Porto Cesareo nel Settecento: un approdo di Nardò tra feudo, commercio e tradizione marinara

(foto Khalil Forrsane)

 

di Marcello Gaballo

 

Nel XVIII secolo Porto Cesareo non era ancora il borgo indipendente che conosciamo oggi, ma rientrava pienamente nella giurisdizione del Duca di Nardò, della casa Acquaviva d’Aragona, al quale appartenevano non solo le terre circostanti, ma anche le rendite provenienti dalle attività marittime e commerciali che vi si svolgevano. Un documento notarile del 1752, oggi conservato presso l’Archivio di Stato di Lecce, ci restituisce con vividezza la fisionomia e l’importanza di questo porto, definito “corpo feudale” del Duca, e allo stesso tempo radicato nella memoria e nella pratica degli abitanti della zona.

L’attestatio riporta infatti che per decenni diversi uomini di Nardò – Giuseppe Antonio Martano, Pasquale Ucino, Nicola Mercuri e Antonio Costantino – avevano preso in affitto il porto, dopo esserne stati per lungo tempo “prattichi”, cioè conoscitori e frequentatori. Essi testimoniano:

“[…] nell’istesso porto, e suoi porti maritimi, si è sempre venduto al minuto ogni sorte di comistibile e di viveri per forastieri, anche per quelli che pescano ò si portano a far caricare; e di sbarcare mercanzie per essere un porto sicuro per li bastimenti e per le barche pescaresche […]”.

Il passo chiarisce bene la duplice funzione di Porto Cesareo nel Settecento: scalo sicuro per navigli e barche da pesca, ma anche luogo di commercio minuto di generi alimentari, indispensabile per marinai, pescatori e viaggiatori. Non si trattava dunque di un approdo marginale, ma di una realtà viva, integrata nei traffici costieri e capace di garantire servizi essenziali.

 

La consistenza immobiliare del porto

Un aspetto di grande interesse è la descrizione delle strutture presenti nel porto, che ne rivelano la consistenza immobiliare e l’organizzazione economica. Ancora nel 1752, si ricordava come “ab antico” vi fossero:

  • magazzini per la conservazione delle vettovaglie;
  • pile d’olio, destinate allo stoccaggio e al commercio di uno dei prodotti più preziosi della Terra d’Otranto;
  • un mulino per la triturazione del grano, funzionale ai traffici cerealicoli;
  • e persino un’osteria, dove si vendevano merci e generi di prima necessità.

Questa presenza infrastrutturale testimonia che Porto Cesareo non era un semplice approdo naturale, ma un vero e proprio centro di supporto ai traffici marittimi e alle attività commerciali del ducato. L’osteria in particolare svolgeva un ruolo sociale ed economico, garantendo ristoro a quanti approdavano e rifornimento per chi caricava o scaricava merci.

 

Le rendite feudali e i diritti ducali

Il porto rientrava nelle prerogative del Duca di Nardò, che esercitava diritti feudali su pesca e commercio. I pescatori che operavano lungo la marina, dalla torre Colimena sino a quella delle Specchiarelli (in confine con il feudo di Gallipoli), erano tenuti a corrispondere diritti di sestaria, ancoraggio, alboraggio e falangaggio. Si trattava di tributi legati sia allo sfruttamento della pesca che all’uso del porto come scalo e come luogo di imbarco e sbarco.

Accanto a questi, esistevano poi le gabelle comunali, che l’Università di Nardò rivendicava e che, nel 1751, era tornata a gestire direttamente. Tuttavia, la tradizione di vendita libera e minuta dei commestibili – pane, olio, formaggio, ricotta salata – nell’osteria di Cesarea aveva fatto sì che tali gabelle non fossero mai applicate con rigidità. Un’abitudine talmente radicata che gli stessi testimoni la definiscono “cosa notoria e publica”.

 

Un porto “da sempre” praticato

Il documento insiste più volte sul carattere antico e tradizionale di tali pratiche. Non solo i testimoni dichiarano di aver frequentato il porto da cinquant’anni, ma aggiungono di averne ricevuto notizia dai propri maggiori. Porto Cesareo appare dunque come un luogo stratificato, nel quale si intrecciavano consuetudini secolari e prerogative feudali, economie di sussistenza e traffici più ampi, controllo signorile e libertà d’uso.

Il ritratto che emerge dall’atto del 1752 mostra Porto Cesareo come una piccola ma vivace realtà marittima, posta al servizio della città di Nardò e del suo Duca, ma anche crocevia di genti, merci e pratiche quotidiane. La presenza di magazzini, pile d’olio, mulino e osteria, unita ai diritti riscossi su pesca e navigazione, conferma l’importanza di questo scalo nella geografia economica e sociale della Terra d’Otranto settecentesca.

Oggi Porto Cesareo è conosciuto per le sue spiagge e il turismo balneare; ma nei secoli passati, esso fu soprattutto porto e mercato, una piccola finestra sul Mediterraneo che dava a Nardò il respiro del mare e che documenti come quello del 1752 ci aiutano a riscoprire.

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