
di Giovanni Greco
Maddalena Penzironi, Benedetta Pierangeli e Bernardino Senogagliese. Questi furono i tre miracolati dal Beato Giuseppe da Copertino i cui atti furono esaminati dalla Congregazione dei Riti con decreto del 7 marzo 1761 ed approvati dal pontefice Clemente XIII. Dopo le diverse fasi procedurali richieste dalla Congregazione il 2 febbraio 1767 il Papa dècretò che si potèva procèdere alla canonizzazione del Beato e stabilì che il 16 luglio, nella Basilica di San Pietro in Roma, ci sarebbe stata la solenne cerimonia.
“Ad onore della santa ed indivisa Trinità ad esaltazione della fede cattolica ed aumento della cristiana religione all’autorità del Signore Nostro Gesù Cristo, dei beati apostoli Pietro e Paolo e colla Nostra, dopo matura deliberazione e dopo aver implorato più volte l’aiuto divino, ancora per consiglio dei venerabili Nostri Fratelli cardinali di santa Romana Chiesa. dei patriarchi, arcivescovi, vescovi che sono in Roma, decretiamo che il beato Giuseppe da Copertino, sacerdote professo dell’Ordine dei frati minori conventuali di San Francesco sia definitivamente Santo”.
Con queste parole, pronunciate da Clemente XIII nella Basilica di San Pietro al termine della cerimonia liturgica, l’umile Giuseppe Desa dei frati minori conventuali, a 104 anni dalla morte veniva consacrato agli onori degli altari. Al termine del cerimoniale liturgico nella basilica vaticana, lo stendardo raffigurante il Santo fu trasportato processionalmente dai frati e dal popolo alla basilica dei SS. Apostoli addobbata per l’occasione. Ad attendere lo stendardo ci fu il Cardinale Lorenzo Ganganelli, divenuto successivamente papa col nome di Clemente XIV.
Ma ora vediamo come si svolsero e quanto costarono le solennità in Roma in occasione della canonizzazione di san Giuseppe.
In alcuni documenti coevi provenienti dall’archivio dell’Ordine presso la basilica dei SS. Apostoli, sono elencate tutte le operazioni finanziarie sostenute dai frati in quella circostanza.
Elenchi e cifre apparentemente aride, ma che ci permettono di individuare tutto ciò che occorse per quel grande evento concretizzatosi in due momenti: quello della santificazione, che ebbe luogo nella Basilica di S. Pietro e l’ottavario che seguì nella chiesa dei SS. Apostoli.
Presso il Monte di Pietà, dove i frati avevano un deposito di 2.051 ducati accantonato per le cause dei Santi del loro Ordine, confluirono per l’occasione diverse somme, tra cui quelle di Nicola Cartoni, del marchese Eugenio Paleotti, di Bartolomeo Gallozzio, di Andrea Bruni, di Lorenzo Colonna (6.850 ducati) dei Capizzucchi-Gavotti, dei fedeli di S. Maria di Ragusa, di Giulio Rossi. delle monache di S. Maria dei Sette Dolori. (1.715 ducati) di Aurelio Ginaneschi. di Nicodemo Innocenti. del marchese Francesco Maria Imperiale. del santuario di Loreto, della Cappellania dei re di Spagna (3.706 ducati), di Domenico Cantoni, del capitano Alessandro Capeci, di Gaetano Fantoni, di mons. Bernardino De Vecchi, della chiesa di S.Antonio Abate, dell’eredità Ridolfi, di Prospero Bernini, del duca Angelo Felice e dei Ghezzi. di Marino Passeri, del cardinale Marcantonio Colonna e dei suoi fratelli, del monastero di S.Orsola di Campi, per un totale di 12.923 ducati.
Nella parte successiva a questo notamento sono elencate le somme che, su ordine dei frati, furono emesse dal Monte di Pietà a favore dei creditori, relativamente ai festeggiamenti religiosi che si svolsero il giorno della canonizzazione. La spesa maggiore fu quella di 1.650 ducati versati alla Sagrestia di San Pietro in Vaticano e precisamente ai canonici Giacomo Vettori e Marcantonio Marcolini, sagrestani maggiori della Basilica, per la valuta di mille scudi d oro stampe donativo fatto alla suddetta sagrestia per il Decreto della .suddetta Santificazione pubblicato ed emanato dalla S.ta di N.S. Clemente XIII, da impiegarsi in suppellettili sacre per la suddetta Basilica in conformità del Decreto della S.M di Alessandro VII delli 25 settembre 1559.
Per l’occasione, ai torchi di Giovanni Zembel, fu affidata la stampa di duemila esemplari del Compendio della vita del beato Giuseppe, composti da 17 fogli l’uno e la tiratura di cento esemplari del decreto di canonizzazione. Ottocento in tutto furono le copie rilegate da Giovan Battista Aldega, di cui duecento in carta fina e seicento in carta ordinaria. Altre trecento copie furono rilegate con carta pecora da Domenico Rosario. Mentre seicento in tutto furono quelle rilegate in cartone e affidate in parti uguali ad Agostino Palombi e Antonio Bernardini. Non potevano mancare le immaginette che raffiguravano il Beato: 1116 furono quelle grandi, 2084 le medie e 2100 le piccole; le incisioni furono eseguite da Giacomo Billi il quale, oltre a quelle occorrenti per la stampa su carta ne eseguì delle altre per alcune stampe su raso turchese rifinito con merletto. Una copia della “Vita” fu stampata, rilegata in cremisi e con le lettere incise in oro, per essere donata al Pontefice. Tutta l’operazione editoriale ebbe un costo di 760 ducati.
A Francesco Guerigi fu affidata la realizzazione di un reliquiario d’argento e fiori con luce centinata e sua custodia mentre l’incisore Pietro Bombelli eseguì su un grande foglio di rame la raffigurazione del Beato in estasi con ratto della Crocifissione del SS.mo Sagramento. Incisione che fu trasferita sullo stendardo di raso bianco alto 4 palmi e fornito dal mercante Luigi Fantastici.
Tutta la fase preparatoria alla canonizzazione fu seguita dall’avvocato Domenico Calabrese il cui onorario fu di 500 ducati per mercé delle. sue funzioni e scritture fatte per la. suddetta causa di canonizzazione. Nella Basilica vaticana, dove le celebrazioni durarono tre giorni, furono impiegate quattrocento libbre di corda, quattordici lampadari e quattro medaglioni che furono acquistati da Giovanni Colarelli. Tommaso Albertini, invece, affidandosi ad un meccanismo ascensionale basato su carrucole, issò i lampadari e i medaglioni. Furono impiegati diversi carrettieri e quarantotto viaggi per trasportare robbe presso la Basilica ed altre da e per palazzo Venezia, oltre ad un capoccia e sei uomini per due giornate per ricevere in consegna le robbe à SS. Apostoli ed al Palazzo di Venezia. Un falegname, invece, fu incaricato per la raccolta di tutto il legname che era stato impiegato nella Basilica. Naturalmente non potevano mancare le mance, perciò, furono compensati i custodi della Basilica, la guardia al portone di palazzo Venezia e i sanpietrini.
In un altro capitolo sono rendicontate le spese sostenute in occasione del trasferimento dello stendardo di S. Giuseppe dalla Basilica di S. Pietro alla chiesa dei SS. Apostoli dove si tenne il solenne ottavario. L’effige fu montata su due aste fornite da Giovanni Antico. provveditore della confraternita di S. Antonio. La manifestazione richiese un gran dispendio di risorse e l’impiego di numerosi uomini tra cui l’assistenza dell’architetto Vincenzo Brenna.
La processione con lo stendardo fu seguita da numerosi tamburini e dal decano dei cursori delle processioni, tal Bonifazi; vi partecipò don Sante De Dominicis ed i suoi orfanelli; con adeguato compenso la processione fu seguita da sessanta uomini, da altrettanti religiosi e da due rappresentanze di non meglio specificate confraternite.
Furono realizzati dodici festoni, fatti con fil di ferro, carta bianca e dorata che adornarono altrettanti lampadari. Il candelottaro Domenico Benedetti fornì 325 candele per i lanternoni della Basilica vaticana e della chiesa dei SS. Apostoli. Centoquindici furono le torce di pece impiegate. L’ebreo Ezechia Ambron fornì alcune tele di tipo barbantina e cavallina necessarie all’allestimento della chiesa.
Ovviamente pochi furono i fiori: nella nota si parla soltanto di due rami di fiori di boccio e cinque di penne che un abile fioraio ridusse a otto. Solo la cappella cardinalizia, all’interno della chiesa, risultò allestita dal fioraio Filippo Zanettini.
Francesco Cavallini, falegname, fu incaricato di eseguire diversi lavori all’interno della chiesa dei francescani, mentre il cartapestaro Filippo Tenti eseguì alcune opere in cartapesta. All’ornatista Gio Batta Marchetti furono affidati lavori di decorazione e l’esecuzione di pitture varie. Giuseppe Partani fornì la polvere di gesso e i ritagli in pelle serviti al pittore e all’ornatista. Il pittore Pietro Angeletti eseguì alcuni dipinti, oltre ad una grande tela raffigurante l’immagine del Santo che incorniciò con una cornice a due ordini d’intaglio. Giuseppe Bettini e Domenico Giorgioli furono i capi mastri muratori mentre gli imbiancatori, Carlo e Gaetano Lanzé, passarono due mani di bianco sopra i cornicioni.
Sotto la supervisione di Agostino Giorgi, Giuseppe e Pietro Fornari, festaroli, eseguirono lavori ad uso della loro arte, mentre Ubaldo Simonetti eseguì dieci iscrizioni religiose su altrettanti cartelloni che servirono durante l’ottavario.
Decine furono i drappeggi usati nell’addobbo della chiesa (damaschi, velluti e broccati); si trattava soprattutto di tende che furono prese in prestito da palazzi privati tra cui quello dei Colonna che sorge proprio di fronte alla chiesa dei SS. Apostoli, mentre sei tende provenivano da palazzo Venezia.
Notevole fu la spesa (755 ducati) sostenuta in favore di padre Masi, maestro di Cappella, che eseguì le musiche durante l’ottavario.
Sull’altare maggiore della chiesa fu esposto un reliquiario contenente una reliquia del Santo e realizzato dall’argentiere Bartolomeo Borioni. Altri reliquiari in filigrana e con custodie furono eseguiti da Andrea Mazzoli, per essere offerti agli otto panegiristi, all’ambasciatore di Venezia, a cinque preti ed al maestro di cerimonie che aveva servito durante le messe e i vespri pontificali. Cioccolato, sorbetti e biscotti furono offerti ai panegiristi, ai cardinali e a diversi preti.
L’ordine pubblico fu assicurato con l’impiego di diversi soldati armati e al comando di un sergente. Non mancarono i fuochi d’artificio. Difatti fu Antonio Stefanini che sparò in tutto 150 mortaretti: alcuni la sera del trasporto dello stendardo, altri ad apertura e chiusura dell’ottavario.
Ed infine i compensi piccoli, ma tanti da cui si evince una moltitudine di figure che ruotò attorno all’avvenimento: servitori, guardarobieri, festaroli e carrettieri. Compensi, per esempio, furono offerti al computista di mons. Macedonio, segretario della Congregazione, che portò il conto delle spese occorse nella Santificazione; al servitore di mons. Manassei che consegnò ai frati la Bolla della santificazione; ai facchini che trasportarono diversi tendaggi in S. Pietro; al garzone della stamperia che consegnò gli inviti e le bozze tipografiche della Bolla; a tal Zaccaria che per quindici giorni spazzò la chiesa dei SS. Apostoli. Mance furono offerte ai due giovani che portarono lo stendardo e a Michelangelo Simonetti per la ricognizione delle fatiche fatte nel tarar li conti, ed altro in occasione dell’Ottavario, dal quale se ne riportò molto vantaggio. “Conti” che raggiunsero i ventimila ducati: tanti ne furono spesi dall’ordine dei Frati Minori conventuali in Roma per la canonizzazione di S. Giuseppe da Copertino.
Pubblicato ne “Il Bardo”, dicembre 1981 e in “Frammenti di storia copertinese” giugno 2007
