione», anno I, XII Fascicolo, Roma, Ettore Calzone Editore, 1907; A. Prandi, Pitture inedite di Casaranello, in «Rivista dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte», Anno X, 1961; M. Cecchelli Trinci, I mosaici di Santa Maria della Croce a Casaranello, in «Vetera Christianorum», n. 11, 1974, pp. 167-186; A. Jacob, Inscription byzantines datées de la Province de Lecce, cit., p. 51; M. Falla Castelfranchi, La pittura bizantina in Salento (secoli X-IX),cit., passim; F. D’Andria, Relazione sui sondaggi eseguiti nella chiesa della Madonna della Croce di Casaranello (Lecce), nei giorni 15- 16 -17, Università degli Studi di Lecce, 1976; G. Pisanò, M. Schiavano, Casarano e Wierich De Daun in una pergamena del 1717, Galatina, Congedo Editore, 1985; G. Spinosa, S. Maria della Croce di Casaranello: analisi delle strutture architettoniche, in «Arte Medievale», I, 2002, pp. 149-163; M. Falla Castelfranchi, Casaranello, Santa Maria della Croce, in Puglia preromanica. Dal V secolo agli inizi dell’XI, a cura di Gioia Bertelli, Milano, 2004, pp. 161-175; Eadem, I mosaici della chiesa di Santa Maria della Croce a Casaranello, in Atti del X Colloquio dell’Associazione italiana per lo studio e la conservazione del mosaico, Lecce, 18-21 febbraio 2004, a cura di C. Angelelli, Tivoli, 2005, pp. 13-20; P. De Nuzzo, La casa a corte bizantina nel centro antico di Casarano, Parabita, Martignano editrice, 2006; R. Durante, Miniature e affreschi in Terra d’Otranto. L’Ambroisanus D 67 sup. e le decorazioni pittoriche di Santa Maria della Croce a Casaranello e di San Mauro a Gallipoli, in «Rivista di studi bizantini e neoellenici», n. 43, 2008, pp. 225-256; F. Danieli, Casaranello e il suo mosaico, per aspera ad astra, Soleto, Edizioni Esperidi, 2018; ecc.
[104] Su Gallipoli, fra gli altri:
A.Barbino, L’antichissima sede episcopale di Gallipoli, Taviano, 1987; Idem, La Chiesa Cattedrale di Gallipoli, a cura di G. Leopizzi, M. Spada, L. Solidoro, Galatina, 1997; N. Kamp, Kirche und Monarchie im Staufischen Konigreich Silizen, Munchen,1975, pp. 727ss.; A. Acconcia Longo, Un nuovo codice con poesie salentine (Laur. 58,25) e l’assedio di Gallipoli del 1268-69, in «Rivista di studi bizantini e neoellenici», n.s. 20-21, 1983-1984 [1985], pp. 123-170; Eadem, Nota su Giorgio di Gallipoli, in «Δίπτυχα», n. 4, 1987, pp. 426-432; M. Falla Castelfranchi, Gli affreschi della chiesa di San Mauro presso Gallipoli. Note preliminari, in «Byzantion», n.51, 1981, pp. 159-168; G. Passarelli, Alcune iscrizioni bizantine dell’Italia meridionale, in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata», n. s. 35, 1981, pp.3-35; G. Fiaccadori, S. Mauro di Gallipoli, in «Rivista di storia della Chiesa», n. 38, 1984, pp. 478-480; A. Jacob, Gallipoli bizantina, in Paesi e figure del vecchio Salento, cit., pp. 281-312; Idem, La lettre patraircale du Typikon de Casole et l’évéque Paul de Gallipoli, cit.; V. Polidori, La lettera patriarcale a Paolo di Gallipoli, in «Bollettino della badia greca di Grottaferrata», n. 9, 2012, pp. 191-220; D. Arnesano, D. Baldi, Il palinsesto Laur. Plut. 57.36. Una nota storica sull’assedio di Gallipoli e nuove testimonianze dialettali italo-meridionali, in «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici», n. 41, 2004, pp. 113-139; F. Danieli, La sede vescovile di Gallipoli dai primordi del cristianesimo al 1986, in «Spicilegia sallentina», n. 4, dicembre 2008, pp. 11-17; Sannicola. Abbazia di San Mauro. Gli affreschi sulla serra dell’Altolido presso Gallipoli, a cura di Sergio Ortese (De la dà mar. Scritti di storia dell’arte 3), Copertino, Lupo Editore, 2012; S. Delle Donne, Un nuovo testimone e una nuova redazione dell’epistola a Paolo vescovo di Gallipoli: il codice greco Corpus Christi College nr. 486, in Circolazione di testi e scambi culturali in Terra d’Otranto tra Tardoantico e Medioevo, cit., pp. 169-198; R. Durante, Gallipoli. Centro culturale e artistico del Salento bizantino, in Nei luoghi della Sirena. Dal mare di Gallipoli alle Serre salentine, a cura di Daniele Capone e Piero Pascali, Società Storia Patria Puglia sezione di Lecce, Castiglione, Giorgiani Editore, 2022, pp. 441-454; ecc.
[105] Fra i recentissimi contributi: A. Jacob, Spigolature di epigrafia bizantina di Terra d’Otranto (Surbo, Copertino, Galatina, Botrugno, Miggiano, Martano, Calimera), in AA.Vv., La Compagnia della Storia. Omaggio a Mario Spedicato, Tomo II, Luoghi, figure, linguaggi del Salento moderno e contemporaneo, a cura di Giuseppe Caramuscio, Società Storia Patria Puglia Sezione di Lecce, “Quaderni de L’Idomeneo”, Lecce, Grifo Editore, 2019, pp. 993-1018; R. Durante, Epigrafia bizantina in pittura. Santa Marina a Muro Leccese, Santa Maria di Cerrate a Lecce, San Sebastiano a Sternatia, in «Rivista storica delle terre adriatiche», n. 3, 2024, pp. 77-97; Eadem, Preghiere e profezie in San Mauro e San Salvatore sulla serra di Altolido, in «L’Idomeneo, Storia natura e paesaggio nel Salento delle Serre tra evidenze territoriali e obbiettivi di valorizzazione». Atti del Convegno di Studi tenutosi a Neviano (Le), Aula Polifunzionale- 19 ottobre 2024, Società Storia Patria Puglia Sezione Lecce- Università del Salento, n. 38 (2024) – Castiglione, Giorgiani Editore, 2025, pp. 91-108.
