di Armando Polito

La storia la scrivono i vincitori e la scrittura ha il fine di prolungare quanto più possibile gli effetti, anche di immagine, dell’altrui sconfitta e della propria vittoria. Senza scomodare i massimi sistemi, esiste, però, anche una scrittura gemella che, nel suo piccolo, non celebra eventi recenti ma di un passato a volte abbastanza remoto millantando spesso glorie ipotetiche suffragate con un uso strumentale delle fonti quando queste esistono, non di rado inventandole di sana pianta e, alla bisogna, confezionandone materialmente di false.
Nardò sotto questo punto di vista in graduatoria occupa un posto di primo piano potendo schierare la famigerata società Giovanni Bernardino Tafuri (1695-1760) & Giovanni Battista Pollidori (coevo del Tafuri e vittima minore di un vizietto di famiglia, visto che il fratello Pietro nel creare falsi fu più bravo di lui) , che esercitò impunemente per lungo tempo nel XVIII secolo la sua truffaldina attività, in cui un amore deviato per il campanile (in un colpo solo quello reale e quello metaforico) fu solo un alibi per mascherare narcisismo ed interessi personali. A questo punto ci ci si potrebbe chiedere se sia più disonesti un falsario (Pollidori) o un plagiatore (Della Monaca). Sottigliezza per sottigliezza, diciamo che il primo è una truffatore, il secondo un ladro e una truffa insieme, ma, comunque la si pensi, è certo che siamo di fronte a due eclatanti esempi di disonestà, probabilmente non solo intellettuale. Per motivi cronologici comincio col Della Monica.
Del plagio perpetrato con la sua Memoria historica dell’antchissima e fedelissima Città di Brindisi, Pietro Micheli, Lecce, 1674 ci si dovette accorgere quasi subito, anche se è difficile identificare priorità, se Giambattista Pacichelli, il 25 ottobre 1680 indirizzò da Napoli una lunghissima lettera a Roma Al Sig. All’abate Francesco Bittistini Miestro (sic) di Camera dell’Eminentissimo de Angelis, lettera che pubblicò in Memorie novelle de’ viaggi per l’Europa cristiana, Parrino, Napoli, 1690, parte II, dove a p. 91 si egge: … l’opera celebre del quale (Moricino) però sotto nome proprio mi dissero ch’era stata divolgata, con plagio indegno dal P. Maestro della Monica (sic) dell’Ordine del Carmine aggionte solamente le notizie di 60 anni, dopò la morte del Moricino. Così mi fù persuaso, e mostrato. Ne scrive qualche cosa il Toppi nella Bibliot. Napolit. al fo. 342.
La vita è piena di paradossi e non c’è da meravigliarsi che uno non veda la trave che ha in un occhio ma riesca ad individuare una pagliuzza nell’occhio altrui.
Così, se il Pacichelli fu parco, anzi reticente, nel fornire dettagli su quanto lo aveva persuaso dopo che gli era stato mostrato, formulò un giudizio più articolato, e con la citazione di un nome che, come a breve vedremo, innescò una velenosa e lunfa diatriba, fu proprio il Pollidori (da quale pulpito veniva la predica! …) che in De falsa defectione Neritinae civitatis pubblicato nel XIX tomo della collana Raccolta di opuscoli scientifici e filologici curata da Angelo Calogerà, Occhi, Venezia, 1739, p. 201 così scrive: … ad Andeam Della Monaca Brindusinum, qui per id temporis, adornatas jampridem ab Eruditis viris Ferdinando Glianes, Jo. Maria Moricino, & Jo. Baptista Casimiro sub suo nomine paucis adjectis, vel mutatis, patriae Urbis editurus historias …
(… al brindisino Andrea Della Monaca, che durante quel tempo, per pubblicare sotto il suo nome, aggiunte o cambiate poche cose delle storie della sua patria già prima apprestate dagli eruditi Ferdinando Glianes, Giovanni Maria Moricino e Giovanni Battista Casimiro …)
Questa stroncatura senza apello per lungo tempo, a quanto ne so, non registrò alcuna reazione finché non fu pubblicato nell’Archivio storico italiano, IV serie, tomo III, anno 1879, Presso G. P. Vieusseux con i tipi di M. Cellini e C., Firenze, p. 276 un articolo di Ermanno Aar1 facente parte della serie Studi storici in Terra d’d’Otrano, in cui si legge: Se il Della Monaca fu plagiario lo dovette essere pella Storia di Brindisi di FERDINANDO GLIANES, e non già per gli scritti di GIO. MARIA MORICINO e G. B. CASIMIRO, de’ quali egli parla come di suoi predecessori, de’ lavori de’ quali trasse profitto.
Se non è una riabilitazione poco ci manca, ma, Glianes o non Glianes, l’Aar si mostra troppo clemente con lo scopiazzatore non tenendo conto del luogo e dei modi in cui parla di suoi predecessori2.
Tanta generosità non sfuggì a Fernando Ascoli, che in La storia di Brindisi, Tipografia Malvolti e C., Rimini, 1886, pp. IX-X afferma che nessuno può essere smosso dall’idea che il Della Monaca non sia un plagiario volgare o, al più, un raffazzonato tronfio e verboso di roba altrui. Roba di chi? Ermanno Aar scrive: “Se il Della Monaca…” Dopo la citazione che prima ho riportato prosegue così: Io scrissi all’Aar, chiedendogli su che basasse la sua affermazione; e’ mi ha risposto (in nota: lettera a me diretta. Firenze 20 novembre 1883): “Studierò, come potrò anche a Brindisi, la genuina paternità dell’opera del Della Monaca”. Perché io molte volte, ho confrontato il libro del padre carmelitano con una copia manoscritta della storia del Moricino, posseduta dalla biblioteca brindisina; e ho trovato, spesso, anche le stesse parole, ma sempre lo stesso stessissimo ordine di idee, persisto nell’opinione comunemente accetta degli scrittori locali che ritengono il Della Monaca plagiario del Moricino, tanto più che giudicherei poco valida la ragione addotta dall’Aar a favore del Glianes, e che con la storia di lui è oramai impossibile ogni confronto.
A riprova della evidente fondatezza di questo giudizio replico quanto ho già ho avuto occasione di riprodurre nel post al link citato in nota 2.
MORICINO (ms. D/12 della Biblioteca arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindiisi)

… una delle due colonne, che tanti centinaia d’anni era stata salda, al’impeto del Cielo, et alla sorda lima del tempo, da sé stessa senza apparente caggione ruinò dalle fondamenta l’anno mille cinque cento venti otto il vigesimo giorno di novembre (e quelche fù riputato a non minor portento) il pezzo supremo restò in piedi sopra l’infimo cadendo a terra tutti gli altri di mezzo frà base, e capitello.
DELLA MONACA (Memoria historica dell’antichissima, e fedelissima città di Brindisi, Pietro (Micheli, Lecce, 1674, p. 323

Sul Glianes si ritornerà dopo, ora riprendo quanto era stato interrotto dalla parentesi.
L’Aar mantenne la promessa e non credo sia casuale il fatto che anche i frutti di quello studierò furono immortalati non in una lettera (ed era giusto perché l’Ascoli aveva reso pubblica la loro divergenza), non in un articolo sull’Archivio ma nella Licenza posta alla fine della pubblicazione del 1888 di cui s’è detto. Nel congedarsi dal lettore l’Aar con un linguaggio che denota uno spirito polemico (il che non guasta) ma abbastanza permaloso (il che guasta), per cui cade qualche sospetto sulla possibile ambiguità di licenza …), tenta di togliersi quattro sassolini dalle scarpe attaccando quattro persone che in circostanze diverse l’avevano criticato, nell’ordine: Vito Fornari, prefetto della Biblioteca Nazionale di Napoli (per un motivo burocratico, per quanto indirettamente culturale, cioè un permesso), Cosimo De Giorgi (reo di avergli rivolto qualche appunto sul giornale L’osservatore Ostunese), S. Sidoti (per osservazioni di ordine bibliografico) e, ultimo dei Carneadi (così bolla cumulativamente i quattro) Ferrando Ascoli. Dopo aver passato ironicamente in rassegna i dati biografici che La storia di Brindisi riporta per stigmatizzare il dilettantismo del suo autore, ne stronca l’opera quasi per impietosa vendetta per l’audacia della citazione critica in quel libro di un pezzo del suo articolo.
Un espediente per glissare furbescamente la specificità della critica mossagli? L’Aar era troppo intelligente per ridursi a questo, ma non è detto che l’ultima parola, anche in assenza di replica, sia quella più vicina alla verità. Tuttavia essa ci dà qualche dettaglio in aggiunta a quelli dell’Ascoli: … con epistola data da Chioggia li 20 Nov. 1883 ci dimandò 1° su che basate la vostra affermazione intorno al Della Monaca plagiario? 2° che pensate dell’origine etimologica di Brindisi, e dell’origine etnologica della Città? 3° Quali sono i documenti Brindisini che pubblicherete? … E noi cortesemente gli rispondemmo, come di li alla nostra pubblicazione de’ documenti già visti, non letti né studiati, da lui c’era poco d’attendere; e gli chiedemmo di dispensarci dal rispondere a’ suoi quesiti, trovandoci in convalescenza di grave infermità, e non volendogli rispondere superficialmente. Il Signor F. s’ebbe a male questo nostro procedere, e gli parve averne il buco a rovescio. Ed allora, vendicandosene, pondera bene i nostri articoli e il nostro lavoro, e si persuade che la nostra vasta erudizione non era di prima mano … Segue la replica alle osservazioni fatte ad alcuni assunti de gli articoli definendoli errori sfuggiti alle correzioni mie, del proto della Galileiana e, ciò che sarebbe nen credibile se non fosse vero, agli occhi di un maestro di cose istoriali e di arte della stampa, che con amore paterno quelle pagine correggeva!
Debbo confessare che ho dovuto fare violenza a me stesso per non aggiungere il mio “(!!!)” dopo il punto esclamativi che chiude l’ultima citazione. Se non lo avessi fatto, non stare ora a far notare come la difesa dell’Aar poggia sulle classiche fondamenta che sprofondano al momento in cui si posa il primo concio: la, comoda e sempre efficace quando c’è in ballo la salute captatio benevolentiae (prima sottolineatura) e l’altrettanto comodo e, in più, vigliacco scaricabarile (seconda sottolineatura).
A lenire, tuttavia, la mia cattiveria nei suoi riguardi, debbo dire che a volte succede che certi personaggi provvisoriamente famosi (poi famigerati …) nonostante, come nel caso del Della Monaca, un comportamento niente affatto limpido e corretto, in cui, comunque, l’onestà intellettuale più che dubbia è latitante, acquisiscono una patente di sacrale intoccabilità anche agli occhi degli addetti ai lavori, i quali spesso si mostrano aprioristicamente succubi dell’ipse dixit.
Nel nostro caso il primo ipse di turno è il Glianes, che è il primo dei plagiati nella lista del Pollidori, che l’Aar mostra di conoscere perché ne cita espressamente nella nota 1 nome e titolo dell’opera3. Il secondo ipse, molto più invasivo, è proprio il Della Monaca, l’autore più citato in Gli studi storici in Terra d’Otranto. L’Aar dimentica che non è mancanza di umiltà o sospettosa diffidenza operare ogni tanto un controllo alla scoperta di un eventuale ille. Oggi con gli strumenti messi a disposizione dall’informatica non ci sono alibi e, quando l’intelligenza artificiale sarà in grado di fornire un’affidabile lettura dei manoscritti, verranno scoperti innumerevoli altarini di ogni tempo. Se non sarà un deterrente per il male intenzionato, annienterà ogni scrupolo di lesa maestà e il re, che fino ad allora aveva indossato l’abito di rappresentanza, sarà nudo e potrà nascondere la vergogna solo al plurale …
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1 Pseudonimo di Luigi Giuseppe De Simone (1835-902). Tutti gli articoli della collana da lui pubblicati nell’Archivio, confluirono poi in una pubblicazione con lo stesso titolo della collana uscita per i tipi della Tipografia Galileiana a Firenze nel 1888 a sue spese (in copertina si legge a cura e spese di L. G. D. S.). L’articolo qui preso in esame è a p. 68.
2 Vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2025/09/21/brindisi-20-novembre-1528-una-data-sospesa-tra-sbiaditi-manoscritti-un-vergognoso-plagio-e-una-preziosa-mappa/
3 Con il Glianes l’Aar mostra di aver preso un abbaglio o … di essere in malafede. Nella nota 2 del brano del suo articolo citato dall’Ascoli scrive: Il Glianes mandò copia MSS. della sua Storia al Toppi (Bibliot. Napol. 242). Essa è ricordata dal GIUSTINIANI, e censurata dal Papatodero, o. c. Si direbbe che qui lo sfoggio di erudizione serva a mascherare l’imbroglio. Tralasciando la generica menzioni che del Glianes fa il Papatodero (Della Fortuna di Oria, Fratellie Raimondi, Napol, 1775, p. 42), lascio il giudizio al lettore riproducendo nell’ordine quelle del Toppi (Biblioteca Napoletana, Bulifon, Napoli, 1678, p. 98) e del Giustiniani (Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli, 1787, tomo II, p. 117).


In effetti del titolo l’OPAC registra le seguenti edizionioni registrate: Typographia Manelphi Manelphij, Roma, 1639, 1640 e 1641; Sub signo Turris, Venezia, 1641; Nella Stampa di Lorenzo Valerij, Trani, 1643. Il Glianes presso il Valerij e nello stesso anno 1643 pubblicò pure Historia e miracoli della divota e miracolosa immagine della Madonna della Madia miracolosamente venuta alla città di Monopoli.
A parte la discrepanza, qui irrilevante, tra le edizioni in OPAC e quelle menzionate dal Giustiniani, è evidente l’incongruenza dei titoli con la storia di Brindisi, per cui è legittimo supporre che l’Aar, se non ha voluto sollevare una cortina fumogena di erudizione, difficile, anzi, come dice lo stesso Ascoli, a quei tempi quasi impossibile da controllare, sia rimasto vittima, anche lui, della classifica del Pollidori e dell’origine brindisina del Glianes.
