di Fabio Cavallo
La graziosa parrocchiale di Salve, intitolata al patrono San Nicola Magno, custodisce al suo interno un “unicum” nel panorama organale italiano ed europeo: il preziosissimo organo “Olgiati – Mauro” del 1628.
Si tratta di uno strumento musicale di estrema importanza storica e musicale, principalmente per essere l’unico manufatto pervenutoci, ed ancora funzionante, dell’organaro comasco Giovanni Battista Olgiati(1); inoltre è frutto della collaborazione di due importanti scuole organare, lombarda e salentina, la prima, innovativa sul piano dei registri e della fonica, la seconda – rappresentata dal co-costruttore, Tomaso Mauro di Muro Leccese(2) – più legata alla tradizione napoletana con particolare cura alle decorazioni esteriori della cassa e della facciata. Con ogni probabilità l’Olgiati curò la parte “musicale” dello strumento (le canne), mentre il Mauro si occupò della parte lignea (cassa, tastiera, mantici…).

La costruzione
Fu l’arciprete di Salve, Don Francesco Maria Alamanni, a commissionare il grande strumento; non ci è dato di sapere come il parroco avesse contatti con l’organaro Olgiati. A tal proposito, fra la popolazione locale è noto l’aneddoto del galeone salpato dalla Liguria in direzione Alessandria d’Egitto, con a bordo il magnifico organo. Superato lo stretto di Messina e, navigando sotto costa, il veliero raggiunse le coste salentine per poi apprestarsi a prendere il largo da Santa Maria di Leuca verso l’Egitto. In prossimità di Torre Pali fu travolto da una forte tempesta che lo fece arenare sulle fatali secche di Ugento. I pescatori di Salve, in cerca di superstiti, trovarono nella stiva, dentro alcune casse di legno, le canne di stagno e di piombo, capendo subito che trattavasi di un organo. Decisero, così, di montarlo nella loro chiesa che ne era sprovvista(3).
Un’altra versione parla del vascello diretto a Sava, nel tarantino, ma a causa di un errore di lettura dei documenti, il nocchiere fece rotta verso le marine di Salve e lì consegnò le casse con le parti dell’organo.
Al di là delle leggende, è provato che l’organaro Olgiati, per un certo tempo, dimorasse nel nostro territorio, prova ne sia la frequenza del suo nome nei registri parrocchiali di Galatone in cui è annoverato padrino in diversi battesimi. In realtà, prima della costruzione dell’organo di Salve, l’Olgiati, nel 1624, ne aveva fabbricato un altro per la Matrice di Galatone, purtroppo andato distrutto(4). Non è peregrina l’ipotesi che l’organaro comasco avesse fabbricato i suoi strumenti qui nel Salento, avvalendosi dell’ausilio di altri artigiani (vedi il Mauro). La teoria della realizzazione degli strumenti a Como, nella sua terra natale, è da considerarsi definitivamente superata alla luce delle più aggiornate acquisizioni storico-documentarie.

Le caratteristiche tecniche
Sostanzialmente l’organo ‘Olgiati-Mauro’ – questo il nome ufficiale – ha mantenuto intatte le sue caratteristiche foniche e meccaniche. Pochi gli interventi manomissori nel corso dei secoli, ad eccezione dell’asportazione delle portelle di facciata, risalenti al 1630 e dipinte dall’artista Nicola Ricciardo di Lotaringia (l’attuale regione Lorena in Francia), andate purtroppo perdute, e la sostituzione, nel 1978, della tastiera e della pedaliera, ricostruite fedelmente secondo il modello secentesco.
L’elemento caratterizzante di tutto lo strumento è la tastiera, composta da 45 tasti(5) : i diatonici (quelli bianchi) in bosso e i cromatici (neri) in ebano.
Essa presenta contemporaneamente due peculiarità: l’ottava corta (o scavezza) e i tasti spezzati alle note Re#/Mib e Sol#/Lab. In passato, negli strumenti a tastiera (clavicembali e organi) i primi otto tasti, a partire da sinistra, erano utilizzati per ampliare la sezione della “basseria”(6). In sostanza, i tasti in questione non seguono la normale sequenzialità delle note (do, do#, re, re#…) ma producono solo suoni tonali (ad eccezione del semitono Sib) secondo questa disposizione:

Oggi questo sistema è praticamente in disuso nella fabbricazione di organi.
Altra caratteristica è la presenza di 5 tasti “spezzati” in corrispondenza della nota re#/mib e sol#/lab per ogni ottava. Perché tasti spezzati? Gli organi e i clavicembali del Seicento e del Settecento venivano accordati seguendo il temperamento “mesotonico”, concepito dall’italiano Pietro Aron (1489 – 1545). Questo sistema di accordatura prediligeva la perfetta intonazione degli intervalli di terza maggiore (do-mi / re/fa#…) a discapito degli altri che, in alcuni casi, come quelli di quinta, (do-sol / re la / sol#-mib), vengono percepiti dall’orecchio umano con “battimento”, cioè attraverso quel fenomeno acustico che fa percepire un suono con intensità che oscilla ciclicamente. Addirittura l’intervallo di quinta sol#-mib è così dissonante che viene chiamata “quinta del lupo”, risultando sgradevole come un ululato. Oggi, secondo la teoria musicale moderna, il sol# e il lab sono note identiche(7) in passato non era così: sol# e lab non erano la stessa nota, bensì due suoni leggermente diversi, ciascuno con la propria intonazione precisa. Per questo motivo i costruttori di organi sdoppiavano i tasti cromatici (neri), in modo che, durante le esecuzioni, l’armonia non venisse distorta a causa dei battimenti o dei suoni “ululanti”.

Da segnalare anche la presenza dell’accessorio dell’”usignolo”, anche detto “uccelliera” Trattasi di un simpatico meccanismo, composto da alcune piccole canne disposte rovesciate e immerse in una catinella d’acqua fino al livello delle canne stesse. L’aria emessa sulla superficie dell’acqua produce il caratteristico cinguettio degli usignoli. Questo “registro”, che non è collegato a tasti ma emette soltanto una sorta di pigolìo, era impiegato nelle esecuzioni musicali di carattere elegìaco o bucòlico. E’ un accessorio abbastanza frequente negli organi settecenteschi (ad es.: organo della bottega dei Kircher del 1788, Chiesa Madre Casarano).(8)
Di seguito, una tabella riassuntiva con l’indicazione dei registri e delle principali caratteristiche dello strumento:


Conclusioni
Dopo l’ultimo restauro curato dal grande maestro organista Luigi Celeghin (1931 – 2012) nel 1978, questo gioiello d’arte organara, tra i più antichi d’Italia e sicuramente il più antico di Puglia, ha visto avvicendarsi davanti alla sua tastiera, numerosi organisti, anche di fama internazionale(13).
Il festival organistico del Salento, nato quasi cinquant’anni fa, nella sua programmazione, non può fare a meno di dare spazio a questo favoloso strumento che, da quasi 400 anni, con la sua melodiosa voce, anima liturgie e concerti di musica sacra e profana.
Note
- 1 Di questo maestro organaro non si conosce nulla della sua vita ad eccezione di qualche notizia sugli strumenti fabbricati.
- 2 Del Mauro si sa che avesse “bottega” in Poggiardo.
- 3 Astremo Rossano, “101 storie sulla Puglia che non ti hanno mai raccontato”, Roma, Newton Compton Editori, 2015, cap. 30.
- 4 Sammali Sandra, “Suono antico… l’Organo Olgiati-Mauro”, Rivista “Progetto Salento”, Aprile 2011.
- 5 La tastiera è composta da 3 ottave più l’ottava corta, posta a sinistra.
- 6 Per “basseria” si indica il complesso delle canne lignee che emettono suoni gravi e profondi.
- 7 Attualmente è in uso l’accordatura secondo il temperamento equabile che equipara i suoni di diesis e bemolli.
- 8 Inevitabilmente sono stati utilizzati alcuni termini tecnici che potrebbero risultare difficoltosi da comprendere specialmente per chi non ha dimestichezza con la teoria musicale o con l’arte organara. Tuttavia, l’uso di questo linguaggio così specifico è necessario per descrivere in modo corretto e rigoroso le particolarità dell’eccezionale strumento, offrendo un quadro chiaro delle sue caratteristiche costruttive e acustiche.
- 9 La lunghezza delle canne è misura in “piedi” à (’), un piede misura cm 30,48.
- 10 Il numero di fianco alla nota indica l’ottava di appartenenza, es.: Do1 (Do della prima ottava, ecc…).
- 11 Gli organetti morti sono canne decorative che non producono suoni ma sono posizionate per puro scopo estetico della facciata.
- 12 Il somiere è una cassa lignea inserita nell’organo – nel caso dell’Olgiati-Mauro, unico in quanto è presente una sola tastiera – che è collegata ai mantici attraverso una condotta forzata in cui circola l’aria pompata. L’aria che entra nel somiere viene immessa nelle canne, che si trovano inserite sulla tavola superiore del somiere stesso, attraverso i ventilabri. E’ detto “a tiro” in quanto l’aria viene convogliata nelle canne “tirando” i pomelli dei registri.
- 13 Nomi di alcuni organisti che si sono esibiti sulla tastiera dell’”Olgiati”: Leonardo Salerno, Ennio Cominetti, Andrea Marcon, Domenico Morgante, Francesco Scarcella, Antonio Rizzato…
Bibliografia e sitografia
Domenico Morgante, “L’Organo ‘Olgiati-Mauro’ (1628) della Chiesa di San Nicola Magno in Salve (Lecce)”, in “Brundisii Res”, XII (1980), pp. 101-109.
Elsa Martinelli, Una singolare compresenza di scuole organarie nel seicentesco organo “Olgiati – Mauro”, in “Annu Novu, Salve Vecchiu”, n° 6, anno 1992, pp. 13-17.
