di Nazareno Valente
Nell’ultimo decennio del Settecento, il capitano di fregata Jean Baptiste Laurent Herménegilde Sibille, comandante la divisione del mare Adriatico, realizzò dei rilevamenti sulle coste adriatiche che poi furono tradotti in disegni dal cartografo Vincenzo di Lucio ed incisi da Francesco Ambrosi.

In una delle diciotto carte compare il litorale ed il porto brindisino (figura n. 1), esaminato dal capitano Sibille proprio mentre erano in corso i lavori di Carlo Pollio con cui si cercava di ristabilire la navigabilità del porto interno. Il canale che metteva in comunicazione il porto esterno con quello interno – conosciuto nell’ultima sua versione come canale Pigonati – era infatti interrito ed i navigli erano costretti ad ancorare nel porto esterno, nella cosiddetta Cala delle Navi che si trovava a ponente dove poi furono ospitate le spiaggia dei sottufficiali e di Marimisti.
Ebbene i rilevamenti di Sibille furono eseguiti con ogni probabilità tra il 1796 ed il 1797 quando si era forse ottenuto un minimo di temporanea navigabilità nei seni interni. Dalla figura si può infatti rilevare che i simboli dell’ancoraggio sono presenti, oltre che nella Cala delle Navi, anche dalle parti degli attuali Giardinetti e nel seno di ponente nella zona delle Sciabiche, denotando che era possibile approdare nel porto interno. Cosa quest’ultima del tutto eccezionale e che si verificò, per quello che si è potuto appurare, solo in tre brevissimi periodi di tempo tra la metà del Quattrocento ed il 1865, quando si diede avvio alla realizzazione del progetto di Tommaso Mati che risolse finalmente il problema alla fonte. Per il resto, in quei quattro secoli e più, i seni interni rimasero interdetti alla navigazione dei navigli e venivano percorsi dalle sole barche a vela o a remi.
C’è da rilevare che, nel tradurre in disegno i rilevamenti del capitano Sibille, Vincenzo di Lucio configura il canale di accesso com’era strutturato prima che fossero eseguiti i lavori del Pigonati conclusisi nel 1778, e quindi con un aspetto molto diverso da quello che aveva in realtà nel 1796.
Malgrado questa manchevolezza, che peraltro nel racconto promosso dalla carta non riveste un ruolo di eccessivo rilievo, il disegno risulta ugualmente prezioso in quanto consente di acquisire non banali informazioni di carattere nautico.
Dei tre possibili spazi da cui si poteva entrare nel porto esterno, quello a ponente — tra la punta di Materdomini e l’isola di sant’Andrea, allora non ancora occupato dalla diga realizzata tra il 1865 ed il 1869 — il fondale basso (mediamente di 3m) ed il forte vento che spirava a volte da sud consentivano al massimo il transito dei soli bastimenti di piccola stazza, e quello a levante — tra le Pedagne e Capo Bianco — era di difficile attraversamento sia per le scogliere che vi si addensavano, sia per le ampie secche allora esistenti. Sicché l’unico ingresso agevole era costituito dallo spazio tra Forte a Mare e le Pedagne, che risultava il solo attraversato dai navigli di una certa consistenza.
Tra le altre notizie nautiche utili è indicata, con la scritta “fontana”, il luogo a noi noto come Fontanelle, dove i naviganti potevano rifornirsi d’acqua, poco lontano dal luogo — la Cala delle Navi — in cui approdavano. Nel Casale è questo l’unico indizio messo in evidenza, a parte il simbolo con cui s’indica la chiesa di santa Maria del Casale che, potendo essere facilmente individuata ed osservata da lontano, costituiva un punto cospicuo, vale a dire un riferimento utile per chi navigava.
Sempre quali possibili riferimenti per chi governava i navigli, la carta indica dove sono posizionate le torri Penna e Cavallo, il Castello e il Lazzaretto situati entrambi sull’isola di sant’Andrea, il piccolo arcipelago delle Pedagne e, infine, con la scritta “Lavoratojo”, il presumibile luogo dei lavori di bonifica allora eseguiti da Pollio su Fiume Piccolo.
Si noti infine nel ramo di ponente la presenza del ponte Grande — a quel tempo necessario per superare gli acquitrini e le paludi che infestavano quei luoghi all’altezza della fontana Tancredi e del parco Cillarese — che molti cronisti brindisini, nelle loro ricostruzioni, danno erroneamente per demolito già nel 1778 da Andrea Pigonati e che, invece, svolgeva ancora degnamente il suo compito.
Sebbene sia difficile risalire all’anno in cui il ponte Grande fu distrutto, si può ipotizzare che esso si collochi con ogni probabilità nel periodo in cui, tra il 1858 ed il 1862, le acque e la palude presenti in quella zona furono canalizzate e realizzato successivamente un nuovo invaso. Non essendoci più vallata acquitrinosa da superare, il ponte Grande divenne inutile e di conseguenza abbattuto.

Scomparve così dallo scenario cittadino un manufatto presente già in Pieno Medioevo ma non certo, come taluni affermano, in epoca romana.
Si può notare infine come la cittadinanza si concentrasse nella zona centrale prospiciente il canale ed a ponente, lasciando quasi del tutto disabitata la zona a levante della città.
