Brindisi raccontata dalla cartografia
I toponimi caduti in disuso ed un decreto restato lettera morta
di Nazareno Valente
Si narra che i Brindisini accolsero la fine della breve esperienza della Repubblica napoletana con giubilo. Le prime notizie del ritorno dei Borbone, che fece seguito alla presa di Napoli del 13 giugno 1799 da parte del cardinale Ruffo, giunsero nella nostra città due settimane dopo e, come riferisce il Palumbo nella sua “Storia di Lecce”, diedero luogo a spontanee «feste e baldorie».
Eppure uno dei primi provvedimenti della Repubblica aveva sancito l’abolizione della feudalità, novità che avrebbe comportato un indubbio miglioramento nelle condizioni delle classi meno abbienti che subivano le abiezioni di un istituto anacronistico.
Non è però di questa norma che s’intende qui parlare ma di un’altra disposizione legislativa di minore importanza varata il 7 piovoso del 7° anno della libertà, vale a dire il 9 febbraio 1799, pochi giorni dopo che la Repubblica napoletana era stata proclamata. Riguardava l’assetto amministrativo di quello che era stato il regno di Napoli, riorganizzato per l’occasione in undici dipartimenti, nell’ottavo dei quali – quello dell’Idro – fu compresa Brindisi.
Caratteristica di questa legge, firmata dal generale Jean Étienne Championnet che aveva sbaragliato l’esercito Borbone, fu quella di fare ricorso a fiumi, mari, laghi e ad altri elementi naturali sia per dare nome ai dipartimenti, sia per definirne i confini. Quello dell’Idro – torrente che scorre dalle parti di Otranto – fu pertanto così determinato: «confina a nord ed a levante col mare di Otranto; a mezzo giorno col golfo di Taranto; ed a ponente colla riviera del Lietto, i laghi di Battaglia e Jaconi». Conteneva quindi Bari e parte della precedente Terra di Bari (i piccoli laghi di Battaglia e delli Jaconi si trovavano infatti rispettivamente nelle Murge di Cassano e nel territorio di Ruvo di Puglia), Taranto (il fiume Lieto – che in parte è da identificare con l’attuale fiume Lato – aveva origine dal lago Talvo e con tale nome scorreva fino a Castellaneta dove assumeva quello di Lieto e finiva per avere foce nel golfo di Taranto), Brindisi e Lecce.
Questo dipartimento, con «capo luogo» Lecce, prevedeva al proprio interno quattordici cantoni: Giovinazzo, Bari, Mola, Monopoli, Ostuni, Brindisi, Lecce, Otranto, Casarano, Nardò, Grottaglie, Taranto, Massafra e Martina.
Il cantone di Brindisi era a sua volta composto «de’ comuni di Brindisi, Osanna, Budiato, Serra Nova, S. Vito della Macchia, S. Giacomo, Mesagna, Misciano, Calona, Aucio e Tutorano». Detto che Serra Nova, S. Vito della Macchia, Mesagna e Tutorano sono rispettivamente le attuali Serranova, San Vito dei Normanni, Mesagne e Tuturano, resta da capire quali località definivano i restanti nomi per nulla a noi abituali.
Aiuta, quanto meno nel conoscere dove essi erano collocati, una famosa carta settecentesca che allora faceva scuola, e che di certo fu consultata da chi compose la norma, vista la perfetta coincidenza dei toponimi utilizzati. Mi riferisco alla “Carta geografica della Sicilia prima o sia regno di Napoli”, realizzata «per ordine del Ré delle due Sicilie» da Giovanni Antonio Rizzi Zannoni e pubblicata a Parigi nel 1769.

Nel particolare (figura n. 1), tratto dall’originale conservato presso la Biblioteca Nazionale del Portogallo a Lisbona, si ritrovano infatti, senza alcuna variazione, tutte le comunità appartenenti al cantone brindisino. Per una loro più precisa identificazione, sono riuscito a raccogliere le seguenti informazioni che non dirimono però tutti i possibili dubbi.
Osanna: era un villaggio collocato un miglio a ponente di Brindisi. Riguardo alle distanze fornite, va ricordato che a fine Settecento Brindisi si posizionava tutta negli spazi prossimi al porto, sicché le zone ora ritenute periferiche, se allora abitate, erano considerate villaggi a sé stanti. Di questo villaggio c’è rimasta la tradizione dell’Osanna, rito che si svolgeva sino agli anni Cinquanta dello scorso secolo nei pressi di una collinetta dalle parti dei Cappuccini. Nel Settecento ospitava ville e circa 450 abitanti.
Budiato: era un villaggio, distante 4 miglia a nord-ovest di Brindisi e 5 a ovest della costa adriatica, situato sul colle ai cui piedi stavano le sorgenti del fiume Patrica (l’attuale Cillarese). Coltivato ad ulivi, era con ogni probabilità un feudo e contava circa 650 abitanti.
S. Giacomo: antico casale ad ovest di San Vito dei Normanni, sulla via che porta a Francavilla Fontana, che già nel Settecento si andava spopolando. Ora San Giacomo al Casale.
Misciano: villaggio collinare a 6 miglia a sud-ovest di Brindisi, allora famoso perché ricco di frutti; contava ben 1.200 abitanti.
Calona: dovrebbe identificarsi con il casale di Calone, feudo del capitolo di Brindisi, che però, già in epoca seicentesca, risultava frammentato in una serie di masserie tra le quali Calone dei Preti.
Ancio (o Aucio): non sono riuscito a rintracciare nessuna località con tale nome, tranne una che però era delle parti di San Cataldo. Nella posizione in cui la colloca Rizzi Zannoni, sembrerebbe coincidere con l’attuale tenuta Uggio – Punta Aquila. L’ipotesi però è tutta da verificare.
Dall’evidente ricorso ad un carta, come quella del Rizzi Zannoni già vecchia di trent’anni e che, per quanto di alto livello, non era, al pari di un qualsiasi documento cartografico del tempo, del tutto aggiornata, può desumersi che chi compilò il decreto non doveva possedere una conoscenza diretta delle contrade brindisine. Si può constatare inoltre che il cantone di Brindisi occupava uno spazio davvero esiguo e di gran lunga inferiore all’attuale territorio provinciale.
Dubito infine che il cantone sia divenuto operativo e che i miei concittadini del tempo abbiano avuto mai il minimo sentore della riforma, la quale con ogni probabilità visse in definitiva solo sulla carta.
