Gianpiero Colomba, Transizione ed efficienza energetica. Il modello oliveto tra presente e passato, 93 pp., 2025
L’autore ricostruisce l’evoluzione storica della coltivazione dell’oliveto nel Mediterraneo e in particolar modo in Italia e Spagna, dal 1750 circa ad oggi. Lo studio dimostra che la produzione dell’olio, o meglio delle olive, è strettamente legata alla storia agraria dei due Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum.
Fino alla fine del XIX Secolo, l’Italia rappresentava il Paese che più di ogni altro monopolizzava il settore a livello produttivo e commerciale, mentre attualmente la Spagna esprime una netta supremazia, producendo poco meno della metà dell’intera produzione mondiale di olio d’oliva.
Il contenuto del testo si rivolge principalmente ad un lettore mediamente esperto o che vuole approcciarsi ad alcune questioni ambientali ed ecologiche che riguardano l’oliveto più nello specifico, ma anche l’agricoltura in generale.
La sfida maggiore per l’autore è stata quella di ricercare, stimare e poi mettere in relazione tra loro, i dati relativi alla produzione di biomassa nell’oliveto con quelli connessi alla restituzione della fertilità al suolo, in modo tale da poter analizzare come l’energia ottenuta con la produzione sia correlata a quella utilizzata per produrre (Energy Return on Energy Invested), dando così una misura dell’efficienza energetica dell’oliveto in vari momenti storici e, infine, per poter fare valutazioni su possibili scenari futuri che riguardano la sua sostenibilità.

PREFAZIONE AL LIBRO
del Prof. Juan Infante-Amate, Dipartimento di Storia Economica Università di Granada
L’oliveto è sempre stato presente nella civiltà mediterranea, non solo come elemento base del sostentamento quotidiano o come elemento materiale presente nei suoi paesaggi, ma come parte essenziale della cultura: dal mito relativo alla sua fondazione in Atene fino ai giorni nostri.
Nonostante la sua formidabile rilevanza sociale, ambientale ed economica, continuano a persistere importanti lacune sulla sua storia, cioè su ciò che sappiamo della sua evoluzione. Sappiamo, più o meno bene, com’è cambiato l’oliveto nel tempo e nello spazio, ma mancano ancora alcuni pezzi importanti di questa affascinante storia.
Sappiamo che l’oliveto era presente nelle prime civiltà, che le superfici destinate a questa coltivazione sono aumentate progressivamente nel tempo, che ha avuto un grande impulso nel cosiddetto periodo della prima globalizzazione, alla fine del XIX° secolo, in coincidenza con l’emergere dei mercati globali e la crescente richiesta internazionale di olio, e che le superfici dedicate sono continuate a crescere nel corso di tutto il XX° secolo.
Sappiamo anche che nel corso del secolo scorso, nel contesto dell’industrializzazione agricola, si è verificato un processo di “disaccoppiamento” tra superficie e produzione nell’oliveto. Infatti, se nelle società preindustriali le rese agricole rimanevano relativamente stabili a causa delle limitazioni produttive, con l’introduzione dei fertilizzanti chimici e della meccanizzazione, la produzione per ettaro è cresciuta rapidamente. Pertanto, negli ultimi anni, anche se la superficie dell’oliveto non cresce più così rapidamente, la produzione continua ad aumentare.
La maggior parte delle storie scritte sull’oliveto, si sono sviluppate a partire dall’immagine di una coltura che, essenzialmente, produce olio d’oliva, l’oro liquido, così come lo descriveva Omero nell’Odissea. Pertanto, una gran parte delle storie scritte in passato sulla sua espansione, parlano dei crescenti flussi di olio che partivano dalla periferia dell’Impero Romano in direzione della sua capitale.
Tuttavia, la funzione dell’oliveto è molto più della semplice produzione di olio d’oliva. Al di là dell’oro liquido, è stato e continua ad essere anche l’albero curato e multifunzionale descritto da Minerva, capace di fornire oltre all’olio, un’ampia gamma di prodotti che costituivano l’essenziale per il sostentamento familiare quotidiano.
Infatti, le società preindustriali dipendevano fortemente dai prodotti agricoli per soddisfare il proprio fabbisogno alimentare. Questi prodotti erano fondamentali per l’approvvigionamento dei prodotti tessili; per produrre il combustibile utile per scaldare l’ambiente domestico (la legna) e dare impulso al nascente settore industriale; oppure per poter muovere i mezzi di trasporto grazie ai foraggi dati per alimentare gli animali. L’agricoltura, quindi, non era solo fornitrice di beni alimentari, ma soddisfaceva anche la maggior parte dei bisogni umani.
L’oliveto, in questo contesto, ricopriva un ruolo fondamentale per il sostentamento delle società del passato. Era in grado di fornire un grasso insaturo (l’olio) ad alto contenuto calorico ma anche un’alta gamma di prodotti come la legna da ardere, utile come combustibile; le foglie per l’alimentazione degli animali; sottoprodotti che venivano utilizzati per produrre sapone; residui industriali utili per fertilizzare (e.g. le sanse, quale sottoprodotto del processo di estrazione dell’olio); … etc. e, più recentemente, anche nella produzione di energia elettrica. Senza questo concetto di coltivazione multifunzionale è impossibile comprendere adeguatamente il ruolo dell’oliveto nella storia, nonché le determinanti della sua evoluzione e della sua distribuzione spaziale.
Il testo che ho il piacere di introdurre, costituisce una felice eccezione nella vasta letteratura riguardante la storia dell’oliveto. Questo lavoro non è soltanto un racconto sull’oliveto da un punto di vista energetico, così come promette il titolo, ma va ben oltre. Attraverso un formidabile lavoro di raccolta di numerose fonti storiche, offre un resoconto materiale (in senso stretto) della storia dell’oliveto, andando oltre rispetto ai lavori più convenzionali incentrati, principalmente, sul ruolo avuto dall’oliveto quale generatore di un bene ad alto valore economico, l’olio.
Al di là di questi aspetti, questo lavoro presenta molti altri pregi nella sua stessa formalizzazione e idealizzazione, tra cui spiccano la scelta dei casi di studio selezionati: due province una del sud della Spagna e l’altra del sud dell’Italia, che sono state senza dubbio epicentri olivicoli nel contesto del Mediterraneo. Lo studio comparato tra questi casi consente un’analisi tra due territori che hanno un filo conduttore, l’oliveto, ma che hanno anche al loro interno differenze storico-geografiche-antropologiche, che si traducono in una evoluzione disuguale. Questa scelta si rivela estremamente interessante allorquando ci mostra l’iniziale egemonia dell’oliveto italiano e il suo successivo declino, a fronte della crescente ed ininterrotta evoluzione dell’oliveto spagnolo.
Nella fattispecie, lo studio comparato offre interessanti insegnamenti e spunti di riflessione anche in prospettiva, in quanto ci permette di formulare ipotesi rispetto all’evoluzione futura e ai possibili scenari, tra cui una possibile inversione di tendenza riferita ai due casi.
Approfondire queste tematiche è estremamente complesso, poiché richiede una meticolosa e multidisciplinare fase di ricerca. Si tratta di comprendere i fondamenti ecologici della produzione olivicola, le sue dinamiche economiche, gli aspetti sociali ed antropologici legati agli usi sociali dei prodotti e dei sottoprodotti dell’oliveto. Il fatto che non disponiamo di molti lavori che spieghino questa complessità è dovuto, in gran parte, proprio alla difficoltà di soddisfare questi requisiti di ricerca.
Questo formidabile lavoro è il risultato di un lungo processo di semina e preparazione del terreno che, oggi, rende possibile un raccolto che, come quello dell’oliveto, è diversificato. Offre contributi rilevanti per la storia economica e sociale dell’oliveto, rivelando l’importanza che ha avuto per la sussistenza della famiglia contadina, al di là delle dinamiche di mercato; per la storia ambientale, mostrando l’evoluzione nel lungo termine di una delle coltivazioni più importanti e rappresentative del paesaggio mediterraneo, osservando come i contadini adattarono la sua gestione alle caratteristiche ecologiche della coltivazione; e anche per la storia ecologica, con gli inediti risultati sulla sua efficienza e sulla sostenibilità passata e futura.
Confido che il grande lavoro di Gianpiero Colomba e i suoi sorprendenti risultati, riceva la meritata attenzione e che serva da stimolo per future ricerche anche interdisciplinari che possano colmare quei vuoti che ancora esistono nella grande storia del Mediterraneo.

