Storie di pescatori e tasse tra Porto Cesareo e Torre Colimena

di Marcello Gaballo

Alla fine del Settecento, il mare del Salento era un orizzonte di vita e di lavoro, ma anche un territorio sorvegliato e controllato. Per i pescatori che calavano le reti al largo di Porto Cesareo, di Torre Lapillo o tra le insenature di Punta Grossa, il ritorno a terra non significava soltanto vendere il pescato o portarlo alle famiglie: li attendeva l’esattore del dazio feudale, pronto a prelevare la sua parte.

Non era un’imposta statale, né una tassa comunale, ma un’antica prerogativa signorile: la sestaria, così chiamata dal latino sextarius, un’unità di misura che in questo contesto indicava la quota di circa un sesto del pescato spettante al feudatario. Poteva essere consegnata in natura, sotto forma di pesce fresco, o convertita in denaro secondo i prezzi del momento.

Il diritto di riscuotere la sestaria apparteneva ai duchi Acquaviva d’Aragona, signori di Nardò e della potente Casa di Conversano. Come per molte altre rendite feudali, non erano i funzionari ducali a battere la costa in attesa delle barche, ma privati cittadini che, a fronte di un pagamento fisso al signore, ottenevano l’appalto del dazio. Erano loro, i dazieri, a vigilare sugli approdi, a trattare con i pescatori, a segnare le partite incassate e a sobbarcarsi i rischi di annate povere o di concorrenza da scali esenti.

Nel 1782 e 1783 questo compito fu affidato a Saverio Gaballo, neritino, che in una dichiarazione ufficiale descrisse con chiarezza il proprio raggio d’azione: aveva riscosso la sestaria soltanto dalle barche che scaricavano il pesce lungo la costa di Porto Cesareo; mai, invece, da quelle che approdavano nel “lito di Cesaria” – l’area del porto che qui esisteva – né tantomeno da quelle dirette alla “Culimena”, ovvero Torre Colimena. Il motivo era semplice ma decisivo: il porto di Cesaria aveva un proprio esattore e Torre Colimena non faceva parte del feudo di Nardò. Superata quella linea invisibile, il potere ducale si arrestava.

Due anni dopo, nel 1784 e 1785, il nuovo appaltatore Tommaso Filograna confermò punto per punto la versione di Gaballo. Non si trattava di un dettaglio marginale, ma di una regola ferrea: nel sistema feudale tardo-settecentesco i confini costieri erano rispettati tanto quanto quelli di terra, perché una tassa pretesa oltre i limiti avrebbe significato conflitto con altri signori o, peggio, con la Regia Corte, che in alcune aree rivendicava diritti diretti sul demanio marittimo.

Il tratto costiero sottoposto alla sestaria si estendeva da Torre Castiglione a Torre Lapillo, comprendendo Padula Fede e Punta Prosciutto, zone di grande valore per la pesca e per la presenza di tonnare e reti fisse. Le acque erano ricche: sardelle in primavera, orate e spigole nelle stagioni miti, polpi e seppie in autunno. Non mancavano tonni di passo, che se presi e venduti al momento giusto fruttavano cifre considerevoli. Qui arrivavano non solo le barche dei pescatori neritini, ma anche quelle di Gallipoli e Taranto, richiamate dalla pescosità e dalla possibilità di sbarcare in porti naturali, riparati dai venti. Ma la legge feudale era chiara: chi approdava nei confini neritini pagava, chi attraccava fuori ne era esente.

In questo gioco di approdi e confini si intrecciavano strategie e abitudini. Alcuni pescatori preferivano rischiare la traversata verso scali esenti, come il tratto di Torre Colimena, per evitare di lasciare un sesto del pescato; altri, per convenienza o per tradizione, continuavano a sbarcare nei punti controllati dal daziere, sapendo di poter piazzare il pesce subito nei mercati di Nardò o nelle mani dei rivenditori locali.

Il sistema non era un’eccezione salentina: in molte zone costiere del Regno di Napoli esistevano gabelle simili. I marchesi di Galatone esercitavano i loro diritti nella cala di Sant’Isidoro; a Copertino si tassavano le barche nei pressi di Torre Scianuri (Squillace). Ma la sestaria neritina aveva il pregio – o il difetto, secondo i pescatori – di essere scrupolosamente regolata e rigidamente applicata.

Oggi, quelle stesse spiagge e quelle stesse acque sono mete di vacanze e turismo, ma due secoli e mezzo fa erano parte di un’economia di sopravvivenza in cui il mare non era libero, bensì sottoposto a diritti e doveri. Il dazio non era soltanto una fonte di reddito: era un segno di potere. Pagare la sestaria significava riconoscere, anche senza parole, che quel tratto di mare apparteneva al duca di Nardò, che ogni onda, ogni approdo, ogni rete tirata a riva era, in un certo senso, sotto il suo sguardo. Così, dietro la storia di una tassa sul pesce, si nasconde il ritratto di un mondo in cui il potere si misurava non solo in terre e masserie, ma anche nel silenzioso fruscio delle reti bagnate sulla sabbia.

 

Fonti principali:

  • Filangieri, La legislazione del Regno di Napoli, Napoli, 1801.
  • Chiaia, Le gabelle nel Regno di Napoli, Bari, 1978.
  • Dell’Aquila, Feudi e gabelle nella Terra d’Otranto, Lecce, 2004.

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