di Armando Polito

La mappa, tratta dal Theatrum civitatum nec non admirandorum Neapolis et Siciliae regnorum di Jean Blaeu pubblicato ad Amsterdam intorno al 1663, reca il titolo errato di TARENTO (dal latino Tarentum) per BRINDISI, come inequivocabilmente mostra lo stemma in alto a sinistra. Col cerchio cui conduce la freccia ho evidenziato la zona nella mappa contrassegnata con il n.1, cui corrisponde nella legenda la dicitura St. Angelo, de’ Celestini. Dovrebbe essere questa, in base alle fonti di cui si dirà appresso, la sede dell’accademia e, per quanto riguarda il riscontro con quello che dovrebbe essere l’attuale stato del luogo, riprodotto nell’immagine successiva, attendo conferma dagli amici brindisini.

Non tutto il male viene per nuocere, Tutto è relativo, Dal male può nascere il bene sono detti che si adattano ad una miriade di situazioni. Una di queste è il plagio e da questo partirò dopo una breve premessa.
Dall’invenzione della scrittura (a partire dai graffiti delle caverne) fino all’e-book, passando attraverso l’invenzione della scrittura, poi della stampa e infine della videoscrittura, la diffusione della cultura ha percorso un lunghissimo cammino e quel che potrebbe accadere in un futuro non molto lontano tra intelligenza artificiale e microchips impiantati nel cervello prospetta ancora una volta per la storia dell’umanità scenari nello stesso tempo affascinanti ed inquietanti.
Proprio da un manoscritto storiografico prende l’avvio questo post e, siccome non mi piace ripetermi, rinvio chi volesse saperne di più ad altri precedenti connessi con l’argomento1..
Qui basti sapere che si tratta di Dell’antiquità e vicissitudini della città di Brindisi di Giovanni Maria Moricino (1558-1628) custodito nella Biblioteca arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi (ms. D/12). Nel frontespizio si legge che gli eventi narrati giungono fino al 1604. Chissà quante opere, pregevoli come questa, non sono state, come questa, pubblicate per mancanza di mezzi finanziari o di conoscenze altolocate o di morte precoce!
Ciò che certamente non per quest’ultimo motivo non poté fare il Moricino (1560-1628), ci pensò a farlo Andrea Della Monaca con il suo (? …) Memoria historica dell’antichissima e fedeliss. città di Brindisi uscito per i tipi di Pietro Micheli a Lecce nel 1674, spacciando come suo ciò che era del Moricino furbescamente (ne cita il nome solo nell’allora d’obbligo avviso Al lettore) con un copia-incolla ante litteram1.
L’opera, perciò, va considerata, più che una compilazione, un vero e proprio plagio, parziale o totale che sia, ma, paradossalmente, anche lavori di questo tipo possono esplicare involontari effetti positivi ai fini della conoscenza. Senza di essa, infatti, nulla sapremmo dell’Accademia degli Erranti.
Il Della Monaca nella parte finale, che è l’unica sua perché si riferisce agli ultimi sessanta anni, alle pp. 709-712 ci ragguaglia sulla sua nascita legata alla Scuola Pia voluta in Brindisi da Francesco de Estrada (già Canonico Magistrale della Chiesa di Cadis e Visitatore Generale di quella di Siviglia), arcivescovo della città dal 1659 al 1671. Nel 1664 l’arcivescovo assegnò come loro sede agli Scolopi l’ex monastero dei Celestini2. Gli Scolopi, scrive il Della Monaca a p. 712, Hanno di più eretto con loro gran lode una superba Accademia sotto il titolo degl’Erranti, nella quale si esercita la gioventù Brundusina, tanto nelle Poesie volgari, e latine, quanto nell’erudite Prose con ammiratione di tutti quelli che l’ascoltano, tirando un nobile, e virtuso uditorio à godere le vaghezze delle loro compositioni. Il tutto però si deve attribuire al gran zelo del sopra nominato Arcivescovo bramoso degl’avanzi maggiori della città di Brindisi, acciò divenghi simile ad una di quelle felici, e benaventurate Repubbliche, delle quali parlando Quintiliano disse …
Il lettore non si meravigli di queste ultime parole più consone ad un comizio che ad un trattato di storia. È vero che questo succede sempre quando gli eventi narrati non sono stati filtrati ancora dal tempo e il contesto storico spiega l’esaltazione quasi propagandistica del potere, civile e religioso, al momento in carica. Le notizie appena riportate sono, comunque, preziose in quanto essendo, a quanti ne so, l’unica fonte contemporanea, dovrebbero essere veritiere almeno in nomi e date. Esse servono a rendere meno sbiadito il presente che conserva del passato un nome, un luogo e, mutatis mutandis, lo spirito: nel nostro caso l’attuale Accademia degli Erranti (https://sites.google.com/view/accademiadeglierranti/home).
Un filo tutt’altro che sottile lega passato e presente con un intreccio tra valori laici e religiosi, tra ragione e fede. Erranti evoca da un lato la condizione tutta umana di chi, pur consapevole di poter incorrere nell’errore, non rinunzia alla possibilità di conoscere e dall’altro i concetti di devozione e sacrificio che prendevano corpo nei pellegrinaggio lungo un percorso del quale Brindisi e il suo porto costituivano una tappa fondamentale.
Ritornerò su questo quando passerò in rassegna i nomi degli accademici Erranti tramandatici dal Della Monaca, anche se con un rimpianto del quale do subito ragione con un titolo che riguarda la celebrazione non di un libro, magari pur esso plagiato, ma un funerale: Relación de las suntuosas exequias que en su arzobispal Iglesia de Brindis celebró el Ilustrísimo Señor D. Juan de Torrecilla y Cárdenas a los piadosísimos manes de la esclarecida y Excelentísima Señora Doña Mariana Engratia de Toledo y Portugal, hija de los Excelentísimos Señores Condes de Oropesa, Pedro Micheli, Leche, 1686.
Sarebbe stato bello riportare da questo titolo spagnolo dell’editore leccese3 almeno un componimento, ma il libro risulta introvabile e la sua esistenza emerge solo dalla menzione presente in José Simón Díaz, Primer índice de publicaciones poéticas del siglo XVII, in Revista de literatura, t. 27, n. 53, 1965, p. 158. Una descrizione abbastanza dettagliata, che acuisce il rammarico, è in Studi secenteschi, XXIX, 1988, p. 16: Il libretto ha 46 pagine, che per tre quarti sono occupate dai preliminari, mentre solo un quarto tocca alla vera e propria orazione funebre detta da Nicola Cuggio (sic, per Cuggiò) canonico della chiesa metropolitana di Brindisi. Piuttosto che un libro questo è un gesto sociale; quasi una consolatoria ultima Tule della letteratura locale, che in solenne occasione luttuosa gonfia il petto ed esibisce sonetti in doppio testo italiano e spagnolo, epigrammi, epitaffi e cenotafi di oscurissimi canonici e gentiluomino brindisini. Quasi sicuramente tra di loro compare più di un nome già ricordato dal Della Monaca o di qualcuno entrato successivamente nell’accademia. Per questo nel libro del plagiatore ancor più preziosa risultano essere la parte iniziale, che non poteva essere copiata.
Lo è sul piano documentale, molto meno su quello della valutazione letteraria non regge, come tanta produzione del XVII secolo, ma vale per ogni prodotto manieristico, all’impietoso e giusto filtro prima ricordato.
Essa è occupata, secondo l’uso del tempo ma per un’estensione mai prima, almeno da me, constata, da componimenti encomiastici di ben ventisei autori diversi, il nome di ognuno dei quali è accompagnato dall’immancabile titolo e dallo pseudonimo, dettaglio sul quale ritornerò a breve. Nel leggere i tre dati verrebbe quasi da ridere pensando alle lodi sperticate rivolte da persone teoricamente di alto livello culturale ad un plagiatore ma, a differenza di tanti attuali prefatori e recensori di professione o seriali, essi hanno un’attenuante di non poco conto. Questi adulatori, ammesso che lo facessero solo per mettersi in mostra o per acquisire benemerenze e simpatia, non avrebbero potuto agevolmente individuare, reperire e leggere un manoscritto, quello del Moricino, solo genericamente ricordato nel detto avviso, tanto più che i loro componimenti non potevano essere stati inviati parecchio tempo prima della pubblicazione del libro e nulla cambierebbe neppure se l’autore prima della stampa finale ne avesse inviato una copia a qualcuno o a tutti.
Di seguito i nomi estrapolati dal libro nell’ordine in cui compaiono (la sottolineatura evidenzia gli appartenenti alla nostraaccademia).
OBEDIENZO VAVOTICO trà gli Erranti detto il Confuso
FRANCESCO SBITRI Accademico degli Erranti di Brindisi
DIEGO PALADINI Accademico Trasformato
ANTONIO CINI Accademico Trasformato
GIACOMO D’ANNA Accademico Trasformato
NICOLÒ PERRONE Accademico Trasformato
NICOLÒ FRANCESCO FATALÒ Accademico Trasformato
GIUSEPPE MARIA AGALLO Accademico Trasformato (3 sonetti)
VINCENZO ANTONIO CAPOCIO Accademico Trasformato (2)
NICOLA MARIA MORELLI U. I. D.Accademico Trasformato
DONATO ANTONIO GRAVILI Accademico Trasformato
FRANCESCO GRASSO
GIUSEPPE ANTONIO ANDRIOLI
ANIBALE DE CONINCH
BENEDETTO RETIMO Carmelitano della medesima Città di Brindisi, trà gli Erranti detto il Risvegliato
FILIPPO GAIACOMO MEGLIORE trà gli Erranti detto l’Affumato
FRACESCO ANTONIO DATTILO Marchese di S. Catarina, e regio Governatore della Città di Brindisi, trà gli Erranti detto il Peregrino
FRANCESCO PEREZ Principe del’academia, e trà gli Erranti detto l’Instabile
GIUSEPPE DE PAULO Regio Cappellano nel forte di Brindisi, trà gli Erranti detto il Sottile
L’INCOGNITO trà gli Erranti
INCULTUS INTER ERRANTES
GIULIO LECCISO inter Errantes Algens
PIETRO ANTONIO EPIFANI trà gli Erranti detto il Dissanventurato
GERONIMO CANDIOTO
ANTONIO VAVOTICO Academico degli Erranti di Brindisi
FRANCESCO ANTONIO DE FERRARIIS.
È da ricordare che le associazioni culturali dette accademie ebbero un’ampissima diffusione a partire dal secolo XVI, tanto che parecchie, pur appartenendo a territori molto lontani tra loro ed essendo nate un modo assolutamente indipendente, ebbero lo stesso nome. Ciò vale anche per la nostra, essendoci più o meno contemporaneamente accademie omonime a Milano, Brescia, Pavia, Asolo (Treviso), Firenze, Fermo, Maida (Catanzaro), Noto (Siracusa); lo stesso vale per la coeva accademia leccese dei Trasformati, della quale alcuni soci risultano presenti nell’elenco su riportato.
Ogni accademia aveva quello che oggi chiameremmo presidente e che allora si chiamava principe, mentre gli affiliati ovvero soci assumevano di regola uno pseudonimo, non sempre gratificante, almeno per la facile ironia cui oggi si presterebbe un’accademia di erranti nella quale militano coerentemente un confuso, un affumato, un instabile, un algens (=gelato, non quello commestibile, a meno che uno non sia cannibale …) e un dissaventurato, anche se a risollevare le sorti ci sono, oltre ai pochi senza pseudonimo (forse per l’imbarazzo della scelta tra infelice, malaticcio, moribondo e simili …), un sottile (a meno che non si riferisca agli effetti dell’errare senza adeguato apporto calorico …) e un risvegliato .
Ironia a parte, sono tutti congeniali al doppio significato laico e religioso prima ipotizzato Erranti e che sembra sintetizzato dallo pseudonimo del principe dell’accademia, quel Peregrino variante di pellegrino ma anche sinonimo di nuovo, strano, bizzarro. Si direbbe che la scelta dello pseudonimo non fosse immune da una simpaticissima autoironia che nel nostro caso raggiunge l’acme con due componimenti, forse non a caso collocati consecutivamente, in testa ai quali ai legge per uno DELL’INCOGNITO Trà gli Erranti e per l’altro INCULTI INTER ERRANTES (Dell’incolto tra gli Erranti).
Siccome mi è simpatico chi non si prende troppo sul serio, ho pensato di dare il giusto rilievo proprio a loro, due anonimi, perché in qualche modo fossero ricordati, occupandomi alla fine dei loro contributi.
Gli accademici si riunivano periodicamente per dibattere vari argomenti o declamare componimenti poetici, la cui memoria veniva affidata a pubblicazioni che potevano permettersi solo le accademia più importanti, come la romana Arcadia. Questo rende molto difficoltoso ricostruire la storia di un’accademia minore, non fosse altro che per individuarne i componenti passando in rassegna pubblicazioni su pubblicazioni del tempo che fu nella speranza di trovare nella parte riservata alla celebrazione encomiastica di qualche personaggio il nome di uno o più sviolinatori accompagnato, come nel nostro caso, da quello dell’accademia di appartenenza.
Tra gli Erranti spiccano i due Vavotico, molto probabilmente della stessa famiglia di un personaggio legato alla storia della colonna crollata4. Nell’elenco estrapolato compaiono i nomi di ben nove soci dell’accademia dei Trasformati di Lecce. La loro partecipazione non è da ritenere casuale e forse è la prova di un campanilismo sia pur provvisoriamente superato, tenendo conto che la Memoria uscì nel 1674, cioè quattordici anni dopo l’annosa vicenda della colonna nel 1528 alla città di Lecce3. Essi sono: Diego Paladini, Antonio Cini, Giacomo D’Anna, Nicolò Perrone, Nicolò Francesco Fatalò, Giuseppe Maria Agallo, Vincenzo Antonio Capocio, Nicola Maria Morelli e Donato Antonio Gravili.5
Come tante recensioni di oggi, partorite dopo una gestazione tra un riferimento dotto (espresso in forma preferibilmente criptica, il che avrebbe fatto la fortuna del partoriente se avesse espletato la sua nobile e disinteressata funzione al tempo dell’ Ermetismo …) e un’ipocrita iperbole, così la poesia di età barocca, soprattutto quella declamatoria ed elogiativa, gronda di metafore, richiami mitologici, giochi di parola, che sono pur sempre, se originali, indizio del possesso di fantasia, ossia di capacità inventiva.
In linea con tutto questo non poteva non essere la produzione degli Erranti, comunque di livello inferiore (come per i Trasformati) a quella di altri marinisti salentini, come, per fare solo un esempio, il copertinese Giuseppe Domenichi Fapane6.
Il lettore potrà constatarlo con la lettura diretta e personale.
Chiudo con due assaggi conditi di commento (anch’io so essere barocco …), uno in italiano di Giuseppe De Paulo detto Il Sottile) e un epigramma in distici elegiaci di uno che compare solo con lo pseudonimo Incolto (nella trascrizione del primo componimento e nella traduzione del secondo ho adottato la punteggiatura moderna). Anche se dubito che servano a stuzzicare l’appetito (leggi voglia di conoscere qualcosa pure degli altri), penso, tuttavia, che non è sprecato il tempo consumato per provare un assunto. Spero che non lo sia stato neppure per l’unico lettore che avrà avuto la pazienza di seguirmi fin qui.

Del Signor D. GIOSEPPE DE PAULO Regio Cappellano nel Forte di Brindisi, trà gli Erranti detto il Sottile
SONETTO
Pianse Brindisi un Tempo à le ruine
De’ Marmi suoi, le Glorie sue sepolte,
Glorie in cui vagheggiò l’Europa accolte
Del Fasto Quirinal l’Idee Latine.
Festante or gode: ecco risorte’al fine
Le scorge pur dentro à tuoi Fogli involte,
Saggio Scrittor, mercé che quelle hai tolte
A le Zanne del tempo empie, e ferine.
Prescrisse il Ciel, che le MEMORIE avvive
di tua Patria il tuo Calamo Fatale
da cui fugge l’oblio, se detta, ò scrive.
Sarà ne’ Pregi il vostro Nome uguale,
Ella ne le tue Carte eterna vive,
Tù ne le Glorie sue vivi immortale.
Sono immediatamente riconoscibili alcuni degli ingredienti principali della letteratura barocca:
1) 1) l’uso esagerato delle maiuscole, che qui, a parte MEMORIE per ovvi motivi, si limita ad alcune parole-chiave: Tempo, Marmi, Glorie, Fasto, Idee, Latine (nei secoli passati era norma scrivere con l’iniziale maiuscola tutte le parole, avverbi compresi, derivanti da nomi propri), Fogli, Scrittor, Zanne, Tempo, Ciel, Patria, Calamo, Fatale, Pregi, Nome, Carte.
2) l’iterazione di una parola: Glorie nel secondo, nel terzo e nell’ultimo verso
3) la figura etiologica: vive e vivi negli ultimi due versi.

DELL’INCOGNITO
Trà gli Erranti
SONETTO
La Vita à vivi se involar sà il Ferroa,
le geste avviva de gli Eroi la Pennab,
se sparge sangue micidiale il Ferro,
sparge inchiostri ne’ Fogli ancor la Penna.
Di Martiale allor si adorna il Ferroc,
di Apolline l’Allor brama la Pennad,
si compiace aguzzar la Penna il Ferroe,
pennuto il Ferro fa volar la Pennaf.
Merta fama immortal, Mortale il Ferrog,
ale impenna alla Fama anche la Pennah:
differenza non v’è frà Penna, e Ferro.
Or se van sì di pari, e Ferro e Penna,
s’altri rese immortal gueriero il Ferroi,
immortale ti rende, ò Andrea la Penna.
a Se la spada sa rubare la vita ai vivi
b la penna ravviva le gesta degli eroi
c La soada si adorna con l’alloro di Marte
d la penna brama l’alloro di Apollo (Apolline è latinismo, da Apollinem)
e la spada si compiace di rendere acuta (ispirare) la penna
f la penna fa spiccare il volo (esalta) al ferro pennuto (la freccia)
g La spada mortale merita fama immortale
h anche la penna dota di penne le ali della fama
i se la spada guerriera rese un altro immortale.
Qui c’è l’esplosione controllata di tutti gli ingredienti già presenti nella poesia precedente con in più, per alcuni, una pluralità di classificazione: maiuscole (Vita, Ferro, Eroi, Penna, Fogli, Martiale [qui c’è la giustificazione dell’uso latino dell’iniziale maiuscola per qualsiasi voce che derivi da un nome proprio] e Fama [nome della dea in contrapposizione al successivo nome comune fama]); iterazioni: Penna, Ferro,sparge, allor, fama; figura etimologica (Vita, vivi e avviva; invola e volar; Penna, pennuto e impenna; mortal e immortale). In più i due poli del confronto (Ferro e Penma) hanno la loro celebrazione metrica come uniche parole rima, il che ha rivoluzionato la struttura del sonetto che risulta totalmente al di fuori di tutte quelle canonicamente fissate.
E, dopo aver reso meno sconosciuto l’Incognito, chiudo con l’Incolto, che tanto incolto non doveva essere, e non solo perché la sua poesia è in latino.

INCULTI INTER ERRANTES
EPIGRAMMA
Heu commutasti Brentos cum Morte securos
Caesa et natorum fas lacrymasse neces.
En paris ANDREAM, toto, qui solus in Orbe
Vitali Calamo Vita Parentis erit:
Desine maerores, lugubrem desine amictum,
Ipsa ruina tui Fama perennis erit,
Surge repressa Parens; ah, surge refracta Nepotes!
Sat lacrymasse satos, sat reperisse satum.
(EPIGRAMMA DELL’INCOLTO TRA GLI ERRANTI
Ahi! Scambiasti con la Morte i Brento tranquilli,
è destino aver pianto le sofferenze e i massacri dei figli.
Ecco, tu generi ANDREA, che solo in tutto il Mondo
con la Penna destinata a sopravvivere sarà la Vita della Genitrice.
Poni fine alla tristezza, deponi la veste a lutto!
La stessa rovina sarà di te Fama perenne.
Risorgi, genitrice tante volte oppressa! Ah, tante volte fatta a pezzi solleva i nipoti!
Basta aver pianto dei figli, basta aver trovato un figlio).
Stessi ingredienti visti nella poesia precedente:
1) maiuscole, a parte ANDREAM (qui è ricordato l’autore, lì il titolo dell’opera): Morte, Orbe, Calamo, Vita, Parentis, Fama, Nepotes)
2) iterazione: lacrymasse, erit, surge, sat
3) figura etimologica: paris, Parentis e Parens; vitali e Vita; satos e satum.
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2 Il Della Monaca non non riporta il nome del monastero ma che sia quello di S. Angelo evidenziato nella mappa del Blaeu sembrerebbe confermato da quanto si legge in Epistola apologetica Jo. Baptistae Casmirii ad Q. Marcum Corradum datata 1567, manoscritto conservato nella Biblioteca Arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi (ms. D/8) a c. 29v: Coenobia quoque plurima intra urbem extructa sunt … in Divi Angeli, divi Benedicti ac Coelestinorum permixtus ordo religiosorum patrum. (Parecchi cenobi furono costruiti anche dentro la città: … in quella [la chiesa] di sant’Angelo l’ordine misto dei padri religiosi di san Benedetto e dei celestini).
3 Non è l’unica edizione in spagnolo di Piero Micheli (vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2024/04/30/lecce-resto-del-mondo-1-0-un-rarissimo-libro-stampato-a-lecce-nel-1644/)
4 1660 e 61 – Notaro Andrea Vavotico Sindico – In questo Sindacato previo ordine di S. Ecellenza [il viceré Gaspar de Bracamonte] si diedero li pezzi della colonna cascata alla città di Lecce, al numero di sette col capitello, e stentarono un’anno (sic!) continuo per poterli trasportare. (Pietro Cagnes e Nicola Scalese, Cronaca de’ sindaci di Brindisi 1529-1787, manoscritto custodito nella citata biblioteca brindisina, pubblicato da Rosario Jurlaro, Amici della A. De Leo, Brindisi,1978.
5 Da Leggi dell’Accademia de’ Trasformati di Lecce, Stamparia vescovile, Lecce, 1708, p. desumo le seguenti notizie: il Paladini de’ Sig. poi Conti di Lizzanello, canonico, ne era il Principe; Nicolò Francesco Fatalò, canonico, Segretario. Non compaiono come soci, stranamente essendo questa una pubblicazione ufficiale, tutti gli altri nomi: Antonio Cini, Giacomo D’Anna, Nicolò Perrone, Giuseppe Maria Agallo (compare, invece, un Vito Agallo, di Francesco Antonio, Ristoratore), Vincenzo Antonio Capocio e Nicola Maria Morelli.
