Dialetti salentini: rattusu, ovvero il pomicione del Leccese

di Armando Polito

La dea bendata condiziona senza dubbio la nostra vita ma troppo spesso le attribuiamo responsabilità che non sono sue. Questo non poteva non accadere anche con le parole, per cui alcuni sinonimi dialettali esprimenti con precisione millimetrica lo stesso concetto (avrei potuto più semplicemente  dire aventi la stessa definizione) hanno spiccato il volo dal luogo di originaria diffusione per entrare in pompa magna nella lingua nazionale, mentre i fratelli più sfortunati possono solo aspirare ad essere ospitati nei vocabolari dialettali e il loro destino non sarà certo cambiato se qualche scrittore locale lo utilizzerà nel suo romanzo con suggestiva, accattivante abilità narrativa o nel suo saggio con stimolanti note filologiche. Sotto questo punto di vista la parola ha poco da sperare, visto il destino di scazzicare1.

Ecco cosa si legge nel VDS, acronimo ormai usuale nel mondo scientifico per citare il Vocabolario dei dialetti  salentini (Terra d’Otranto) di Gerhard Rohlfs1.

Come si vede, la voce è seguita immediatamente dalla sigla L6, in cui L sta per Lecce e provincia e 6 è il numero progressivo assegnato nell’elenco degli autori citati dal Rohlfs.

Il lettore avrà notato che nel primo dettaglio riprodotto è presente la definizione, assente l’etimo. Sugli undici  quaderni manoscritti di Fernando Manno1.

Qui basta dire che da quei più di 5600 vocaboli il Manno estrasse quasi certamente (da dove, altrimenti, avrebbe dovuto farlo?) i 674 pubblicati sul settimanale leccese Voce del Sud dal 16/7/1955 al 1/9/1956. Tra questi non c’è rattusu, il che spiega l’assenza di etimo nel Rohlfs, che da uno di quei quaderni deve aver tratto la definizione. Spesso, infatti, i lemmi pubblicate sulla Voce del Sud sono privi di etimo ma ricchi di note etnografiche. Altra possibilità è che il filologo tedesco abbia considerato non degno di menzione l’etimo proposto dal Manno, ipotesi non verificabile perché non si sa che fine abbiano fatto quei quaderni.

Dopo la partenza fallimentare ho deciso di non arrendermi, anche se forse sarebbe stato meglio farlo, visto il risultato finale …

Ad essere sincero non mi aspettavo molto da Antonio Garrisi, Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990. Questa volta niente etimo fantasiose  e nemmeno il quasi immancabile incrocio.

 


Tuttavia quel fig. (senso figurato) mi fa pensare ad un tacito riferimento a rattare (grattare), che sembra  sposarsi felicemente col pomicione della definizione. Forse fare il processo alle intenzioni è un peccato più grave di un riferimento non dichiarato, ma tutto il male non viene per nuocere, perché proprio quel pomicione mi ha stimolato la voglia di un sempre possibile, per quanto improbabile approfondimento, nonché ispirato il titolo da dare al post.

Fallito così pure il secondo tentativo, mi restava da conoscere il parere di Giuseppe Presicce nel suo Il dialetto salentino come di parla a Scorrano, reperibile solo in rete.

L’etimo qui proposto, ripreso tal quale con l’aggiunta della definizione del VDS da Enrico Carmine Ciarfera e Mario Mennonna in Il vulgare neritino. Vocabolario etimologico del dialetto  di Nardò (Congedo, Galatina, 2020), è quello da tempo più accreditato. Sostanzialmente lo condivido, ma mi riservo un approfondimento alla luce di quello che sembrerebbe il suo significato originario e, dunque, della sua storia pregressa, almeno quella che mi è stato possibile ricostruire con l’unico  strumento utilizzabile, peraltro non sempre affidabile, cioè le testimonianze scritte. Fra queste quelle letterarie sono un’arma a doppio taglio, perché, se forniscono, grazie ad un contesto di solito più ampio rispetto, per esempio, ad un atto notarile o al verbale di un processo, un quadro semantico più dettagliato, rimangono sempre in agguato i rischi dell’ambiguità, se non della  deformazione artistica. A tal proposito mi piace riprodurre un brano tratto da Gli amorosi sensi (Manni, Lecce, 1996, p. 14) di Rina Durante.

 

Da notare rattuso che, scritta in corsivo, appare come l’italianizzazione di rattusu. Ma si tratta solo di italianizzazione? L’interesse  per le sue e nostre radici storiche che illuminò tutta la vita dell’autrice mi fa pensare, anche se non sapremo mai come sono andate le cose, che in quel corsivo e presunta italianizzazione si nasconda forse quanto sto per dire.

La testimonianza, giocoforza scritta, più datata che son riuscito a reperire accomuna, non solo semanticamente, rattusu a scazzicare, grazie ad un battesimo (forse sarebbe meglio dire cresima, visto che le due parole erano nate prima) scientifico, di Ernesto De Martino in La terra del rimorso per scazzicare2 e per rattuso di Cesare Lombroso in L’uomo delinquente (Hoepli, Milano, 1876): “rattuso, libidinoso; così pure s’appella il sodomita attivo”3. La parola, con la definizione che ne mostra già la polisemia, fa parte di quelle nel libro classificate come Voci del postribolo.

Una testimonianza indiretta (tramite una parola tunisina) di qualche anno prima si ha nel numero del 13 giugno 1864 del giornale napoletano Lo cuorpo de Napole e lo Sebeto.

Al di là dell’attendibilità del collegamento etimologico tra rattus e rattuso, interessante è quel rattuso de mane finale, in cui la nostra voce assume il significato di abile, svelto, rapido (di mano).

L’origine gergale della voce sarebbe confermata da Giuseppe Alongi, La camorra. Studio di sociologia criminale (Fratelli Bocca editori, Torino, 1890 p. 191), anche se il lemma, inserito nella sezione Armi, risse, ecc., risulta replicato, anzi copiato dal Lombroso. Potrebbe sembrare paradossale il fatto che questa voce compaia nel saggio di un veneto (il Lombroso), di un palermitano (l’Alongi) e non di un napoletano, ma, a parte il fatto che la vera scienza è apolide, anche lo studioso è soggetto a debolezze campanilistiche che lo spingono strumentalmente ad esaltare aspetti positivi e a ridimensionare quelli negativi o, addirittura, tacerne.

Se la parola appartiene al gergo della camorra, essendo questo fenomeno nato agli inizi del XIX secolo, essa potrà essere nata in quel tempo o poco dopo, il che spiega la sua assenza nella letteratura propriamente detta e nei vocabolari  dialettali napoletani dei secoli precedenti. Il rattusu del Leccese sarebbe perciò da considerare voce importata dal napoletano e sotto tale aspetto essa continua a fare vittime. Ecco quanto si legge in Paolo D’Achille-Claudio Giovannardi, Vocabolario de romanesci contemporaneo, Newton Compton editori, Roma, 2023.

Un altro tassello si aggiunge alla polisemia della voce con questa emigrazione nel romanesco e non è detto che proprio per questo essa  non entri a breve nei vocabolari della lingua nazionale, magari con la dicitura provvisoria di voce centro-meridionale. Intanto, riprendendo il pomicione che si leggeva nel Garrisi, voce entrata ormai insieme con pomiciare nella lingua nazionale, una metafora calcistica a questo punto è d’obbligo: Napoli 0-Roma 2, con lo scippo romano prima del sicuramente anteriore, non dico napoletano ma almeno campano, Pomicione (nome di una collina dell’isola d’Ischia formatasi in seguito a colate laviche del Vesuvio) e poi di rattuso.

Nel riportare prima l’etimo del Presicce l’ho definito da tempo il più accreditato. Ma da chi e quando fu proposto?

Il primo vocabolario del dialetto napoletano a registrare tale voce fu quello di Raffaele D’Ambra (Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri, A spese dell’autore, Napoli, 1873). I due lemmi che lo riguardano (pp. 307 e 520) offrono interessantissimi spunti di riflessione.

  1. 307

 

Il valore aggettivale esteso anche al femminile [(ratt)osa] e i sinonimi, in cui non è ravvisabile connotazione sessuale di sorta, farebbero pensare che rattuso abbia assunto solo dopo, specializzandosi, il significato di libidinoso registrato dal Lombroso tre anni dopo. Il lemma seguente, però, smentisce questa ipotesi.

 

p. 520

Qui la voce iniziale (fiorentina) ha valore di sostantivo, ma tale marca grammaticale si conserva chiaramente solo in zòccola. Tutte le altre sembrano quasi forme aggettivali sostantivate cristallizzate attorno ad un mondo tutto maschile che, zòccola a parte, rivendica a sé l’esclusiva pure di difetti inconfessabili. Da notare che ai sinonimi “innocenti” della prima scheda se ne sono aggiunti altri “peccaminosi” come fojuto (infoiato), verruto e mmerrezzuto (entrambi da verro), focuso (focoso), caloruso e calloruso (caloroso), cellecuso (velillicoso), defettuso (difettoso?).

Il D’Ambra non dichiara esplicitamente la derivazione di rattuso dal fiorentino ratto (aggettivo o sostantivi che sia) ma è come se la suggerisse. Più chiaro, invece, anche se non saprei dire quanto indipendentemente dal D’Ambra, il filologo greco Spiridon Zambelios in Parlerts grecs et romans. Leur point de contact préistorique (Maisonneuve & C., Paris, 1880, p. 87).

(Italiano ratto, veloce, subito, “chi va piano, va ratto”- Napoletano rattuso, ῥαγδαῖος)

Trascuro completamente il greco ῥαγδαῖος (leggi ragdàios) perché, nonostante abbia i fonemi iniziali in comune e significhi che trascina via, impetuoso, violento, nulla ha etimologicamente a che fare con rattuso e l’autore lo riporta come semplice sinonimo. Con ratto e rattuso in corsivo, invece, egli vuol farcì intendere senz’ombra di dubbi che rattuso è derivato da ratto.4  È quanto si legge nella parte iniziale della scheda del Presicce, nella quale, però, il seguito mi appare fuorviante, perché, con la serie di voci latine riportate, indurrebbe a credere che rattusu abbia origini latine, quando, invece, per quanto fin qui documentato, il vocabolo appare di formazione recente, dunque forma aggettivale dell’italiano ratto. Dopo la ragione storica di questa opinione, fornisco quella etimologica.

Com’è noto, ratto, aggettivo, è sinonimo di veloce, come sostantivo, di topo. In entrambi i casi l’etimo è il latino ràpidu(m)=impetuoso, veloce, svelto; trafila: ràpidu(m)>rapdu(m) (sincope)>raptu(m) (passaggio dalla dentale sonora d alla dentale sorda t)>rattu(m) (assimilazione regressiva)>ratto (regolarizzazione della desinenza). Sbaglia, perciò, chi fa derivare ratto (sia l’aggettivo che il sostantivo, che  non allude all’impetuosità ma alla sveltezza, rapidità di movimento dell’animale) da raptu(m), participio passato di ràpere, perché il participio passato dei verbi transitivi ha significato passivo, per cui raptu(m) significa rapito, concetto antitetico opposto a quello evocato dall’azione del rattusu.

Qualcuno dirà: “Se è così, come la mettiamo col raptu(m) della trafila precedente?”. Si tratta appunto di un punto della trafila iniziata con ràpidu(m), anch’esso derivato non dal participi passato ma dal tema del presente (ràpio), che è rap– con l’aggiunta del suffisso –idus, secondo una tecnica di formazione collaudatissima (per esempio: cùpio=desidero>cùpidus; pàveo=ho paura>pàvidus; timeo=temo>tìmidus ed innumerevoli altri. Ancor più improponibile, poi, è per lo stesso motivo l’etimo rasus=sfiorato, participio passato di ràdere (il rattusu sfiora, non è sfiorato) e non basterebbe nemmeno giustificare questo ribaltamento grammaticale basato sulla suggestione semantica, perché bisognerebbe dare conto della trafila che avrebbe portato da ras– a ratt-. Per smorzare sul nascere un’eventuale proposta paretimologica accompagnata dal rimprovero, mossomi più di una volta, di essermi spinto lontano quando la soluzione, naturalmente definitiva, era sotto gli occhi, voglio chiudere con una serie di domande ad hoc provocatoriamente demenziali.

Visto che nella definizione del Rohlfs si legge pieno di pruriti con le donne, visto il sinonimo pomicione del Garrisi e tenendo presente che la pietra pomice leviga la pelle bagnata, visto che la fregola  (da fregare) nel suo significato originario è lo strofinio dei pesci sui sassi nel tempo della deposizione delle uova, visto che nel dialetto leccese grattare è rattare (in napoletano rattà), ci vuole molto a concludere trionfalmente che quest’ultimo è il padre di rattusu? E, giacché è stata scomodata pure la camorra, perché non ricordare, scomodando semplicemente la delinquenza comune,  che in uso popolare e in senso figurato grattare è rubare senza che il malcapitato se ne accorga (e la grattatina di un rattusu è meno dolorosa di quella di un borseggiatore …). E , per chiudere senza risparmiare nessuno, dov’era, per lasciare la nostra voce orfana di etimo, tutta la scienza del Rohlfs, quando tutti, o quasi, sanno che grattare è da un germanico, per quanto ricostruito, *krattōn, da cui il tedesco moderno kratzen?

Eppure tanto si afferma. col piglio sicuro che ormai contraddistingue pure gli studi etimologici, da P. Bello-D. Erwin, Modern Etymological Neapolitan-English Vocabulary, s. n., s. l., 2009:

 

 

Solo quest’etimo basterebbe a qualificare questo vocabolario troppo moderno e per nulla etimologico; esso, infatti, non tiene in alcun conto la storia della voce che ho fin qui faticosamente ricostruito, nonostante la roboante recensione leggibile in Amazon (https://www.amazon.com/NeapolitanEngItallVocabolario-etimologico-odierno-napoletano-italiano-Neapolitan-English/dp/1508630437), quasi sicuramente stilata dagli  stessi autori o da sedicenti e prezzolati recensori seriali e non seri. È la nuova forma di editoria  che in un colpo solo, con l’alibi della liberà di espressione, dunque della democrazia, concilia il profitto con il narcisismo di tanti geni che finalmente si sentono compresi e, magari, pure ammirati da altri appena appena meno geniali ma pure loro viogliosi di un riconoscimento da parte d lettori semre più ignoranti e rincoglioniti.

____________

1 https://www.fondazioneterradotranto.it/2025/09/01/dialetti-salentini-fernando-manno-di-san-cesario-di-lecce-e-un-dizionario-mai-nato/

2 https://www.fondazioneterradotranto.it/2025/08/24/la-notte-della-taranta-ovvero-la-pizzica-che-ti-scazzica/

3 In Francesco Montuori, Lessico e camorra : storia della parola, proposte etimologiche e termini del gergo ottocentesco, Federiciana Editrice Universitaria, Napoli, 2008, p. 18, invece, si legge: rattuso , che nel gergo della camorra vale ‘ pederasta passivo  e che in italiano regionale a Napoli vive nel senso di ‘ uomo fastidioso per il comportamento sessualmente aggressivo. Probabilmente quel passivo che accompagna pederasta è un lapsus per il suo evidente contrasto con tutto il resto.

4 Analogamente nel Vocabolario napoletano-italiano di Raffaele Andreoli, Paravia, Torino, 1887.

 

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com.

Dati personali raccolti per le seguenti finalità ed utilizzando i seguenti servizi:
Gestione contatti e invio di messaggi
MailChimp
Dati Personali: cognome, email e nome
Interazione con social network e piattaforme esterne
Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Servizi di piattaforma e hosting
WordPress.com
Dati Personali: varie tipologie di Dati secondo quanto specificato dalla privacy policy del servizio
Statistica
Wordpress Stat
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Informazioni di contatto
Titolare del Trattamento dei Dati
Marcello Gaballo
Indirizzo email del Titolare: marcellogaballo@gmail.com

error: Contenuto protetto!