di Armando Polito

La data fatidica è quella del crollo di una delle due colonne del porto. Nessuno l’ha mai messa in discussione e non ho certo intenzione di farlo io, né ora né mai. Siccome, come si sa, la storia è basata sulle fonti, è doveroso chiedersi chi fu il primo ad averla tramandata, anche perché gli storici, locali e non, nelle loro pubblicazioni la citano con i particolari che vedremo ma senza nominare la fonte, bastando, forse, per loro la suggestività di quel ricordo. Non resta che fare un viaggio nel tempo partendo da chi in un passato ormai remoto ha trattato delle due colonne, senza trascurare, magari, l’evento oggetto di questa indagine.
Dell’Epistola apologetica Baptistae Casmirii ad Q. Marcum Corradum, manoscritta custodita nella Biblioteca arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi (ms. D/8) ho avuto occasione di occuparmi in due riprese con le mie osservazioni sulla trascrizione, non indenne da errori (comunque irrilevanti ai fini del suo utilizzo da parte dello storico che abbia poca dimestichezza col latino), pubblicata per i tipi di Edisai a Ferrara nel 2017, nonché sulla traduzione involontariamente comico-demenziale di Luciano Anfora (non Canfora, a riprova che a volte basta pochissimo per passare dal paradiso all’inferno …) apparsa nel 2024, traduzione pericolosissima a causa dei tanti sedicenti storici in circolazione e del copia-incolla di altrettanto sedicenti divulgatori e del passaparola di lettori sempre più ignoranti e rincoglioniti.2
L’opera del Casmirio2 al momento appare come la fonte letteraria più antica per chi voglia avere notizie sulla storia di Brindisi in epoca anteriore e contemporanea all’autore. Innumerevoli sono i passi nei quali protagoniste sono le due colonne da lui considerate come le originali che, sempre secondo lui, avrebbe fatte erigere Brento, il mitico fondatore di Brindisi, figlio dell”ancor più mitico Ercole Libico. Manca qualsiasi accenno al crollo. In due soli passi, però,la parola columna appare al singolare. Il primo è in un elenco delle sorgenti di Brindisi.
carta 13v 
Et Columnia ad boream in portu maiori iuxta columnam.
(E la Columnia a sud nella parte più grande del porto presso una colonna).
Columnia appare forma aggettivale di columna. Il fatto che quest’ultimo è usato al singolare (iuxta columnam) e non al plurale (iuxta columnas) pone un dubbio: se non si tratta di altra colonna non menzionata nell’intera opera, il riferimento è alla colonna superstite o a quella crollata? Nel secondo passo il Casmirio, dopo aver riportato un’iscrizione che si legge in una delle due colonne (senza specificare se quella superstite o la crollata), riporta un’iscrizione dell’altra (anche questa volta senza specificazione).
carta 22v

In altera columnarum, quae est ad boream, erat maximarum literarum inscriptio, sed heu conditio mortalis, tempus edax rerum etiam marmor exedit, ita ut vix paucarum literarum reliquiae possint agnosci. In altera vero, quae est ad austrum post Christum matum cruce praecedente literas recentior inscriptio legitur …
(Su una delle due colonna, quella che è a nord, c’era un’iscrizione a grandi lettere ma, ohimé!, la condizione mortale, il tempo divoratore delle cose hanno corroso anche il marmo, sicché a stento si possono riconoscere i resti di poche lettere. Sull’altra poi che è a sud, con una croce che dopo la nascita di Cristo precede le lettere, si legge un’iscrizione più recente …).
Il dettaglio della posizione a nord e a sud aggiunge un tassello ma non risponde con definitiva precisione e sicurezza alla domanda postami. Lo fa, pur con tutte le riserve che la tradizione manoscritta comporta, la copia che dell’opera del Casmirio fece nel 1750 Ortensio De Leo (ms, D/9 custodito anch’esso nella biblioteca brindisina). Dopo l’iscrizione appena riprodotta da D/8 e che per brerità non ho trascritto né tradotto perché irrilevante ai nostri fini, ecco quanto si legge in più in D/9.
carte 73r-73v

Supradicta columna ex parte boreae, quae nunc basis aspicitur, in anno Domini millesimo quingentesimo vigesimo octavo de mense novembris, die vero vigesimo eiudem ruit.
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Adnotatio
* In huius marmoreae columnae lapsu, quem Moricinus, atque Andreas lib. 5 cap. 5 pag. 625 nulla apparenti causa contigisse ferunt rarum quoque ibi mirum notant: nempe eiusdem supernam partem sive fragmentum perpendiculariter supra basim cecidisse, ibidem ex transverso stetisse modo quo, et usque ad praesens visitur. Caeterum anno 1657 …
(La suddetta colonna dalla parte a nord, che ora si vede come un piedistallo, crollò nell’anno del Signore 1528 nel mese di novembre, precisamente nel giorno 20 dello stesso.
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Nota
* Nel crollo di questa colonna di marmo, che Moricino e Andrea nel libro 5 capitolo 5 pagina 625 dicono essere avvenuto senza alcun apparente motivo, notano più precisamente che la parte superiore ovvero frammento della medesima cadde perpendicolarmente sulla base, dove rimase di traverso nel modo in cui si vede anche fino al presene. Quanto al resto, nell’anno 1657 …).
Come si vede, il testo integrante quello di D/8 risulta corredato di una nota del De Leo, il quale rinvia a due autori prima di proseguire col racconto delle vicende della colonna successiva al crollo. Di seguito quanto in loro si legge.
1) Giovanni Maria Moricino, Dell’antiquità e vicissitudini della città di Brindisi (ms. D/12 custodito nella citata biblioteca brindisina), libro I capitolo 5, carta 33v.
… le due altissime colonne, una de’ quali è ruinata al’età nostra, e de le quali s’avrà da fare più lunga memoria.

libro V capitolo 5, carta 277v

… una delle due colonne, che tanti centinaia d’anni era stata salda, al’impeto del Cielo, et alla sorda lima del tempo, da sé stessa senza apparente caggione ruinò dalle fondamenta l’anno mille cinque cento venti otto il vigesimo giorno di novembre (e quelche fù riputato a non minor portento) il pezzo supremo restò in piedi sopra l’infimo cadendo a terra tutti gli altri di mezzo frà base, e capitello.
2) Andrea della Monaca, Memoria historica dell’antichissima, e fedelissima città di Brindisi, Pietro (Micheli, Lecce, 1674, p. 323

Appare quanto meno strano che un dato così importante risulti presente nella copia (D/9) di quello (D/8) che nel catalogo della biblioteca è registrato come autografo e tale considerato anche dal Sernicola. Che sia un autografo ho buone ragioni per dubitane (ne darò conto in qualsiasi momento e su richiesta di chiunque, anche attraverso questo blog) ma, essendo comunque D/8 di certo molto più antico di D/9, se accettiamo l’integrazione presente in quest’ultimo, la paternità della fatidica data spetta al Casmirio [la sua opera, che non a caso è in forma di lettera, si chiude con Brundusii, Calendis decembris MDLXVII (Brindisi, 1 dicembre 1567)], altrimenti è da ascrivere al Moricino (1558-1628), che in D/12 cita il Casmirio nei modi di cui alla nota 2.
A proposito del Moricino non posso fare a meno di rilevare come nella sua nota il De Leo abbia dato più spazio all’osceno plagiatore3 che al plagiato (vedi i rispettivi brani che prima ho riprodotto) citando il primo col solo nome (Andreas), con riferimenti bibliografici e, addirittura, sintetizzando in latino (!) ciò che, scritto in italiano, quello aveva copiato da D/12.
Riesce difficile immaginare che il De Leo non lo conoscesse o che per la detta traduzione per lui fosse più comodo utilizzare un libro a stampa. Il plagio e la manipolazione sono vizietti antico ai quale non sanno resistere neanche autori più vicini a noi, a lungo osannati, fino allo sputtanamento che prima o poi arriva, magari da uno qualsiasi: per fare un esempio restando in ambito brindisino, vedi Antonio Profilo4.
Dopo le fonti letterarie è la volta di una iconografica. Si tratta di un’antica mappa di Brindisi tornata, si può ben dire, in vita grazie alla passione, al sacrificio e all’impegno di Vito Ruggiero. Da quello che agli occhi del profano potrebbe sembrare una delle tante storie romanzate, più che suggestivamente raccontate intrise di retorica e compiacimenti di ogni tipo, e che, invece, è il resoconto fedele, puntuale, dettagliato in cui le fonti hanno, come dovrebbe essere ma sempre meno è, il ruolo primario5, riproduco la preziosa mappa del 1538, in cui ho evidenziato con un cerchio le colonne e da cui ho tratto il dettaglio ingrandito fino ai limiti della leggibilità
.
La colonna era caduta esattamente dieci anni prima (1528) che fosse stampata la mappa (1538), per cui quest’ultima brucia sul tempo le testimonianze letterarie, di 29 anni se la priorità spetta al Casmirio, ancor di più se al Moricino.
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Note _
2 Così traduco il genitivo Casmirii del manoscritto. Nel catalogo della biblioteca si legge Casimiro. Va detto che nel manoscritto Dell’antiquità e vicissitudini della città di Brindisi di Giovanni Maria Moricino, custodito nella stessa biblioteca (ms. D/12), a carta Xr facente parte dell’indice delle cose notevoli e a carta XXIv facente parte di quello degli autori si legge Giovambattista Casmiro è confutato nella storia di Brindisi (dettagli di nome e cognome)

3 Non basta certo, nemmeno a parziale giustificazione, quanti si legge nell’usuale avviso Al benigno lettore a pp. 4-5: … essendomi capitati alcuni manuscritti dell’antichità brundusina, come quelli del dottissimo Gio: Maria Moricino Dottor Fisico, Teologo, Poeta, et Historiorafo singolare, e del non men dotto Gio: Battista Casimiro ambi Brundusini, mi compiacqui non poco d’alcune cose notabili della Città, che riferivano; per il che disposi incorporarli com altri avvenimenti, ch’appresso altri gravi Autori si leggono, e di tutti compone una memoria; acciò da’ curiosi non fia trascurata la notitia d’una Città così celebre …
