Le arti del cuoio e le botteghe a Nardò, nel pittagio San Paolo

veduta settecentesca di Nardò

 

di Marcello Gaballo

 

Un documento conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, nel fondo della Regia Camera della Sommaria, ci restituisce un vivido spaccato dell’economia artigianale di Nardò agli inizi del XVII secolo.

In esso si enumerano alcune botteghe e concerie situate nel pittagio di San Paolo, a ridosso delle mura urbiche e a breve distanza del giardino dei frati Carmelitani, sull’attuale Via Pellettieri. Qui, oltre alle attività legate alla lavorazione del cuoio, erano presenti le officine e le fornaci per la cottura delle celebri ceramiche neritine, già documentate in un rogito del 1580, in cui risulta la transazione di due poteche fabbricate con fornace, site prope menia (botteghe con fornace costruite presso le mura).

Si tratta di un’area strategica della città, prossima all’obelisco dell’Osanna e alla porta di San Paolo, aperta sulla via che immetteva direttamente alla piazza principale, ma al tempo stesso periferica e quindi adatta ad ospitare attività di carattere produttivo e spesso maleodorante, come la concia delle pelli.

Il documento ricorda che lungo il tratto compreso tra l’attuale chiesa di Sant’Antonio e via Carmeliti si trovavano l’apoteca per conciaria di Giacomo Cavallo, la conceria di Giovanni d’Orlando e quella di Antonio Serenico, precisando che in ea exercetur ars concearia (in essa si esercita l’arte conciaria). Ad esse si aggiungono altre quattro concerie, per un totale di sette stabilimenti solo in quest’angolo urbano.

In un altro documento, ricavato da un atto rogato presso un notaio neritino, si legge che sempre in questo luogo, di fronte alla chiesa del Carmine vi era la conciaria di Leonardo Massa e dei suoi figli Bonaventura, Agostino e Alberto, artigiani della pelle ben noti in città, i quali una settimana prima avevano lavorato una pelle di caprio per farne una sacchetta di caccia.

Un dato di particolare rilievo emerge da un rogito del 1612, in cui si attesta l’esistenza dell’unico molino di macinar mortella in vicinio S. Maria del Carmine et in loco vulgariter nuncupato la giudeca et lo largo di Santo Martino, confinante con l‘apoteca di Rinaldo Tollemeto. La presenza di questo mulino è significativa: la mortella (le bacche di mirto, abbondanti nelle macchie dell’Arneo) era infatti utilizzata per estrarre un olio dalle molteplici applicazioni e come combustibile. Esso costituiva non solo un rimedio prezioso nella medicina popolare, ma anche un ottimo colorante giallastro per le stoffe, un inchiostro per la scrittura e un ausilio importante nella stessa concia delle pelli. La localizzazione del mulino proprio accanto alle concerie induce a ritenere che esso fosse strettamente funzionale a tali attività.

Questa concentrazione di mestieri non è casuale: la lavorazione del cuoio richiedeva abbondanza d’acqua, che qui si poteva attingere agevolmente dalla fontana pubblica collocata nell’attuale piazza della Repubblica, attestata fino agli inizi del XX secolo. Le acque reflue e maleodoranti della lavorazione, non a caso, venivano poi riversate direttamente nel fossato che cingeva la città, trasformando le mura in una barriera non solo difensiva, ma anche di contenimento degli scarti urbani.

La conceria era, all’epoca, una delle arti più faticose e necessarie: dalle pelli grezze, opportunamente trattate con bagni di calce e di cenere, raschiate e immerse in sostanze vegetali ricche di tannini (cortecce di quercia, sommacco, galle), si ricavava cuoio resistente, indispensabile per calzature, finimenti, utensili e arredi. La vitalità di questo settore, attestata da ben sette botteghe attive, lascia intravedere un vero e proprio distretto artigianale del cuoio, capace di alimentare sia il mercato locale, sia forme di scambio più ampie, attraverso i vicini porti di Santa Caterina o di Cesarea.

Accanto alle concerie, nello stesso quartiere si contano sei apoteche, cioè botteghe artigiane e commerciali, con una notevole varietà di specializzazioni: una in cui exercetur ars criborum (in cui si esercita l’arte dei crivelli), due in cui exercetur ars aromataria (in cui si esercita l’arte degli speziali), due in cui exercetur ars calzolaria (in cui si esercita l’arte dei calzolai) e una in cui exercetur ars sutoria (in cui si esercita l’arte dei sarti).

Spiegazione delle arti

  • Ars conciaria: richiedeva ambienti umidi, vasche, continui lavaggi; i conciatori erano fra gli artigiani più esposti a malattie e cattivi odori, ma fornivano un materiale essenziale.
  • Ars criborum: la fabbricazione di crivelli e setacci, strumenti fondamentali per i mugnai e i mercanti di granaglie, in una città a forte vocazione agricola.
  • Ars aromataria: gli aromatari erano speziali, antenati dei farmacisti; manipolavano erbe, spezie e sostanze medicinali, un mestiere che richiedeva conoscenze tecniche e collegamenti commerciali estesi.
  • Ars calzolaria: strettamente connessa alla concia, trasformava il cuoio in calzature, con una produzione destinata tanto al consumo locale quanto a un mercato più ampio.
  • Ars sutoria: i sarti, che confezionavano e riparavano abiti, completavano il quadro dei mestieri legati al vestiario.

Questo elenco, apparentemente arido, restituisce in realtà un quadro ricco e vivace: la città si mostra capace di sostenere attività che vanno dal soddisfacimento dei bisogni primari (pane, vestiti, scarpe) a mestieri più specialistici (gli aromatari), il tutto in un’area ristretta, a ridosso di una delle quattro porte. La vicinanza tra concerie e botteghe di calzolai è tutt’altro che casuale: il cuoio prodotto trovava subito sbocco nell’artigianato cittadino, secondo una logica proto-industriale di filiera.

Se confrontiamo questa realtà con altri centri della Terra d’Otranto, il quadro appare coerente: anche a Lecce, lungo il fossato che correva tra porta Napoli e porta Rudiae, erano attive numerose concerie; a Gallipoli, il commercio di pelli e cuoi era strettamente legato al porto e alle esportazioni; a Galatone, le fonti ricordano botteghe di calzolai e conciatori in prossimità delle mura. Nardò, tuttavia, grazie a questo documento napoletano, si distingue per la densità delle attività censite in un’unica porzione urbana, segno di una vocazione manifatturiera che si innestava direttamente nella trama viaria che conduceva alla piazza centrale e al cuore del mercato cittadino.

Così, agli inizi del Seicento, il pittagio San Paolo appare come un quartiere densamente produttivo, un’area di transito e al tempo stesso di lavoro, collocata fra le mura e la piazza, tra l’interno e l’esterno, tra la città che si difende e quella che commercia. La compresenza di più arti testimonia un fervore economico che non riguarda solo la sopravvivenza quotidiana, ma riflette anche una capacità di organizzazione, di specializzazione e di mercato, collocando Nardò tra i centri salentini più vivaci del primo Seicento.

Non è dunque casuale che proprio in questo distretto, dopo la soppressione dei frati Carmelitani, a ridosso del loro convento sorsero piazza delle Erbe e il mercato coperto, quasi a voler tramandare la memoria di una vivacità commerciale che, da secoli, aveva trovato in questo lembo urbano il suo epicentro naturale.

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