
di Marcello Gaballo
La chiesa matrice di Parabita conserva, entro una nicchia dedicata, una statua in cartapesta policroma raffigurante San Biagio, vescovo e martire, opera di buona fattura realizzata a dimensioni naturali nel 1887.
La scultura raffigura il santo in piedi, nell’atto di guarire un fanciullo cui si è conficcata una spina di pesce nella gola, episodio miracoloso che la tradizione agiografica attribuisce al vescovo di Sebaste. San Biagio è rappresentato mentre benedice il bambino, sostenuto tra le braccia della madre inginocchiata, resa con intenso pathos devozionale, in atteggiamento di fiducia e supplica.

La scena, costruita con efficace realismo narrativo, presenta il santo a figura intera, con folta barba grigia ritorta in morbidi riccioli, rivestito dei paramenti vescovili: mitra impreziosita da arabeschi dorati, ampia casula rossa con fregi dorati, pastorale argenteo. L’ampia casula non altera le proporzioni corporee e, pur nella rigidità del drappeggio, si contrappone armonicamente all’appiombo del camice. Particolare interessante è l’uso di tessuti originali provenienti da vesti liturgiche di rango, riutilizzati per i bordi del camice: un dettaglio che conferisce ulteriore pregio all’opera.
L’opera si inserisce nel linguaggio della cartapesta sacra pugliese di fine Ottocento, capace di coniugare immediatezza espressiva e raffinatezza artigianale. La resa dei panneggi, la vivezza degli incarnati e la naturalezza del modellato conferiscono alla scena un forte impatto emotivo, pensato per coinvolgere il fedele nel dramma del miracolo e nella riconoscenza verso l’intercessione del santo.
Il culto di San Biagio, particolarmente diffuso in area salentina, si lega alla sua fama di protettore contro le malattie della gola. La memoria liturgica del 3 febbraio è ancora oggi contrassegnata a Parabita dalla benedizione con due ceri incrociati, gesto rituale che richiama direttamente l’episodio miracoloso evocato dalla statua.
Un documento conservato presso l’Archivio Storico Diocesano di Nardò consente di ricostruire la storia dell’opera. Si tratta di una lettera del medico Giuseppe Vinci fu Giovanni al vescovo Corrado Ursi, datata 15 febbraio 1952, registrata negli Atti dei Vescovi, Atti del vescovo Corrado Ursi 1951-1961. Da questa fonte si apprende che la statua fu commissionata dal padre del mittente, Giovanni Vinci, allora sindaco di Parabita, nel 1887.
Durante i restauri della matrice negli anni Trenta, l’arciprete mons. Faggiani, dovendo rimuovere le statue per permettere i lavori, affidò la custodia del simulacro alla sorella maggiore del dott. Vinci, madre del futuro medico Cataldi. Circostanza significativa è che tale decisione non suscitò contestazioni da parte di Domenico Contursi, il cui padre – anch’egli sindaco dopo Giovanni Vinci – aveva fatto realizzare la nicchia che ancora oggi accoglie la statua. Lo stesso documento precisa inoltre che il laccio e la croce annessi al simulacro furono realizzati dal padre dell’arciprete Faggiani: se il laccio è ancora oggi conservato (sebbene non sia certo che sia quello originario), della croce originale non resta traccia, poiché quella attuale risale al 1983.

Queste vicende documentarie sottolineano non solo la dimensione devozionale, ma anche l’intreccio di responsabilità civili ed ecclesiastiche che accompagnarono la presenza della statua nella matrice. L’opera diventa così testimonianza tangibile della coralità di una comunità che, attraverso l’iniziativa di sindaci, parroci e famiglie, ha custodito fino a oggi la devozione a San Biagio.

La collocazione attuale nella sua nicchia e la partecipazione popolare alla festa del 3 febbraio attestano l’attualità di un culto che non si è mai interrotto, rinnovando ogni anno un legame di fede e identità comunitaria. La statua, fatta restaurare nel 2020 dal parroco don Santino Bove Balestra, con la sua forza narrativa e il suo valore documentario, si impone come un unicum nel panorama delle opere devozionali della matrice parabitana, coniugando storia locale, arte sacra e religiosità popolare.
Un sentito ringraziamento va all’amico Matteo Milelli, che ha realizzato le fotografie a corredo e che per primo ha segnalato la presenza di questa significativa testimonianza di fede, fornendo utili integrazioni a questo contributo.
